Jane Campion torna al cinema dal 2009 e lo fa con The Power of the Dog, tra cowboy, segreti e i territori del montana con Benedict Cumberbatch

Sinossi di The Power of the Dog:

Phil (Benedict Cumberbatch) si ritrova dentro casa la nuova moglie del fratello Rose (Kristen Dunst) e il suo unico figlio Peter (Kodi Smit-McPhee). Ostile e respingente con i due nuovi membri della famiglia, l’uomo stringerà un’ambigua amicizia con il ragazzo…

Recensione di The Power of the Dog

The Power of the Dog è un evento cinematografico perché vede ritornare Jane Campion alla regia dopo il suo ultimo film del 2009 Bright Star. Momento che si amplifica vista la sua presentazione alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e che vede la propria storia basarsi sul romanzo del 1967 di Thomas Savage, che mescola insieme traumi e pelle, uomini e bestiame, interiorità messa a confronto con la vastità dei territori del Montana. Per rimettersi in sella, Campion punta sui nomi del suo cast, ma ancor di più sui volti che i suoi attori devono avere per poter evocare tutto il non detto che il racconto deve e vuole esprimere.

Benedict Cumberbatch, Kristen Dunst, Jesse Plemons, Kodi Smit-McPhee. Attori impeccabili, ma ancor prima necessari per soddisfare i bisogni della pellicola, per inserirli in un deserto che se non è naturale è certamente quello che finiscono per dover attraversare intimamente i personaggi. Individui idealmente condotti fino all’istante in cui dovranno esplodere, in realtà costretti a trattenersi finendo al contrario per implodere, aumentando la tensione che li unisce eppure trascinandoli fino a disinnescare ogni loro possibilità.

the power of the dog

Tutto ciò che non viene mostrato in The Power of the Dog

È il 1925 l’anno d’ambientazione di The Power of the Dog. È il contesto mandriano quello in cui si muovono i protagonisti, da cui sembrano tutti volersi allontanare mentre Phil Bunbark (Benedict Cumberbatch) tenta saldamente di rimanerci attaccato. La civilizzazione contro la vita campestre, l’educazione – quella che anche Phil ha ricevuto, ma non vuole manifestare – contrapposta ai modi e agli usi della periferia montana. Mentre l’uomo cercherà in tutti i modi di ristabilire un contatto col fratello George (Jesse Plemons), quest’ultimo prenderà in moglie la vedova Rose (Kristen Dunst) e in carico il suo unico figlio, il quale andrà stridendo e poi legandosi proprio con Phil, in una relazione stretta e ormai inseparabile come una corda ben tirata.

Nel trarre la propria opera dal romanzo di Savage, scrivendone la sceneggiatura mantenendo la struttura solida e classicheggiante appartenente alla dimensione letteraria, con The Power of the Dog Jane Campion imbastisce un materiale che invita lo spettatore a superare le apparenze e a giocare di astrazione. Quella di una complicità omoerotica, ma insieme anche sadica tra il personaggio di Phil e il giovane Peter. Quella di un uomo che ricerca in suo fratello un briciolo di affetto e complicità, vedendosele però continuamente negate. Ma soprattutto quella di un cowboy che sa di dover nascondere se stesso e, per farlo, deve necessariamente mostrarsi esattamente all’opposto di come potrebbe (forse vorrebbe?) essere, aderendo a dei dettami rurali e machisti che sono solo il riflesso di ciò che da lui si aspetta la società e che, se li facesse decadere, potrebbero portalo alla rovina.

Inganno e simulazione sono le strategie che giostrano la pellicola di Jane Campion, che creano le impalcature in cui devono convivere i personaggi, lo sporco di Cumberbatch che deve contrapporsi al profumo del pulito del fratello Jesse Plemons e quel richiamo al doversi lavare che dovrebbe far cadere qualsiasi trucco così da potersi rivelare. Ma Cumberbatch-Phil si toglie del marciume solamente di nascosto, lontano da occhi indiscreti. Ed è così che con Peter nascerà la sintonia dai toni ambigui che va perseguendosi per l’intero film, un legame in cui dover prendere al lazzo, cavalcare e dominare proprio per non essere dominati.

the power of the dog

Quando la scrittura viene sacrificata per la poetica

Se le pagine di partenza da cui prende l’autrice permettono lo scavare in una sporcizia assai più lurida e intrigante di quella del protagonista Phil, nel suo The Power of the Dog la cineasta va come attinendosi troppo alla volontà della rievocazione e del richiamo tanto da dedicarsi puramente al portare in scena quello che non si vede e di cui si vorrebbe che lo spettatore percepisse ogni tocco. Un’incisività che viene sacrificata per non far perdere di poeticità al film, che sarebbe stata però essenziale narrativamente e emotivamente, facendo invece dilatare la maestria registica di Campion generando un frenante attrito nella scrittura. Uno spremere il proprio racconto con irruenza sulla fine facendo scivolare dalle mani le redine della storia e così, di conseguenza, quelle che la pellicola dovrebbe tenere sul pubblico.

Di uno splendore illuminato dalla fotografia di Ari Wegner, musicata da Jonny Greenwood e intervallata dal fischio inseguitore, perforante e traumatico di Phil, The Power of the Dog brilla di alcuni momenti di gran respiro come il Benedict Cumberbatch nudo e estasiato nella sua personale esperienza sensoriale – quasi in un richiamo alla nudità prestante, ma dalla mano delicata di Harvey Keitel in Lezioni di piano. Ma è poi una restrizione imposta quella che va ad ingabbiare il racconto, a sottometterlo, a non permettergli di galoppare selvaggio ritrovandosi circoscritto a una bellezza incompiuta. Una narrazione estasiante visivamente, quanto mancante di mordace nei rapporti tra i personaggi. Dove il non detto dichiara molto, ma non è comunque abbastanza e in cui i tanti segreti avrebbero potuto scuotere quel perturbante di cui nella pellicola si sente l’enorme, esigente mancanza.