Al Festival di Cannes vince Titane, film che va oltre l’essere umano e oltre le macchine, catapultando il pubblico nel cinema del domani

Sinossi di Titane:

Una ragazza dagli istinti omicidi deve scappare dalla polizia dopo aver commerso diversi delitti. È così che fingerà di essere Adrien, giovane scomparso anni prima e che ora, seppur nell’attuazione di una messinscena, può riunirsi al disperato padre.

Recensione di Titane:

La vittoria di Titane a Cannes ha sconvolto e scombussolato l’establishment internazionale sia per il ritorno della Palma d’oro in mani femminili dopo l’altra unica vincitrice in più di settant’anni, l’autrice Jane Campion nel 1993 con il suo Lezioni di piano, sia per la propensione della giuria e del pubblico nel voler premiare un’opera così strettamente legata al genere. È l’horror il pianeta d’ambientazione del film di Julia Ducournau, una dimensione quasi naturale per la cineasta alla sua seconda operazione immaginifica, in cui Raw è stato il suo apripista per un nuovo tipo di racconto dell’orrore trasposto con l’impatto di una rivoluzione corporea e moderna tutta espressa dal grande schermo.

Ma Titane non si limita solamente ad essere la pellicola in cui una donna rimane incinta di una Cadillac, comportando infatti con la sua fusione tra essere umano e macchina un nuovo tipo di oggetto filmico, quello che sta mutando nel corso degli anni all’interno dell’industria spettacolare e che le opere cercano di incarnare con gli inevitabili prodotti dell’ibridazione. Pelle e metallo, persona e oggetto inanimato si fondono insieme in un amplesso sfrenato per mischiare liquidi e sudore in vista dell’imminente nascita di un neonato che è e sarà totalmente altro, spina dorsale in titano e contenitore ancora una volta fatto di carne che diventa Messia di un cinema che non è più stigmatizzazione o divisione, bensì mescolanza, coincidenza di mondi, unificazione.

titane

Figlio non di madre, figlio non di padre

E se l’ibrido è il cinema del domani, se c’è un padre che è pronto ad accoglierlo e così uno spettatore che capisce e comprende le inevitabili e necessarie dinamiche della ribellione cinematografica e narrativa, è anche la divisione tra individui che viene a mancare. Nessuna demarcazione, non un confine in cui il cinema, i suoi personaggi, i luoghi in cui vivono è più definito. Il corpo che accoglie il bambino concepito dalla macchina – tema sempre più centrale nell’ottica audiovisiva e di esplorazione dei racconti come il “miracolo” della fantascienza di Blade Runner 2049 – perde qualsiasi sua connotazione naturale, qualsiasi contraddizione tra maschile e femminile. È involucro anche sgraziato, martoriato, in continua e veloce mutazione per adattarsi ai cambiamenti che sta e stiamo attraversando.

È un corpo androgino che tende precipitosamente a perdere il proprio sesso. Gli organi genitali finiscono presto per dimostrare tutta la loro irrilevanza, orpelli per un cinema del futuro in cui non ci sarà più alcuna differenziazione. È oltre il mostruoso femminile perché perde qualsiasi suo carattere, lasciando solamente quella funzione comunque fondamentale del poter dare alla luce una nuova vita. La protagonista di Titane perde la propria identità portando un nascituro nel proprio grembo e venendo ribattezzata con il nome maschile di Adrien. L’incontro è avvenuto, la contaminazione sta per attuarsi. Quel figlio che cresce, che si nutre di questa creatura che è ormai madre-padre, è il futuro che hanno visto i giurati al festival di Cannes e che il pubblico potrà cogliere con tutta la misticità e il rispetto con cui si accoglie il Verbo. È il genere che non è più statico, ma vuole inglobare il circondario e lasciarsi a propria volta inglobare. È un horror che parla del panorama contemporaneo da cui proviene, dettando il percorso del proprio destino.

titane

L’esperienza sensoriale di Titane

Titane si fa così coinvolgimento fisico anche per lo spettatore, esperienza epidermica di una visione primariamente sensoriale per il pubblico che non solo guarda l’opera di Julia Ducournau, ma la sente, la percepisce, si pone in posizione di contatto. Pelle su pelle che vanno incontrandosi, si sfregano e che subiscono l’una il dolore e la trasformazione dell’altra. È provare ogni violenza a cui la carne viene esposta: la rottura di un naso, il grattarsi per rifuggire da un insopportabile prurito – prurito a cui le protagoniste della Ducournau non possono resistere, come anche in Raw -, il gioco sessuale in cui succhiare un seno e concentrarsi su come questo viene bucato dalla piccola lama di un piercing. È avvertire il bruciore provocato da quelle fiamme (sulla Cadillac, nella casa dei genitori, nel lavoro dell’attore Vincent Lindon) che divampano per incenerire il superfluo, per raderlo al suolo e restituirlo alla cenere.

La dicotomia della pellicola dell’autrice francese è quella che vede Titane trasportare il pubblico e la sua mente in cosmi lontanissimi da quelli reali e al medesimo tempo riempire l’opera di discorsi su un cinema e una post-modernità inseriti violentemente nel contemporaneo, nel qui, nell’adesso. Sono l’uomo e la donna che non possono più essere solo uomo e donna e sono le macchine che non possono più essere soltanto macchine. E, in questo, è il cinema a congiungerli. È il genere a sovrapporli. Perché anche il genere non può più essere solamente genere, ma acquista un incontrastato ruolo all’interno del panorama delle storie. Quello a cui viene affidato il compito di spiegarci il nostro oggi, mentre si spinge sempre più in là verso i corpi, gli abitanti e i nascituri (non) umani e cinematografici del domani.