Voce, anima soul e indipendenza. Dal 30 settembre al cinema arriva il biopic musicale Respect sulla vita e la carriera di Aretha Franklin con protagonista Jennifer Hudson.

Sinossi ufficiale di Respect:

Il film racconta la straordinaria storia di una delle donne più incredibili di tutti i tempi: dall’infanzia – quando cantava nel coro gospel della chiesa di suo padre – fino alla celebrità internazionale. RESPECT è la storia vera del viaggio di Aretha Franklin per trovare la sua voce, nel mezzo del turbolento panorama sociale e politico dell’America degli anni ’60.

Recensione di Respect:

Una consuetudine funzionale sfruttata da molti registi nei racconti biografici, è quella di inserire la scoperta del talento canoro, musicale o disciplinare che sia nella primissima fase della vita del personaggio dipinto. Nel seguire tradizionalmente l’andatura progressiva della linea cronologica, l’abilità precoce dell’essere graziati da particolari inclinazioni funge così da tramite per il proseguo del racconto, sfruttandolo, quando inevitabilmente servirà, come appiglio salvifico al dolore e alle cadute dell’età adulta.

La genialità diventa dunque croce e delizia, slancio e maledizione, vitalità e costrizione, ma pur sempre unico riparo da quel piccolo spazio bianco di trauma irrisolto a cui molti biopic moderni tornano circolarmente a puntare il dito, a ritrovare cioè l’arte come balsamo lenitivo alle contusioni invisibili formate da piccoli, lasciate in sospeso e poi tornate a far male.

respect-recensione-2

Dal salotto di casa ai palcoscenici mondiali

È esattamente su questa premessa narrativa che Respect, biopic con protagonista una Jennifer Hudson incisiva ma non assoluta, fonda il suo andamento personale, ricostruendo dalla Detroit del’52 il battesimo canoro di una bambina, Aretha Louise Franklin, svegliata in piena notte per intrattenere col proprio canto una platea di amici e volti noti. Figlia di un predicatore battista e di una madre cantante gospel, ad un tratto Ree, come veniva chiamata da tutti, non apre bocca per tre settimane. Abusata da un amico del padre in una di quelle sere di intrattenimento e cordiali bevute in salotto, dunque madre a dodici e poi a quattordici anni, sull’orbita silenziosa di Aretha hanno sempre sorvolato gli uomini, dal padre C.L che soffocava i suoi tentativi di scelte indipendenti, al marito Ted White, violento e manipolatore con il quale divorziò dopo un figlio e una lunga relazione nel 1969.

Cambiata etichetta e accaparrate numerose e ambitissime hits, Aretha finalmente riesce a urlare “rispetto”, riscrivendo e riarrangiando il successo di Otis Redding in una canzone immortale, simbolo orgoglioso di un’emancipazione femminile poi inno dei diritti civili e dei movimenti per le donne. La voce di Ree infatti viene ritrovata tramite le risposte entusiaste ed empatiche di un pubblico sempre più numeroso, in performance ormai entrate nella storia della musica soul e rock che film di Liesl Tommy ricostruisce per messinscena e atmosfera in modo certosino, inserendo materiale d’archivio come il funerale di Martin Luther King Jr, al quale Aretha dedicò un tributo commovente e profondamente sentito.

respect-recensione-3

Respect è un biopic tradizione, un omaggio conservativo del talento e dell’eredità di Aretha Franklin

Il lavoro di (ri)scrittura messo in piedi dalla sceneggiatrice Callie Khouri, premio Oscar per Thelma & Louise nel 1991, qui accanto al collega Tracey Scott Wilson, compila in modo strettamente classico e tradizionale, eventi e momenti cardine della sua biografia più nota, evitando però di rivelarne verità e zone d’ombra. Respect si tiene con deferenza nei territori della ricostruzione devota, sfiorando per poco l’agiografia e tenendo costante la bussola verso la sobrietà conservativa, ripiegando sulla musica e sulla costruzione di momenti emotivi.

Della Ree bambina e donna sembra mancare dunque l’anima graffiata, la profondità nascosta e dannata; la rivelazione finale di una donna rimasta orfana di madre e a soli dieci anni deturpata per sempre dal primo uomo che ha rubato la sua innocenza. Mentre di Aretha Frankin emerge l’innegabile verve canora della Hudson, la performatività impeccabile del comparto musicale e visuale, la collezione in susseguirsi di copertine, album e ventuno Grammys.

respect-recensione

Parabola discendente tra apice, caduta e di nuovo immortalità

Non basta allora tratteggiarla nella parabola ellittica e discendente del successo e dell’abisso della dipendenza alcolica; dell’alternanza costante fra risalita e caduta, fino alla lunga sequenza finale, ricostruita e intersecata in parallelo al precedente Amazing Grace, il documentario riemerso dagli archivi della Warner Bros dopo oltre cinquant’anni. Un documento unico che la ritrae spogliata di qualsiasi orpello da palcoscenico, in una messa soul difronte ad una piccola platea di amici e fan, intonando alcune canzoni gospel incise proprio in quelle sere per il suo disco più venduto.

Respect sembra non aver colto l’impalpabilità inspiegabile e potentissima della voce di Aretha, dando l’impressione di aver lavorato sulla somiglianza piuttosto che sull’essenza; sulla conformità regolare (dunque approssimativa o bozzettistica) di un’anima soul, ispirazione immanente e perpetua per le generazioni canore che andranno a farle seguito, e per noi spettatori ai quali è stato donato un repertorio sconfinato di canzoni e di voce insostituibile.