Nel revenge movie su Netflix Sweet Girl l’attore hawaiano Jason Momoa è un padre vendicativo in fuga con la figlia dagli altrettanto vendicativi leader di una casa farmaceutica.

Recensione di Sweet Girl:

Non sarebbe dovuta andare così. La prima frase pronunciata da Jason Momoa nel prologo del thriller vendicativo disponibile su Netflix Sweet Girl, presagisce ancor prima di cominciare l’esito naufragato dell’intera pellicola diretta da Brian Andrew Mendoza, che con l’attore di Aquaman e Game of Thrones condivide inoltre la stessa compagnia di produzione. Non sarebbe dovuta andare così neanche la volontà scostante del suo spettatore nel proseguire la visione, dopo aver compreso già a metà pellicola l’andamento spezzato e prevedibile dell’intera storyline, un alternarsi continuato di scene d’azione costruite su misura nella corporatura massiccia dell’attore protagonista.

E nella stessa maniera, quelle più propriamente drammatico-familiari, iniziati lacrimevolmente dal letto di un ospedale in cui perde la vita la moglie e madre Amanda (Adria Arjona), scomparsa per un cancro che una cura salvavita in fase di sperimentazione avrebbe potuto sanare. Potenzialmente salvifico, il medicinale infatti subisce l’arresto per mano di una prestigiosa casa farmaceutica e in seguito l’aver minacciato il suo rappresentante in diretta tv, Ray giura vendetta per quella guarigione negata e accanto alla figlia Rachel (Isabela Mercel), cresciuta a pane e pugilato, s’intrufolerà con piglio livoroso in una battaglia contro il suo cinico leader.

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Sweet Girl: la doppia espressione di Jason Momoa

Plasmato nella duplice fisionomia del suo interprete principale, Sweet Girl trova nella scappatoia narrativa della battaglia personale di un uomo comune contro le cariche tentacolari e abiette di una parte dell’industria farmaceutica regolata dal sistema sanitario americano, l’incedere ripetitivo di sequenze action e muscolari in cui Momoa eccelle per vigoria, dimenticando però il motivo per cui quel suo stesso protagonista ha così tanta voglia di vendetta che gli scorre nelle vene, procedendo verso il twist sul pre-finale atto a rovesciare le parti di quello credevamo essere l’agente unico degli accadimenti sinora testimoniati.

La scrittura inesplorata sui sentimenti di rivalsa e di accensione impellente di eroismo in rappresentanza degli ultimi è da attribuire agli sceneggiatori Gregg Hurwitz & Philip Eisner, i quali, dopo aver gettato le comprensibili premesse in quello stesso incipit succitato, si avviano troppo repentinamente verso il tutto e per tutto; verso la caccia all’uomo da parte dell’FBI e il conseguente ponte tracciato tra la figlia e la poliziotta, fino appunto al colpo di scena finale.

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Una vendetta servita a metà

Tra inseguimenti adrenalinici in auto, fughe e depistamenti sui paesaggi innevati di una Pittsburgh così simile a New York, cazzotti in metropolitana e molti pugni al pungiball, il film di Mendoza non consegna alcuna eredità tra padre e figlia, men che meno lascia traccia nel filone abusato del revenge movie, adagiandosi a canoni e modelli progressivi e narrativi usurati nella storia stessa del thriller, privando lo spettatore di sussulti tensivi o particolari coinvolgimenti.

Manca la rabbia dunque, non tanto quella fisica rilasciata a dosi massicce anche dalla giovane Isabela Mercel allenata mesi per riecheggiare la prestanza combattiva di suo padre sullo schermo, ma piuttosto quella cinematografica nel voler portare a compimento le premesse iniziali, nel sondare il terreno emotivo dell’eroe al centro del racconto, un uomo alto un metro e novantatré eppure qui costretto a ridimensionarsi nella morsa di una storia e di un film striminzito che proprio non sarebbe dovuto andare così.