Il momento finalmente è arrivato: Gabriele Mainetti presenta a Venezia78 il suo Freaks Out, tra guerra, fantasia e Steven Spielberg

Sinossi ufficiale di Freaks Out

Roma, 1943: Matilde, Cencio, Fulvio e Mario vivono come fratelli nel circo di Israel. Quando quest’ultimo scompare misteriosamente, forse in fuga o forse catturato dai nazisti, i quattro “fenomeni da baraccone” restano soli nella città occupata. Qualcuno però ha messo gli occhi su di loro, con un piano che potrebbe cambiare i loro destini… e il corso della Storia.

Recensione di Freaks Out:

Freaks Out è diventato uno di quei titoli avvolti nella leggenda. Più di quattro anni sono passati dall’annuncio, la preparazione, la produzione e la realizzazione del secondo film di Gabriele Mainetti, il suo circo Mezzapiotta che tutti quanti aspettavano al cinema dopo il debutto di Lo chiamavano Jeeg Robot e che ha vagato e pagato prima di stabilirsi ufficialmente alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove ha deciso finalmente di esibirsi. Un mito attorno a quello del secondo lavoro del regista romano che parte dal rifiuto della direzione di Venom 2 alla decisione ferrea di non pensare (almeno per il momento) a un sequel del suo Jeeg Robot. E poi ancora scene da aggiungere, reshoot, rinvii a date da destinarsi e toto-scommesse sul festival al quale avrebbe partecipato. Una giostra in cui è stato determinante il sopraggiungere del virus da Covid-19, che ha rimandato di un intero anno il rilascio in sala dell’opera, apparentemente ormai irraggiungibile.

Attendere Freaks Out, dunque, era un procedimento che non comprendeva più curiosità e aspettative, bensì il bisogno spasmodico dello spettatore di poter godere di quello che, qualsiasi fosse stato poi il risultato, sarebbe rimasto come uno dei film più iconici della carriera del regista. L’impegno però è stato ripagato e così anche quel fedele seguito che la pellicola è andata nel corso degli anni creandosi: Freaks Out è la prova che di cineasti come Gabriele Mainetti ne ha avuti pochi il nostro cinema, così internazionale in una nazionalità tutta propria che è insieme riuscita e successo del suo lavoro.

freaks out

Gabriele Mainetti e Nicola Guaglianone: fabbricatori di sogni

Un’idea, quella degli strambi di un circo itinerante con dei superpoteri pronti ad uccidere i nazisti, che soltanto un altro grande sognatore del cinema italiano come Nicola Guaglianone poteva avere, subito accolta da Mainetti per una sceneggiatura scritta a quattro mani, dove le passioni e le visioni dei due autori confluiscono per un numero acrobatico composto da guerra e fantasia. È al cinema americano appartenente all’industria delle narrazioni epiche e eternamente classiche a cui i due guardano, verso cui si spingono, si protraggono, per poterne esprimere quello spirito che in Italia ci hanno sempre detto impossibile da poter imitare e che Freaks Out invece contiene con un’agilità che solo chi ama e ha compreso il cinema può ripetere, assorbire e reinterpretare.

È l’operato di Steven Spielberg che aleggia nell’opera di Mainetti: i cattivi nazisti alquanto crudeli la cui personalità è ben caratterizzata, un bacio sparato nella luna che contiene due ombre come quel famoso E.T. in bicicletta, le esplosioni e i proiettili di una sequenza di guerriglia finale che riverbera delle azioni e dei ritmi di Salvate il soldato Ryan. Ma è soprattutto il cuore quello che più di ogni altra cosa pulsa all’impazzata nella pellicola del cineasta – da sempre segreto chiave della filmografia di Spielberg. È l’aver creduto in un cinema delle attrazioni possibile e averlo saputo mettere in piedi proprio come lo si era da sempre visto, immaginato. È una chimera a cui l’autore si è attaccato e che se con Lo chiamavano Jeeg Robot ha spiegato le proprie ali, con Freaks Out ha definitivamente preso il volo.

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Freaks Out tra effetti speciali e cuore

Emoziona e sorprende questo slancio produttivo. Commuove e fa sperare. Un’opera che non trascura il proprio contenuto per l’esaltazione degli effetti speciali, che non sacrifica i personaggi e le loro peculiarità per dimostrare di aver saputo maneggiare fucili e carri armati. Ma ancor più di l’aver compreso che senza un ottimo antagonista nessuna storia può realmente funzionare, rendendo quasi protagonista il tormento del musicista Franz che vedeva nel futuro e rivestiva il ruolo di “Cassandra del Terzo Reich”, di una dolorosità struggente che permea la grandiosità del film. Un individuo tragico, patetico nella sua accezione più drammatica, che se viene supportato dalla scrittura di Mainetti-Guaglianone è comunque l’interprete Franz Rogowski a riempire di una gravità unica, tipica solo dei migliori personaggi. 

Una detonazione potentissima quella che Freaks Out fa provocando una scossa al panorama nostrano, come e molto più del suo fondamentale predecessore. Un lavoro così ambizioso eppure totalmente ripagato, il coraggio di andare avanti con i propri desideri fino a quando non si riesce a farli avverare, proprio come ci ha insegnato tanto cinema commerciale e come si augurano di fare le opere del regista italiano. Capire di avere un dono e non avere paura di mostrarlo: Gabriele Mainetti lo sa bene e, infatti, ha lasciato scoppiare il suo.