Taylor Sheridan torna con Quelli che mi vogliono morto, film che rappresenta a pieno i temi della sua cinematografia, ma li riporta in maniera indebolita

Sinossi di Quelli che mi vogliono morto:

Costretto a fuggire col padre, Connor (Finn Little) deve proteggersi da due uomini che vogliono farlo fuori. Questo perché il genitore del ragazzo era a conoscenza di alcuni segreti che non possono essere rivelati e che mettono in serio pericolo la vita del ragazzino. Cercando di rendere pubbliche le informazioni del padre, Connor intraprenderà un viaggio per i sentieri del Montana in cui incontrerà Hannah (Angelina Jolie), vigile del fuoco che sta cercando di combattere contro un suo personale trauma.

Recensione di Quelli che mi vogliono morto:

Nella sua ancora breve, ma coincisa carriera cinematografica Taylor Sheridan è riuscito da subito a stabilire un determinato tono con i propri racconti. Una capacità che hanno le firme con una personalità molto marcata, chiara, ben consapevole di se stessa e dei materiali a cui si è più affini, decidendo di trattarli con autorialità per renderli appetibili al grande schermo e, così, narrarli al pubblico intero. Una specificità che rende più evidente il nome al comando dell’opera, che esalta le tematiche ricorrenti all’interno della carriera anche di uno sceneggiatore, la cui presenza diventa così ponderosa pur stando non solo dietro, ma ben oltre la macchina da presa e facendo dei propri stilemi un marchio con cui legare sempre di più la propria identità ai lavori. 

Di un cinema duro e nettamente caratterizzato, radicato molto nel territorio e ricondotto alle tradizioni e alla natura selvaggia di un’America periferica, è diventato narratore Taylor Sheridan. Limpido adattatore di un Paese che non è solamente quello di una cinematografia esasperata, fatta di fuochi d’artificio, esplosioni, luccichii e finali rassicuranti, il regista e sceneggiatore che si è fatto le ossa in tv per stupire con la meraviglia della tragedia di Sicario di Denis Villenueve torna a dirigere per una storia che, stavolta, non elabora in solitaria. Un lavoro alla scrittura dove va affidandosi alla collaborazione di Charles Leavitt e Michael Koryta, quest’ultimo scrittore da cui è tratto il testo alla base del film con protagonista Angelina Jolie.

quelli che mi vogliono morto

La mano “poco” sporca di Taylor Sheridan

Sheridan risulta una scelta impeccabile per Quelli che mi vogliono morto, trasposizione dell’omonimo romanzo pubblicato nel 2014. Un regista assai vicino allo spirito dello scritto, che nella stesura della sceneggiatura vede però la sua mano contaminata per un racconto che perde quella visione primitiva che il cineasta avrebbe saputo riversare. Quella che permette all’autore di cogliere l’intreccio che va avvolgendosi tra animosità e natura, quell’incontro che avviene tra un elemento intangibile e metafisico il quale trova la propria trasposizione materiale nel verde primordiale. 

Un regista e sceneggiatore che, dal cinema, ha voluto uno spazio per riportare la brutalità della terra in particolare americana, le sue contraddizioni, i suoi istinti micidiali, ma anche schivi e decisi a vivere. Un ambasciatore del western come nuova espressione della contemporaneità, in grado di mostrarne il manicheismo che può anche mescolarsi a diverse sfumature, ma che in natura rimarrà sempre ben distinto e separato. 

Prendendo dal romanzo di Michael Koryta e accettando i ritocchi che altre idee avrebbero apportato, Taylor Sheridan non acquista grazie alla ricchezza della condivisione, ma svuota la propria voce per adeguarla ad uno standard che Quelli che mi vogliono morto inquadra completamente. Quello dei film semplici, lineari, completi. Di personaggi chiari, di metafore evidenti, di conclusioni già segnate. Quella che era la purezza di Taylor Sheridan viene qui addomesticata per un’opera che si adagia con moderazione su una piattezza che, di per sé, non affossa la pellicola, ma ne mostra tutte le potenzialità che l’autore aveva di fronte e che ha scelto invece di semplificare.  

quelli che mi vogliono morto

Quelli che mi vogliono morto e la visione ridimensionata di Sheridan

Una delusione visto che Quelli che mi vogliono morto ha tutte le coordinate per essere un film perfettamente nelle corde di Sheridan. Perfettamente accomunabile ai temi riportati finora nella sua filmografia, perfettamente contenente quelle storie di sopravvivenza a cui ci ha abituato. Il racconto più avvicinabile alle corde dell’autore che, anziché trarne la più proficua della partiture, decide di affumicarla come accade per il trauma della protagonista Jolie. Di assopirle, anestetizzarle. Un’opera che dei paesaggi punteggiati dagli alti rami degli alberi, delle cittadine marginali del Montana, delle tecniche di salvataggio e del fuoco incandescente che divampa ne fa un tappeto associabile agli stilemi di Sheridan, ma enormemente ridimensionati. 

Un film che diventa erroneamente aperto e non perché sbagli a rivolgersi alla visione di tutti, ma poiché a quel pubblico generalista non lascerà niente su cui interrogarsi, niente da cui venir scombussolato. In una versione appiattita dei suoi Hell or High Water e I segreti di Wind River, Quelli che mi vogliono morto fa soltanto intravedere quello che è realmente l’indomito – e a volte moralmente glaciale – fervore di Taylor Sheridan. È la sua forma inespressa, la sua rielaborazione indebolita. Un racconto a cui è stata sottratta la sporcatura necessaria che il suo regista e sceneggiatore avrebbe saputo dargli, lui così abile nel districarsi ai confini di un’America inviolata, che dei suoi costumi e dei suoi sbagli ha molto da raccontare.