Foto de La Biennale di Venezia

Al festival veneziano Paolo Sorrentino ha presentato il suo ultimo film “È stata la mano di Dio” con Toni Servillo

Dopo grandi successi della critica come Il divo, This Must Be The Place, La grande bellezza e Youth, Sorrentino è ufficialmente diventato il cineasta che rappresenta l’Italia all’estero. Qualche star di Hollywood lo ha addirittura definito il Fellini dei nostri giorni: Jessica Chastain ha recentemente twittato che “è una grande eredità da ricevere, ma lui ci riesce perfettamente”.

Il 2 settembre Paolo Sorrentino, ormai veterano della Mostra del Cinema di Venezia, è tornato al Lido per presentare, in Concorso, la sua ultima fatica.

È stata la mano di Dio è un film intimista che racconta la storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Una vicenda costellata da gioie inattese, come l’arrivo della leggenda del calcio Diego Maradona, e una tragedia altrettanto inattesa. Ma il destino trama dietro le quinte e gioia e tragedia s’intrecciano, indicando la strada per il futuro del protagonista.

Sorrentino torna nella sua città natale per raccontare la sua storia più personale, un racconto di destino e famiglia, sport e cinema, amore e perdita. La pellicola è, infatti, autobiografica, anche se sembra parlare a tutti noi.

La pellicola è per Sorrentino un vero e proprio ritorno alle origini perché per la prima volta dopo L’uomo in più un suo film è ambientato a Napoli. Il ritorno a casa è giustificato proprio dalla storia: un’autobiografia che mette alla luce alcuni eventi traumatici vissuti in prima persona dal regista.

Per me l’aspetto interessante di fare un film autobiografico è che a quel punto quei problemi non sono più i miei problemi, ma sono i problemi del film. E non appena diventano i problemi del film, diventano più affrontabili. Tutti i miei film sono nati da sentimenti che mi appassionavano, ma dopo averli realizzati quella passione è svanita; così ho pensato che se avessi fatto un film sui miei problemi, forse sarei anche riuscito a dimenticarli, almeno in parte.

Uno degli aspetti preponderanti del film è proprio la sua volontà di essere intimo e personale, motivo per cui nella pellicola lo stile tipico di Sorrentino si fa da parte. L’ironia intensa e la stilistica formale sono da sempre gli elementi distintivi del suo cinema, ma in questo film sceglie di metterli da parte e di mettere al centro la narrazione.

Ho cercato di raccontare questa storia senza alcun filtro, in un modo semplice. L’unico filtro è l’evocazione del passato, i ricordi e i sentimenti che provavo quando ero ragazzo. Per questo film non mi sono preoccupato di un’idea specifica di stile. Ho sentito che sarebbe dovuto emergere in maniera naturale. A dire il vero ho pensato che sarebbe stato molto liberatorio per me fare un film senza uno stile prevalente e mi sono ritrovato ad apprezzare quello che in passato avevo sempre cercato di evitare.

Come possiamo immaginare, la scelta del cast è stata cruciale perchè il film risultasse autentico. Il giovanissimo Filippo Scotti ha interpretato Fabietto (alter ego del regista) ed è stato scelto per la sua bravura innata, per la sua somiglianza a Sorrentino e per quell’attitudini timida molto simile a quella del cineasta a 17 anni. Per i ruoli dei genitori sno stati scelti due nomi di spessore: Teresa Saponangelo e Toni Servillo.

Per me, Toni è come un fratello maggiore. Ma è anche una figura paterna, dunque mi è apparso naturale chiedergli di interpretare il padre. È stato molto interessante per me osservare che, come tutti i grandi attori, malgrado non abbia alcun legame con il mio vero padre, Toni sia in qualche modo riuscito ad assomigliargli. È come un mistero magico che solo gli attori più straordinari sono in grado di compiere.

Per scoprire di più sul nuovo film di Sorrentino, vi consigliamo di leggere la nostra recensione!