La serie antologica Solos sceglie l’espediente del monologo e dell’unicità del racconto autoconclusivo per riflettere sulla condinzione della solitudine e l’interconnessione umana.

Sinossi di Solos:

Leah (Anne Hathaway), Tom (Anthony Mackie), Peg (Helen Mirren), Sasha (Uzo Aduba), Jenny (Constance Wu), Nera (Nicole Beharie) e Stuart (Morgan Freeman) sono i protagonisti di sette storie uniche incentrate su singole avventure in un futuro incerto, nel quale realizzeremo finalmente una forte verità: durante i nostri momenti più isolati, siamo tutti collegati attraverso l’esperienza umana.

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RECENSIONE DI SOLOS:

Si viaggia in su nello spazio, in avanti sulla linea del tempo, al di là con le possibilità tecnologiche, eppure l’umanità rimane sempre la stessa. La fantascienza, genere per eccellenza nella manipolazione delle possibilità futuristiche adattate al destino della specie umana, spesso ci porta in quell’ ‘oltre’ per riflettere antropologicamente sulle debolezze della nostra mortalità, ponendosi domande o innescando riflessioni esistenziali sul cosa faremmo, cosa succederebbe, chi potremmo essere.

Di simili domande ipotetiche se ne pone molte anche Solos, la nuova serie antologica firmata Amazon Prime, creata e in parte diretta da David Weil già autore di Hunters, e recitata singolarmente da sette interpreti d’eccezione. Ogni puntata, autoconclusiva e narrativamente scollegata alle precedenti ad eccezione di quella finale con Morgan Freeman e Dan Stevens, vuole veicolare un particolare stato d’animo dell’esperienza umana sulla terra, tentando di declinare variazioni sul tema ‘essere umano’ in rapporto ad un futuro simil-distopico a ridosso dell’avanzamento tecnologico.

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Un ponte (possibile?) tra passato e futuro

Di memoria, perdita, accettazione e rimpianti, Solos sfrutta dunque le possibilità utopistiche dell’avvenire per tornare coi piedi a terra e tentare una disamina emotiva di ciò che rende unico e autentico lo stare al mondo. Sono solitudini simboliche quelle a caratterizzare il racconto della serie, isolamenti volontari o forzati in un tempo in cui sarà possibile mettersi in contatto con il sé del passato e del futuro, come nel primo episodio con protagonista una tripartita Anne Hathaway; oppure sarà consentita la richiesta su pagamento di un proprio clone per sostituirci al momento della dipartita (Anthony Mackie); o viaggiare, come fa Helen Mirren, su una navicella spaziale in completa solitudine, per tornare a sentirci considerati da un mondo che si è scordato di noi.

Accostata spesso al fortunato Black Mirror o alla recente Soulmates che ha immaginato un futuro non troppo lontano in cui sarà possibile trovare l’anima gemella grazie ad una particella scientifica, la serie di Weil spicca più nelle singole performance attoriali che nella visione filosofica del progetto d’insieme, non ipotizzando alcuno scenario prudenziale sui perigli dell’hi-tech, ma piuttosto mettendo in scena nell’unicità delle coordinate diegetiche di spazio, personaggio e tempo, per farne digressioni à mo’ di flusso di coscienza.

Digressioni e confessioni sollevate da voci artificiali o svelate direttamente con sguardo in macchina, come nell’episodio dal titolo Jenny, in cui Constance Wu vuota il sacco sul sofferto tentativo puntualmente fallito di rimanere incita del suo compagno, per poi con disagevole auto-ironia ammettere un errore fatale e mortale costatole un upload di coscienza, avviato attraverso sofisticati macchinari predisposti a monitorare, modificare e donare di nuovo la memoria.

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sette anime, poca visione

Solos sembra allora utilizzare la tecnologia insita nel genere sci/fi per far defluire e ampliare condizioni estremamente e unicamente umane, strizzando l’occhio all’anti-socialità del presente (esemplare l’episodio pandemico con Uzo Aduba inglobata dalla sicurezza/auto-sabotaggio di una casa che per vent’anni l’ha protetta da un virus) o agli sconvolgenti risvolti di neo-processi di fecondazione nel penultimo racconto/dialogo tra la madre Nicole Beharie e un pericoloso figlio cresciuto fin troppo in fretta per un malfunzionamento del software.

A ben vedere dunque, la serie Amazon è da considerarsi piuttosto come tentativo seriale di combinare l’impianto fortemente teatrale con le ottime interpretazioni attoriali spesso commoventi, più che una reale osservazione cautelativa del futuro che ci aspetta o potrebbe aspettarci, rimanendo al livello di entertainment simil-impegnato dalle aspirazioni non sempre appagate. Quale sia delle sette la storia che risuona meglio con il singolo spettatore, sa solo ad una visione globale dirlo, e senza dubbio Solos si presta ad una visione diretta e continuata anche grazie al suo ristretto minutaggio.