Toni Servillo è Eduardo Scarpetta nel film Qui rido io, storia tra i figli illegittimi dell’attore e drammaturgo e la sua fedeltà al teatro

Sinossi di Qui rido io:

Eduardo Scarpetta (Toni Servillo) si divide tra la sua produzione teatrale e le diverse relazioni intraprese con tre donne differenti da cui nascono i figli illegittimi dell’uomo. Una fedeltà che l’autore riserva solo alla sua arte, che lo porterà comunque in tribunale per una parodia di un’opera di Gabriele D’Annunzio. 

Recensione di Qui rido io

Avere nella vita una faccia come quella di Toni Servillo è una fortuna da non sottovalutare. Dei connotati capaci di adattarsi a qualsiasi tipo di espressività, sempre così attenta pur nella sua esagerazione, che si fa maschera napoletana tra le tante che l’attore ha nel corso della sua carriera interpretato e questa volta sfrutta proprio per vestire i panni di un genio comico che del viso e la fisicità ha fatto la firma dei suoi personaggi. È Eduardo Scarpetta, drammaturgo e attore, il protagonista a cui Servillo va ad applicare l’elasticità del suo volto, il mito teatrale partenopeo e nazionale che ha ucciso Pulcinella per far sorgere la fortuna di Felice Sciosciammocca, croce e eredità di un’arte e di una famiglia inquadrate entrambe da Mario Martone nel film Qui rido io.

Assieme alla moglie e collaboratrice Ippolita Di Maio, il regista gioca di cortocircuiti nello stabilire in forma cinematografica una storia di e in teatro, adattata per il grande schermo dopo essere passata per i palchi nostrani, proprio come accadde alle opere di Scarpetta e al successo che ebbero anni dopo in versione cinematografica. E nel film su Eduardo Scarpetta è il teatro stesso componete motrice che organizza le scene e modula il ritmo del dramma. Dentro e fuori, poca finzione e grande, grande realtà. Qui rido io richiama l’enorme scritta che compare su di una villa neogotica sopra Napoli in cui Scarpetta andava a villeggiare e altresì l’ego spropositato di un artista che si erse in quanto gloria del panorama Novecentesco italiano e si sentì legittimato di farlo anche come uomo.

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La vanità di un uomo di teatro

Tre donne, nove figli, solo tre riconosciuti mentre gli altri sei illegittimi, tutti insieme che si muovo andando avanti e indietro tra le quinte in una successione continua che vuole mostrare la determinazione del drammaturgo contrapposta alla proficuità parentale che lo rendeva presente per tutti, ma forse in fondo padre di nessuno. La famiglia Scarpetta, i suoi molteplici individui, si piegano alle volontà di un attore la cui fedeltà era rivolta solamente verso le sue creazioni e del tutto esclusa dal perimetro della camera da letto.

Un constante contrapporsi nel film di Martone che si permea nella sua prima metà di tutto ciò che il teatro significava per questo proficuo e asservito autore. Una plasticità artificiosa e decantata, a motivo e con sontuosa capacità, che si perde però proprio nel trattare del lato personale del protagonista. Una vanità che parte da Scarpetta e sembra che finisca per ingombrare ogni singolo spazio dell’opera. Sicuramente rappresentativa del personaggio, uomo e artista, ma infruttuosa nel poterne restituire un’immagine che non sia altro se non puramente descrittiva.

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Qui rido io e l’ennesimo capriccio di Eduardo

La conflittualità di Qui rido io va infatti spostandosi nel corso del film sulla questione della disputa legale tra Scarpetta e D’Annunzio, appesantendo notevolmente ciò che fino a quel momento aveva saputo catturare lo spettatore ossia il precario equilibrio di quella famiglia e compagnia teatrale su cui a capeggiare, ovunque, era Eduardo. Il concentrarsi su una diatriba artistica focalizzata sul valore concettuale e legale di un’opera d’arte in contrasto con quello che Mario Martone aveva orchestrato nella prima parte con necessaria e per nulla invadente pomposità: un’evidenziare una tendenza teatrale che era e doveva rimanere – come invece non accade – anima del film.

È così che Qui rido io finisce per svuotarsi di ciò che costituiva il principale interesse del pubblico, dislocando il suo intento iniziale e rendendo marginale quella dinamica astrusa che voleva Scarpetta punta di una piramide in cui ognuno doveva sostenerlo collocandosi alla sua base. La pellicola dunque finisce, il sipario viene abbassato. Ma le difficoltà di avere Eduardo come padre, di essere i tre fratelli De Filippo – da sempre illeciti eppure principali detentori del titolo di artisti di quel padre-autore – e del tacitamente acconsentire ai suoi capricci rimangono quasi collaterali. Perché forse, in fondo, anche qui Eduardo Scarpetta è riuscito a mettere la propria mano. A rendersi ancora una volta protagonista assoluto, pronto agli applausi e a nulla di meno, trascurando la propria famiglia mettendola alle spalle e conquistando il centro del palcoscenico.