Tra introspezione e gusto sci-fi, Loki presenta una serie di perplessità che vanno tutte lette nella chiave intima del suo protagonista principale

Forse più delle altre due serie Marvel arrivate dall’inizio del 2021 sulla piattaforma di Disney Plus Loki è quella che va a creare un pubblico più divisivo. WandaVision, seppur una conclusione che aveva fatto storcere un po’ il naso, era stata accolta unanimemente come una delle operazioni sperimentali più riuscite ed elettrizzanti dell’intero MCU, conquistando alla sua prima – e a quanto pare unica – stagione anche un carnet di nomination agli Emmy Awards, i riconoscimenti televisivi. The Falcon and the Winter Soldier, invece, aveva leggermente stemperato i bollenti spiriti che erano andati infiammandosi con l’evoluzione di Scarlet Witch, ponendosi però come un godibile action seppur più distensivo, che al contempo ragionava sull’importanza dell’identità personale e la rappresentazione che di questa si restituisce alla società.

Loki, proprio come promesso dalla Marvel e come già constatato con i suoi film, ha adottato un terzo e ancora differente modo per rapportarsi tanto alla propria storia, quanto al pubblico. Un’impronta sci-fi che ha fatto della serie un’avventura quasi spaziale tra le onde del tempo e delle dimensioni, impianto stilistico per un genere che ha mascherato l’intenzione di uno stravolgimento interiore di un personaggio per come si era percepito sempre lui stesso e come l’avevamo sempre recepito noi altri. Questa dicotomia negli intenti è stata proprio il marchio che ha fortemente segnato la divisione nei giudizi intorno alla serie marveliana, che mostra un doppio apporto dal punto di vista narrativo ed emotivo, non costantemente in equilibrio l’uno con l’altro.

Questo ha comportato un arrestarsi e un dilatarsi del racconto di Loki che ne ha influenzato gli andamenti intrapresi dalle sei puntate, alcune necessarie e utilizzate per avanzare con la storia del personaggio e, soprattutto, il mutamento del proprio arco interiore. Altre destinate a girare solamente attorno allo stesso concetto espresso più volte in una maniera similare, dando poco l’idea di progredire realmente con la crescita del racconto. Indubbiamente questo ripetersi negli episodi ha compromesso il gaudio generale che Loki avrebbe potuto procurare, giocando comunque d’astuzia continuando a servirsi dell’egregia interpretazione che Tom Hiddleston fa del Dio dell’Inganno e facendolo affiancare da una new entry come la Variante Sylvie di Sophia Di Martino che ha saputo aumentare l’entusiasmo globale.

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La complessa identità emotiva e finzionaria del personaggio Loki

Gli intenti di Loki sono però stati esplicati fin dal principio, rendendo quello del protagonista un percorso coerente che ha voluto inquadrare il figlio di Laufey all’interno della sua “impostata” dimensione da cattivo, cercando fin dalla puntata numero uno di destrutturare l’armatura da villain messa su dall’asgardiano. Ribaltare lo statuto di Loki è stato in fondo ciò che la Marvel aveva già confezionato con la sua strada intrapresa all’interno della filmografia fumettistica e il tentativo finale del personaggio di arrestare i piani di Thanos. Era la presa di coscienza interiore che lo spettatore questa volta meritava e che Kevin Feige e il suo team hanno deciso di esplorare con una formula mediale che avrebbe potuto donare maggiore compattezza alla personalità di Loki.

È così che il Loki della guerra di New York e del Tesseract rubato in Avengers: Endgame dirama una linea temporale che si dissocia da quella “sacra”, la quale mantiene l’armonia nell’universo, finendo perciò su Disney Plus con una serie che porta il suo nome. Un’inedita opportunità per la Marvel e il pubblico di poter indagare nello spirito del dio e manifestare il peso di essere da sempre stato dipinto come il villain. Perché ogni personaggio, anche e soprattutto in universi stratificati, ha il proprio ruolo da dover interpretare, ma Loki ci dimostra come si può essere anche qualcuno che non si era mai pensato. Qualcuno che non deve seguire il copione datogli da altri.

Trasformazione che è alla base dell’operazione Loki e che gli episodi espongono andando a citare spesso loro stessi nel corso del proprio svolgersi, facendo forse perdere la complessità che è comunque presente nella serie, da cui il protagonista dovrebbe infatti uscire diverso rispetto a come l’avevamo conosciuto all’inizio – della prima puntata, ma anche dell’intero MCU.

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Loki e le serie Marvel: benvenuti nell’indagine dentro i personaggi

Nel computo della riuscita dell’impostazione intimista che la produzione ha voluto dare a Loki, il risultato è dunque riscontrabile e assai apprezzato. L’introspezione si fa veicolo principale come era stato per i precedenti WandaVision e The Falcon and the Winter Soldier, a riscontare il modo in cui la serialità Marvel stia venendo concepita come crogiolo di riflessioni personali e di estrema emotività. Anima che in Loki ha lasciato anche respirare una certa spettacolarità che si rivela enorme e ammaliante all’interno del prodotto. È soprattutto la tanto agognata magia di Loki, così poco sfruttata nel filone del MCU, che va a costruire impalcature visive imponenti per allietare anche l’occhio di chi si approccia al cosmo seriale fumettistico. Azione e illusioni che se definiscono lo stile del protagonista, lo fanno anche con la sua produzione Marvel.

La percezione di aver assistito a un lungo prologo con Loki, confermato in quanto progetto ormai insito nella serialità vista la sua seconda stagione già ufficiale, deve venir riconsiderata dallo spettatore insoddisfatto che potrebbe magari cercare di scavare un po’ più in profondità in quello che in realtà è stato fatto. Il superare il riprodursi di certe dinamiche insite negli episodi, accettando anche la volontà puramente gigionesca di Loki. Rendere chiaro che ciò che è avvenuto nella serie è sia seme di un cambiamento che potrebbe germogliare all’interno del protagonista, sia apertura a quello che ci aspetterà nella Fase 4. E, in più, il coraggio di rischiare e affidare completamente l’ultima puntata a un personaggio totalmente altro, un Jonathan Majors ipnotizzante nelle vesti di una delle Varianti di Kang Il Conquistatore che crea come un attimo di sospensione dalla serie per proiettarci verso il futuro.

Osare, invertire la rotta, sbagliare e forse migliorarsi. Lo fa Loki e lo fa la sua storia seriale. Perché una cosa che si può imparare dal tempo è che prima o poi tutti si rivelano non solo buoni o non solo cattivi. E con Loki è esattamente così.