L’ultima stagione della serie Hulu purifica col sangue un bisogno di vendetta ardente e non reprimibile, riconsegnandoci alcune riflessioni sulle contraddizioni umane e sulle rassicuranti malinconie amorose.

Il finale della quarta stagione di The Handmaid’s Tale è macchiato di sangue. Letteralmente. June torna a casa dopo aver orchestrato assieme alla complicità di altre ex ancelle, l’omicidio-vendetta di Fred Waterford, l’uomo che per sette anni l’ha rapita, imprigionata, stuprata, violata, abusata. Sul volto e sulle mani, ancora le tracce ematiche che fino a poco tempo fa scorrevano sul corpo di un altro, e che ora, nell’ultimo abbraccio straziante con Nichole, macchiano come un agghiacciante sigillo ereditario anche l’adorata figlia.

Un momento bramato dalla nostra eroina quanto da noi spettatori che, da quattro anni, fedelmente, abbiamo testimoniato l’ascesa e (forse) l’imminente caduta di un regime teocratico, oligarchico e patriarcale, ideato nel 1985 dalla scrittrice femminista canadese Margaret Atwood, la quale, proprio con l’omonimo romanzo, immaginava un futuro mondo distopico in cui il destino dell’umanità veniva messo in pericolo dalle radiazioni atomiche e dall’inquinamento chimico. Per salvare la specie e seguendo, anzi distorcendo, i precetti biblici del Vecchio Testamento, gli Stati Uniti ora Repubblica di Gilead, sceglievano di utilizzare le ultime donne feritili rimaste con il solo scopo di procreare, rendendole vere e proprie incubatrici a cielo aperto; giovani donne costrette prima a separarsi dalla propria famiglia e poi messe alla mercé di coppie affiliate al regime, come per l’appunto i Waterford.

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Derive estetiche e cortocircuiti

La pluripremiata serie tratta dal libro e creata da Bruce Miller per la MGM, sin da subito si è distinta per l’aver composto un mondo straniante e orribile quanto esteticamente raffinato, facendo eco più che mai sui potenziali pericoli della società patriarcale nell’America dell’allora 2017 di Pence e Trump, staccandosi prepotentemente dal marasma degli altri prodotti seriali ed ergendosi a emblema allarmante sulle conseguenze dell’istituzionalizzazione del sessismo. Un messaggio forte e chiaro quello proveniente dal cautionary tale di Hulu e non semplice congettura sci-fi/distopica, per questo bisognosa di un linguaggio rigoroso, di un’iconografia diretta alla rappresentazione contestuale della violenza femminile, selezionando inquadrature e geometrie senza fronzoli o morbosità (vedi l’attenzione sul volto in primo piano dreyeriano di June durante il rito/stupro della cerimonia).

Tuttavia, nonostante il plauso critico delle giornaliste americane proprio sulle modalità visive della prima stagione sulla raffigurazione di stupri, torture fisiche, mutilazioni, brutalizzazioni e schiavitù, la seconda ha fatto storcere il naso a molte del settore, secondo cui l’ambizione (anche comprensibile) degli autori della serie, non più vincolati al libro della Atwood, avrebbe portato ad un’amplificazione pervasiva della violenza di genere e quindi ad un cortocircuito fra il messaggio femminista e le modalità con le quali proprio quel messaggio veniva veicolato, deragliando involontariamente verso il torture porn, in cui la disumanizzazione delle donne viene spesso estetizzata e “impacchettata” per suscitare una risposta fisica o viscerale. 

The Handmaid’s Tale ha dunque risollevato e solleva ancora, domande e riflessioni sul ruolo della cultura mediale sulla percezione della violenza di genere e lo fa soprattutto in questa quarta stagione, in cui sempre all’interno della logica della messa in scena, stavolta, è il tema della vendetta-catarsi di June (Elisabeth Moss) a tenere banco nelle discussioni intime dei suoi fan.

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You don’t own me

Finalmente in territorio canadese dopo estenuanti tentativi fallimentari e ripensamenti da cliffhanger, June tenta un percorso liberatorio del suo passato a Gilead, tra sedute psicologiche accanto alle altre ex ancelle e marthe, indirizzata, soprattutto dal marito Luke (O.T Fagbenle), a dimenticare Serena (Yvonne Strahovski) e Fred (Joseph Fiennes); a superare cioè il trauma gioendo del miracolo di essere viva assieme alle amiche e alla figlia più piccola. Tuttavia per June non è possibile solo dimenticare, tanto che in lei vediamo costantemente l’ardita bramosia di regolamento dei conti ‘a suo modo’, e la fiammella che arde nei suoi occhi esplode finalmente in un finale epico, storico e catartico.

La sequenza finale della morte di Fred, preso letteralmente a morsi da una Elisabeth Moss vampiresca e perturbante, eleva al massimo il circolo vizioso in cui lei stessa si trova sin dall’inizio: secondo la protagonista l’unico modo possibile di Waterford per espiare le proprio colpe è la morte stessa; pertanto, l’inquietante gesto gratificante alla ‘occhio per occhio’ inserita nel libro dell’Esodo, esemplifica più che mai l’umana inclinazione al male e il bisogno di vendetta a quello stesso male con uguali metodi o forse ancor peggiori (ovvero con il sangue), diventando altrettanto, e a sua volta, carnefice. Il male porta al male dunque, il trauma s’inceppa su sé stesso e fa emergere la parte più oscura. Una narrazione complessa quella integrata nell’episodio numero dieci, intricata eppure di certo innovativa – soprattutto se a vendicarsi sono le donne, soprattutto se sono quelle ancelle lì, piegate e ridotte in una schiavitù fisica e psicologica, strette fra le gambe delle Mogli per essere fecondate di un figlio che non sarà mai loro.

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Generi umani e generi televisivi, oltre la finzione

Ma in tutta questa brutalità, nelle storture mostruose dell’essere umano, The Handmaid’s Tale si ritaglia i suoi momenti soavi e dolcemente evocativi, di profondi legami madre e figlia, e di raggi di gentilezza, di storie d’amore impossibili e di matrimoni lasciati irreparabilmente in sospeso. E’ nel dilemma romantico declinato naturalmente nella contrapposizione da fandom conteso sulla giusta scelta amorosa della sua eroina infatti, che s’insinua un altro tassello interessante di una quarta stagione toccante e ampia, la quale ha visto come mai prima d’ora l’amore come vero elemento trainante e divisore allo stesso tempo, solleticando gli spettatori a riflettere su chi dovesse appartenere il cuore di June, se il marito premuroso e concreto Luke, oppure l’alleato tenebroso e bellissimo dell’ex autista e ora comandante Nick (Max Minghella).

Ma questa serie è molto di più di una love story, diranno in molti. Certamente lo è. Eppure proprio nella semplificazione (si passi il termine) della scelta amorosa che la serie, ritrova al centro la sua anima umana, la sua parte universalmente identificatoria e bisognosa di contatto; riposizionando proprio sulla relazione possibile o impossibile, la mano testa di un genere alla deriva, stroncata da aberrazioni e da colpe insormontabili.

Per quattro anni The Handmaid’s Tale (e lo farà per un già attesissimo quinto), ci ha dunque sconvolti e poi accarezzati, ci ha disorientati e poi ancora commossi; ha gettato più ombre di quel che credevamo sulla banalizzazione del male e sulle contraddizioni del bene. Lasciandoci spesso con il fiato sospeso, e sempre guardando ben oltre la sospensione dell’incredulità. Praise Be.

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