Le inquietudine dei giovani ne I pugni in tasca del 1965 passano ora per il documentario Marx può aspettare

Marx può aspettare, i giovani no. Alla veneranda età di ottantuno anni, Marco Bellocchio decide di realizzare un documentario-manifesto di cui forse non immagina l’importanza per un certo tipo di pubblico. Una fascia demografica molto distante da quella del regista, che attraverso i racconti del clan Bellocchio lascia intravedere un determinato stato d’animo, il quale arriva come un uragano a scuotere le coscienze e le emotività di tali spettatori.

Giunto a un momento di enorme maturità della sua vita, dopo una carriera di successi fin da quel primo I pugni in tasca con cui debuttò a Locarno nel 1965, il cineasta sa di voler immortalare un lascito che possa rappresentare la storia della propria famiglia, realizzando in realtà un lavoro ben più universale. La particolarità di un singolo che ha influito poi nella molteplicità della filmografia del regista e che da adesso in poi con Marx può aspettare condizionerà la visione e l’animosità di tanti altri giovani, quasi a sua insaputa.

È Camillo Bellocchio il centro della narrazione del documentario presentato al Festival di Cannes, medesima occasione in cui all’autore è stato consegnato il Premio alla Carriera direttamente dalle mani di Paolo Sorrentino. Gemello di Marco Bellocchio, nati entrambi alle porte della guerra il 9 novembre 1939, uno è incastonato tra i maggiori esponenti della cinematografia italiana nel mondo, l’altro si è tolto la vita alla sola età di ventinove anni, incanalando nella sua stessa figura i disagi individuali di un ragazzo ancora perso su cosa voleva fare e un ’68 che quell’irrequietezza la andava gridando tutta.

marx può aspettare

Quadro non indulgente di famiglia

Un racconto che si focalizza sulla dipartita violenta del fratello Bellocchio, che permette al regista di guardare anche con una certa distanza la propria famiglia, se stesso, cosa si sono raccontati nel corso di questi anni i parenti dopo il gesto irreversibile. Ma è un senso di prossimità quello che si riesce a provare mentre si osservano le interviste e i materiali di repertorio della numerosa famiglia. Un’inquietudine che pervade le storie dei fratelli e le sorelle Bellocchio prima di tutto su quella che fu una crescita in una media borghesia italica condizionata da aspettative e contegno, dove la religione stringente della madre ha portato all’espiazione dei peccati dei suoi figli, ognuno nella propria maniera. Chi confessandosi con i propri film, chi restando fedele ai precetti della fede, chi decidendo di sovvertirli finendo per compiere il male più grande: rinnegare la propria vita tanto da arrivare a togliersela.

Quella sensazione di oppressione che la famiglia riporta e che il medesimo Marco Bellocchio ha incanalato nella propria cinematografia pervade una visione che non vuole mai essere accomodante verso il proprio spettatore, che non si ritroverà dunque davanti al quadretto di un’unione perfetta. I silenzi e le omertà, il cercare di sopravvivere ritagliandosi ognuno il proprio posto sia dentro che all’esterno del nucleo Bellocchio: tutto viene mostrato con una sincerità spiazzante, tanto da non rendere mai accomodanti i confronti e le dichiarazioni dei partecipanti. Lo stesso regista ammette con un minimo di pentimento, ma pur sempre una grande consapevolezza, quali sono stati i suoi trionfi e i suoi limiti, le sue presenze e le voraginose mancanze come fratello.

marx può aspettare

Marx può aspettare e l’angelo Camillo

E in quel Camillo, in quell’angelo come solevano appellarlo tutti, Marx può aspettare trova l’ansia esistenziale dei primi film del gemello, i quali hanno incontrato la vicinanza con quello che al tempo era il pubblico giovanile in fermento. La capacità di parlare a quella che, nel ’65, era la sua generazione, Marco Bellocchio la trasmigra riuscendo a comunicare ora attraverso un nuovo canale (il suo documentario) proprio con i giovani spettatori di oggi. Quelli che di Camillo ne comprendono i timori, le insicurezze, anche le sordide gelosie di chi sta cercando di capire cosa fare del proprio futuro guardando con invidia chi sembra averlo capito. Quelli che vivono un periodo di incertezze economiche, sociali, politiche. Che non si ritrovano in niente, che non si affidano a nessuno. Che se almeno ieri avevano Marx a cui aggrapparsi pur finendo per perire, almeno sapevano di aver avuto uno scopo nella vita, un ideale. Qualcosa per cui ne era valsa la pena.

L’incognita Camillo è quella che ha caratterizzato da sempre la poetica di Bellocchio e che nel suo ritratto di famiglia ha trovato l’esplicazione di cosa ha spinto e sommosso la sua intera carriera. È quello che attraversano tutti i giovani, pieni di dubbi per un’esistenza in cui non vogliamo sentirci insignificanti. E Camillo non lo è stato, né in vita, né dopo che ha deciso di lasciare questo mondo. Ha riecheggiato per sempre nel cinema del fratello, è stato la cassa di risonanza dei suoi pensieri. È stato giovane e lo è rimasto per sempre e per sempre i giovani potranno capirlo. Perché ancora: Marx può aspettare, i giovani no.