Il buco è l’esperienza massima da festival del cinema, dove le immagini scorrono volendo l’immersione totale dello spettatore

Venezia78 è tornata alle glorie e al glamour stilistico degli ultimi anni pre Covid-19. Un festival in cui il cinema viene considerato in ogni sua forma, da quello in grado di poter intrattenere il più largo tipo di pubblico e insieme incontrare i gusti ricercati e raffinati dei suoi partecipanti più selettivi. Un’alternanza di opere e lavori in grado di mostrare realmente la mutevole pelle di una Mostra d’Arte Cinematografica che crede davvero nella propria nomea e che non risparmia sorprese o dà conferme di ottimi autori che si alternano per un panorama variegato in cui poter scovare davvero di tutto. Nella sua 78esima edizione, l’evento cinematografico ha concesso al grande cinema di presa e al clamore americano di invadere le sale e le strade del Lido, dando il proprio tempo anche al cinema autoriale duro e puro di poter sopraggiungere, non con meno interesse e stupore rispetto alla propria controparte colossale e finzionale.

È Il buco di Michelangelo Frammartino il vero e proprio primo titolo da festival di Venezia78, in un’accezione del tutto utilitaristica e labile come spesso sarebbe da ricordare quando si parla di questo indefinito e indefinibile genere. E non è certo il lungo silenzio a decretare l’autorialità dell’opera. Non è nemmeno il tempo prolungato con cui il regista si dedica ai suoi ambienti o agli eventi naturali che, semplicemente, avvengono attorno. È un’armonia nelle immagini, l’intenzione dietro a questa operazione durata anni, il fatto di unire nuovamente la grande metafora della vita a un elemento così reale come questa voragine nel terreno dentro a cui si immergono gli individui ripresi, veri speleologi.

il buco

Dai fatti alla ricostruzione autoriale

Il buco infatti è l’esplorazione del fosso del Bifurto nella Calabria in cui il regista torna, sua casa natale. Un’impresa a 700 metri di profondità ispirata a fatti reali che si contrappone all’altura di uno dei primi palazzi altisonanti della bella Italia nel boom economico, simbolo di un benessere a cui Frammartino sostituisce la libertà e il pauperismo della vita in campagna invasa momentaneamente da un gruppo di giovani che hanno intenzione di calarsi in una pericolosa, ma infrenabie ricerca. Un immettersi completo quello dei protagonisti, che con il loro mestiere e la volontà di Frammartino di rimettere in scena l’evento che ha segnato una delle scoperte speleologiche più significative del Novecento ripropongono la visione circolare e universale dell’uomo in relazione all’ambiente. Un’indagine sotterranea a cui l’autore fa corrispondere il ciclo vitale dell’uomo, in una ripresa echeggiante del suo Le quattro volte.

Seguendo la filosofia Aristotelica che ritrova in un continuo rincorrersi e sostituirsi i principi costituenti del vivere sulla Terra, il film di debutto di Michelangelo Frammartino riverbera undici anni dopo ne Il buco in un’impresa che è tanto fisica, esplorativa, dai fini quasi superiori quanto dimostrativa dei collegamenti che si formano tra gli esseri. Dentro, fuori, all’esterno o all’interno di un abisso. Analogie che giungono in maniera mai forzata al cineasta, ma sembrano palesarsi a lui stesso come al pubblico con una necessità tale che è la natura medesima a sospingere e suggerire.

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Il buco: quando la natura parla all’uomo

Il vento parla mischiandosi alle voci degli speleologi e dei pastori. Le foglie sussurrano avvolgendo le tende dei pionieri. Il fuoco scricchiola dando avvertimenti a coloro che arrischiano il loro spazio per addentrarsi in tunnel angusti. Il cinema di Michelangelo Frammartino è ancora una volta esperienza contemplativa che osserva con attenzione volendo far sovrapporre all’occhio della macchina quello dello spettatore. Una realtà che il regista restituisce privandosi di luce artificiale e calandosi nel fosso del Bifurto solamente con le torce dei caschetti di coloro che in questo si inseriscono. Un’ironia inattesa è infine la componente che caratterizza l’iniziativa de Il buco, quella che allieta la quotidianità e che sarebbe stato quindi ingiusto escludere dallo scrutare che si richiede allo spettatore.

Sedersi e guardare Il buco è dunque una delle testimonianze più assorte che potrebbe mai capitare nel susseguirsi di opere durante un festival. Un momento per fermarsi, osservare e lasciare che siano le immagini a comunicare, senza sforzarle o sforzare se stessi nel volerle interpretare, ma concedendoci di venire trascinati direttamente al loro interno.