Trattando con humor e sguardo dissacrante il tema dell’acquisto compulsivo, I love shopping è un addiction comedy che nasconde una grande verità.

Di certo non lo faranno di proposito, ma le mamme sono spesso le artefici dei nostri traumi. Da piccole ci tagliano i capelli corti per praticità quotidiana, e noi da grandi li vogliamo lunghi e folti; ci vestono casual nei grandi magazzini a poco prezzo, e noi a trent’anni bramiamo i marchi più richiesti. Una storia ciclica da rito d’iniziazione, come a voler sancire il bisogno di colmare una qualche mancanza sorta dal mondo dell’infanzia, e che, nonostante i vani tentativi di ribellione, ci rendevano sommessi alla volontà matriarcale. Eppure (i millennials ne sanno qualcosa) sono esattamente gli stessi creatori di idiosincrasie, cioè i genitori, a salvarci dal nostro perenne stato di precarietà economica, sobbarcandosi il peso del nostro non-stipendio e finanziando un futuro che per molti si prospetta grigio e desolante come una vecchia sciarpa di lana usurata dal tempo.

La protagonista di I love Shopping Rebecca Bloomwood incarna in modo lungimirante già nel 2000 – anno di uscita del romanzo cult di Sophie Kinsella al quale il film di P.J Hogan si adatta – un immaginario giovanile di perenne scontro con la realtà, intenta a compensare con lo shopping quella brutta sensazione che avvertiva da piccola, quando la madre, invece delle scarpe glitterate a prezzo pieno come tutte le altre, le comprava in saldo un paio di ballerine tristi fuori moda destinate a durare per sempre. Così, Becky, è cresciuta con il sogno di scrivere per Alette, incantandosi ogni mattina difronte alle vetrine della Fifth Avenue e lasciandosi ammaliare dal movimento sinuoso ed armoniosamente rettilineo delle Mastercard strisciate nel bancomat.

i love shopping

Quello interpretato da una sgargiante ed esilarante Isla Fisher in stato di grazia, è dunque l’incarnazione in versione fiabesca e sopra le righe del perenne stato di limbo dei trentenni di oggi, barcamenata tra l’illusione consumistica dell’avere come atto urgente e consolatorio, e il mondo precario e spietato dell’editoria, ritrovatasi sua malgrado a scrivere di finanza per un giornale di cui non nutre né l’interesse né le conoscenze, e salvata in corner dai risparmi di una vita da due genitori medio-borghesi, parte di quella generazione i cui soldi non venivano dissipati nelle svendite delle grandi firme, ma venivano riposti, con calma e parsimonia, nel proprio conto in banca.

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SE SOLO FOSSI RICCA…

Con un’irresistibile atmosfera disneyana e un sapido mix tra slapstick e situazioni imbarazzanti, I love shopping è il chick lit che fotografa il paradosso generazionale dell’era moderna, e lo fa tenendo a mente la direzione stessa del film, ovvero quello di una commedia la cui intenzione è raccontare lo stato compulsivo di una sognatrice costretta a fare i conti con quella che a tutt’oggi è ritenuta una sindrome comportamentale innegabilmente debilitante.

Ideando una sorta di percorso di guarigione, di ricaduta e di nuova guarigione, il film di Hogan è un addiction comedy a tutti gli effetti che, guardando ad altri due cult come Il diavolo veste Prada e Sex and The City, diventa a sua volta cult per l’iconicità di alcune sue battute (<<L’intimo è un diritto umano inalienabile>>), l’uso sibillino della colonna sonora – su tutti il Rehab di Amy Winehouse e la suoneria con Rich girl di Gwen Stefani – e la rappresentazione di un mondo apparentemente superficiale come quello dei vestiti, in verità riesce a veicolare non un insegnamento moralistico sull’atto vanesio dell’acquisto stesso, bensì una nota a piè di pagina sul valore memoriale e evocativo che spesso accomuniamo agli indumenti.

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Valore memoriale dei (nostri) vestiti

Non è mai solo ‘un pezzo di stoffa’ quello che riponiamo fedelmente nei nostri armadi, e nessuno è esente all’associazione emotiva con una vecchia t-shirt o una tutina da neonato, un abito di nozze o il completo indossato per la laurea. Non si tratta dunque di essere fashion victim, o di avere una carta di credito a tre zeri, e I love shopping nella presa di coscienza di Becky del valore insostituibile e dunque simbolico dell’abito rosa scelto dalla migliore amica per il giorno del matrimonio, conclama la virtù intrinseca di alcuni pezzi insostituibili di moda che non vogliamo proprio lasciare andare – qualunque essi siano e ovunque siano stati acquistati.

Guarire non è allora l’uscita definitiva dall’impulso incontrollato del comparare, ma è piuttosto la realizzazione del valore affettivo e connettivo dell’abbigliamento, una verità emersa da una storia per nulla banale e che, risolve in definitiva il percorso di liberazione ciclica: i vestiti messi all’asta da Becky e rivenduti ad altre assetate di Yves Saint Laurent come (lo era) lei, le consentirà di estinguere il debito con Derek Smith, ma la sciarpa verde simbolo della sua rinascita non va assolutamente lasciata andare. Tutto, ma la sciarpa verde no.

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