Considerato il film di chiusura di un regista che come mai prima d’ora fa uso di inclinazione e adorazione per rendere omaggio ad un’arte creatrice di sogni, C’era una volta a…Hollywood è la personale lettera d’amore firmata da Tarantino per dire grazie al gioco illusorio del Cinema degli anni sessanta e settanta, tra spezzoni di pellicole cult riproposte dal suo Leonardo di Caprio in versione attore western in piena crisi; ai cartelloni sui Boulevard californiani; alla vita da set scissa tra attese e copioni da assimilare, sino agli stuntman tutto-fare e pure galoppini fedeli ma opposti alle loro star.

L’ultimo film del regista de Le Iene e Bastardi senza gloria dissemina volutamente con ironia citazioni, omaggi e personaggi (Sharon Tate, Roman Polanski, Charles Manson, Jay Sebring, Bruce Lee) muovendosi dietro e oltre la telecamera, mostrando la finzione scenica della macchina cinema in azione nei camerini per poi sedersi col mento in su all’interno del buio della sala cinematografica, tornando a casa davanti alla tv per cenare con le prime serialità, sempre e comunque davanti ad uno schermo. Ma C’era una volta a…Hollywood è dunque solo uno dei metafilm recenti che hanno fatto dell’identificazione con l’oggetto filmico la loro stessa intenzione, e molti altri prima di lui hanno svelato i meccanismi di funzionamento del linguaggio, mettendo a nudo l’inganno della finzione mostrandone l’al di là dello schermo. Eccone 5 da recuperare:

irma vep

1) Irma Vep, Olivier Assayas 1996

Scritto in dieci giorni e girato in meno di un mese, il sesto film del regista, sceneggiatore e critico francese Olivier Assayas vede Meggie Cheung nei panni di sé stessa girare il remake de I vampiri, celebre serial del cinema muto francese, dopo essere stata scelta dal suo regista René Vidal (Jean-Pierre Léaud) per il ruolo della ladra Irma Vep. Accompagnata in giro per Parigi dalla costumista e vestita per il film da una tuta in lattice nero, la protagonista si ritrova nella baraonda caotica di un set partito in ritardo, scontrandosi suo malgrado con attrazioni romantiche (reciproche e non), e l’ego smisurato di registi pronti a tutto per le loro visioni. Rifacendosi al cinema muto, a quello delle arti marziali e affidandosi alla musica dei Sonic Youth e di Luna, Assayas compone una critica arguta sull’industria cinematografica francese degli anni Novanta e dell’incessante conflittualità tra Arte e il cosiddetto intrattenimento commerciale.

cantando sotto la pioggia

2) Cantando sotto la pioggia, Stanley Donen e Gene Kelly 1952

Caposaldo dei film musicali divenuto subito grande classico, la pellicola diretta da Stanley Donen riflette con spirito sulle dinamiche cinematografiche nate a seguito dell’arrivo del sonoro nel 1927, in particolare sugli sconvolgimenti attoriali di star ancora poco esperte alla recitazione corpo e voce così come la intendiamo oggi. Presentata con coreografie magnificamente girate e di grande caratura artistica, Cantando sotto la pioggia spinge al massimo il talento e l’intesa del trio Gene Kelly, Donald O’Connor e Debbie Reynolds per regalare una storia romantica all’interno dei fasti della Hollywood degli anni d’oro, ironizzando sulle belle ma mediocri starlette del cinema muto e sulle prime ingombranti macchine per la registrazione del sonoro. Inserito al decimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi, Cantando sotto la pioggia è meta e cult allo stesso tempo, una gioia performativa per gli occhi, e le orecchie.

the disaster artist

3) The Disaster Artist, James Franco 2017

Considerato uno dei film peggiori di tutti i tempi, additato perfino come il “Quarto Potere dei film brutti”, la storia vera dietro The Room, l’opera prima scritta, prodotta, diretta e interpretata da Tommy Wiseau ha ispirato anni dopo, con successo decisamente migliore, The Disaster Artist, basato a sua volta sull’omonimo romanzo dell’ex migliore amico di Wiseau Greg Sestiero. Quello di James Franco con il fratello Dave, Seth Rogen e Alison Brie è la ricostruzione dei giorni sul set di quell’indimenticabile melodramma romantico che fece ridere il cinema americano nel 2003, tornando indietro sul finire dei ’90 agli albori dell’amicizia tra Wiseau e Sestiero all’insegna del grande sogno americano.

Riflettendo sul talento e sull’incompetenza, utilizzando pur sempre un’attitudine bonaria per nulla demolitrice, James Franco ricostruisce con cura maniacale alcune scene ormai stra note di The Room, dai ripetuti ciak di sequenze entrate nella storia, e mimando alla perfezione tonalità, sembianze e atteggiamenti di un Tommy Wiseau certamente ridicolo, ma in cui si può ritrovare una dedizione e un desiderio di realizzazione cinematografica come pochi altri. Ed è forse proprio questo l’aspetto che il film di Franco ha voluto evocare.

a classic horror story

4) A Classic Horror Story, Paolo Strippoli e Roberto De Feo 2021

È su quel twist in dirittura d’arrivo che il sorprendente horror Netflix di Roberto De Feo e Paolo Strippoli si toglie la maschera del film citazionista per svelare la sua vera identità meta cinematografica, aprendo una sagace riflessione sul mestiere del regista e delle complesse realtà produttive del cinema di genere in Italia. Dopo l’ampio primo atto folto di omaggi e di cliché, il personaggio interpretato da Francesco Russo scoperchia difronte agli occhi di un’incredula e spaventata Matilda Lutz la vera natura di quella casa nel bosco, di quel culto calabrese che la perseguita, di quelle morti a favore di camera e previste da uno script che ha fatto fuori uno dopo l’altro i suoi compagni di viaggio. A Classic Horror Story sorprende esattamente per l’entrata in scena di un aspetto produttivo, creativo e fruitivo al quale lo spettatore rimane incuriosito e meravigliato come la sua stessa protagonista, discostandosi dalla monotonia del citazionismo fine a sé stesso, ma anzi sfruttando il concetto di finzione scenica per costruire un’impalcatura ben più profonda.

the souvenir

5) The Souvenir Parte 1 (e 2), Joanna Hogg 2019 e 2021

Mai arrivato nelle sale cinematografiche italiane, ma presentato nella sua seconda parte all’interno del recente Festival di Cannes 2021, il doppio film di Joanna Hogg è la storia d’amore e cinema di Julie (Honor Swinton Byrne) alter ego della regista inglese, quando sul finire degli anni ottanta era una ventenne studentessa d’arte in una prestigiosa scuola di cinema nel sud-ovest di Londra. Con The Souvenir la Hogg torna indietro nel tempo, a quando s’innamorò perdutamente di un uomo più grande di lei (Tom Burke), e provando a riflettere su come quella relazione di co-dipendenza e di ingenuità ha plasmato la sua vocazione artistica e le prime difficoltà interiori dell’atto originario dell’ideazione, scrittura e realizzazione. Coming-of-age romantico e autodistruttivo, autobiografia sofisticata e anticonvenzionale, The Souvenir è infondo una storia sul processo creativo e dunque un film nel film, assumendo a tratti toni del memoir e dell’addiction drama. Ritagliando e ricucendo pezzi di ricordi, lettere, diari e appunti personali Joanna Hogg affida all’intensa chimica fra i due attori protagonisti momenti di vita vissuta e di reminiscenze sul Cinema come conservatore privilegiato delle nostre memorie.