Dopo il portentoso Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti arriva in concorso a Venezia 78 con i suoi Freaks (out)!

Il messaggio arriva forte e chiaro: Freaks out nasce da una sfida: ambientare sullo sfondo della pagina più cupa del Novecento un film che fosse insieme un racconto d’avventura, un romanzo di formazione e una riflessione sulla diversità. E chi siamo noi per impedire ai freaks di Mainetti di avere una voce? Per mettere in piedi un’opera sensata che unisse più anime cinematografiche, il regista romano ha ambientato la storia di Freaks out nella Roma occupata del 1943, dando libero sfogo alla fantasia.

Dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, con Nicola Guaglianone, ci siamo domandati «e adesso che facciamo, di altrettanto “fico”?». Un sequel era fuori discussione, e così abbiamo iniziato a buttare giù alcune idee, guidati da un’unica, grande domanda: «Tu cosa vorresti fare?». Perché un film deve nascere prima di tutto dalla passione, non da un calcolo.

Gabriele Mainetti

La distribuzione cinematografica di Freaks out può essere paragonata alla gestazione di un’ elefantessa. Illustre vittima dei rinvii causati dalla pandemia, oggi, finalmente, il film di Mainetti passa in concorso alla 78. Mostra del Cinema di Venezia, una vetrina importante per un film altrettanto importante. Perché dopo il fragoroso successo de Lo Chiamavano Jeeg Robot, una pellicola tanto attesa meritava il giusto spazio e la giusta rilevanza. Non saremo qui a dirvi se il film ci è piaciuto o meno (per quello potete leggere la nostra recensione), ma siamo qui a raccontarvi di cosa si è discusso in conferenza stampa, alla presenza del regista, del cast, del co-sceneggiatore e dei produttori Paolo Del Brocco (01 Distribution) e Andrea Occhipinti (Lucky Red). E cominciamo dalla domanda più semplice e significativa, che dà poi il titolo al nostro articolo: come sono nati questi freaks?

Il film è nato da un pensiero, anzi due. Quello mio e quello di Nicola Guaglianone. Ci siamo visti nello studio di quella che oggi è la mia casa di produzione e abbiamo buttato giù le idee. Abbiamo messo insieme tutti i film che avremmo voluto fare. Poi Nicola ha avuto un’illuminazione, quella di ambientarlo durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci divertiva l’idea di accostare al freak – che nella sua natura fisica è unico – un elemento fortemente conflittuale, che è quello del nazista. Di fronte a questo lotta così importante è nata poi la storia di Freaks out.

Freaks out è un film molto ambizioso, che ha richiesto uno sforzo produttivo importante. Nicola Guaglianone, interpelletato sempre durante l’incontro stampa del festival, ha dichiarato quanto fosse consapevole di tale lato “poco economico”, e di essersene reso conto nel momento stesso in cui nasceva l’idea di ambientarlo nel periodo bellico. Ma vedere dei mostri agire come uomini e uomini agire come mostri proprio durante la guerra rendeva brillante il progetto sin dalla sua genesi. A tal proposito, Paolo Del Brocco e Andrea Occhipinti hanno dichiarato:

Gli sforzi produttivi di Freaks out possono essere paragonati a quelli di un colossal. Inizialmente, abbiamo cercato di desistere, ma Nicola e Gabriele e il loro soggetto ci aveva convinti dal primo momento. Abbiamo quindi messo in moto una co-produzione internazionale, in cui Rai Cinema è entrata già nelle prime fasi. Una lavorazione molto lunga e travagliata, perché erano previste molte meno settimane rispetto a quelle che abbiamo fatto, idem per il budget. Un film che raramente si realizza in Italia, ma che siamo riusciti a portare a termine con orgoglio.

freaks out circo

Una storia a parte ce l’ha il titolo, così come occorre soffermarsi sul pubblico a cui il film guarda. Mainetti risponde così:

Freaks out, in inglese, significa letteralmente impazzire. Infatti, il villain della pellicola impazzisce. Ma c’è una seconda lettura, che è legata al destino dei freaks protagonisti. Sono simbolicamente protetti dal circo Mezzapiotta, ma quando quest’ultimo viene spazzato via dai bombardamenti, si trovano oltre il loro spazio sicuro e devono fare i conti con la diversità e con il mondo, quindi sono “out”. Il film è per tutti: la censura lo ha approvato. Io cerco di raccontare storie che abbiano una polifonia di strade, fruibili ad un livello un pochino più semplice, nella speranza di poter poi andare a fondo, per chi riesce ad avere lo strumento per coglierlo.

La parola è poi passata agli attori, che hanno raccontato come sono venuti a conoscenza dei loro ruoli.

Claudio Santamaria: Ho letto la sceneggiatura e mi sono emozionato. Se Jeeg Robot è stato lo “scavo”, Freaks out è la “diga”, lo spartiacque di un cinema italiano nuovo. Ho lavorato con Gabriele costruendo questo mio personaggio e la sua forte personalità un po’ nobile. Abbiamo costruito il passato, che non viene poi raccontato palesemente, ma esiste e viene esplicitato dal comportamento. Dietro al “pelo” era necessario costruire una tridimensionalità, una stratificazione.

Petro Castellitto: Per me è un film spettacolare, nel senso: affronta lo spettacolo e non scappa dallo spettacolo. In Italia siamo sempre un po’ abituati a cercare degli escamotage per sfuggire allo spettacolo, invece qui, al mattino, in sala trucco, rileggevo la sceneggiatura e vedevo un’esplosione. Sul set, poi, l’esplosione c’era davvero.
Gabriele cura la regia in modo maniacale, ma ancora di più il lavoro con gli attori. Ogni personaggio di Freaks out ha un orizzonte di idee dentro il quale si muove e questo gli conferisce una vita.

FREAKS OUT ARRIVA AL CINEMA DAL 28 OTTOBRE!