Edoardo Pesce e Massimo Popolizio sono i protagonisti di Ai confini del male, thriller che si perde nello stile, ma riesce ad offrire una prospettiva interessante sul genere

Sinossi di Ai confini del male:

Meda (Edoardo Pesce) è al lavoro su un caso che vede coinvolto il figlio del capitano Rio (Massimo Popolizio). Un’indagine che sembra riportare in vita un serial killer di dieci anni prima e che Meda dovrà affrontare facendo i conti col suo passato.

Recensione di Ai confini del male:

Vincenzo Alfieri come regista è partito dalla comedy, si è spostato sul heist movie/thriller ed è finito per ritrovarsi completamente immerso nel genere. Con Ai confini del male il cineasta italiano si ritrova ad affrontare ancora un’indagine, ma stavolta dal punto di vista criminoso di un rapimento e un possibile assassino parte di una setta, guidata da un vendicatore mascherato che ingabbia e sevizia le sue vittime.

Una storia che prende dal romanzo Il confine di Giorgio Glaviano, ma dalla pagina stampata cerca di distaccarsi attraverso l’insistenza di una macchina da presa e di una messinscena che fanno largamente il lavoro dell’intera operazione. Un addentrarsi con maggiore insistenza nel lato registico di un lavoro che diventa specchio delle intenzioni autoriali di Alfieri, che nel cercare di allontanarsi dalla maniera desueta di fare thriller, si immette su di un percorso ossessivo e perverso espresso attraverso le sfocature della macchina e i suoi movimenti.

ai confini del male

Quando la suggestione va a discapito della storia

Un modo di raccontare che persegue con insistenza un manierismo che è ciò che va costruendo primariamente Vincenzo Alfieri. Codici artistici che vengono definiti seguendo l’intenzione asfissiante di imbastire una narrazione che parte innanzitutto dalle sue immagini e dalla maniera in cui si compone la sequenza. Un’intenzione costante, spinta e alquanto interessante che permette all’opera di allontanarsi dalle consuetudini di quei thriller di cui sappiamo godere pur intuendo fin dal principio la direzione intrapresa. Una pellicola che non si concentra dunque troppo sull’intreccio della propria storia, ma che la usa in quanto tappeto su cui il regista vuole stabilire determinate emozioni attraverso l’utilizzo della camera da presa.

Le suggestioni sono perciò l’obiettivo principale del film di Alfieri e per buona parte del tempo vanno anche a cogliere approfonditamente nel segno. È nel successivo step che il film – e insieme a lui lo spettatore – deve però affrontare uno stallo che riguarda l’eccessivo apporto dovuto dall’artificiosità della regia, che nel volersi mostrare ostinatamente come componente principale dal pubblico finisce per far soffrire lo svolgimento del racconto e l’arrivo alla risoluzione finale.

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Ai confini del male: uscire dalle consuetudini, ma a che costo

L’evanescenza della regia, il suo rendere nel corso della pellicola i suoi contorni sempre più sfocati e il suo punto di vista fortemente ermetico costringono Ai confini del male a doversi porre di fronte ai propri limiti e a evidenziare la necessità che la sceneggiatura ha di veder sciogliere la propria storia. Script a cui è sempre lo stesso Alfieri che va lavorando assieme a Fabrizio Bettelli e all’ideatore del soggetto Glaviano. Ma il racconto vacilla, si affossa, si accartoccia su se stesso nella sua volontà di voler comunicare diventando esponenzialmente esegetico e dimenticando così ad un certo punto di fornire gli indizi di cui lo spettatore ha bisogno. La conclusione è quindi prevedibile. Ai confini del male si accorge che è il momento di giungere ad una chiusura che non è stata adeguatamente preparata e agisce precipitosamente per far sì che tutto quadri in un intrigo complesso e che avrebbe avuto l’esigenza di veder stesi con parsimonia i suoi elementi rivelatori.

La narrazione si sovrappone velocemente dopo aver lasciato un vuoto di ritmo e informazioni al suo centro, cercando di rimediare per la mancanza di uniformità del racconto e non dando respiro a una storia che avrebbe funzionato assai meglio se fosse stata in grado di distillare con coscienza le proprie indagini. Ma, nonostante una spinta propulsiva verso lo stile che si annichilisce di fronte all’inconsistenza della sceneggiatura, Ai confini del male mostra comunque un desiderio di novità e la voglia di attivare le sinapsi dello spettatore non servendogli un thriller confezionato, facendoglielo perciò scartare gradualmente. Una visione che Alfieri richiede alta e costante, incastrandosi troppo sulla sua stessa propensione al magnetismo, facendosi però perdonare per la sua uscita fuori dal comune.