Pif dirige E noi come stronzi rimanemmo a guardare, quasi un horror che in verità racconta il mercato produttivo di oggi con una prospettiva terribile e spietata

Sinossi di E noi come stronzi rimanemmo a guardare:

Arturo è un manager che, senza sospettarlo, introduce in azienda l’algoritmo che rende superfluo il suo lavoro. In breve tempo perde l’occupazione, la fidanzata e gli amici, e decide di lavorare come rider. L’unica sua consolazione è Stella, un ologramma al quale, durante la settimana di prova gratuita, Arturo si lega molto. Non potendo permettersi di rinnovare l’abbonamento, si trova costretto a darsi da fare per ritrovare l’amore e la libertà.

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Recensione di E noi come stronzi rimanemmo a guardare:

E noi come stronzi rimanemmo a guardare è un film horror. Un presente che sembra un futuro distopico non però così lontano dagli anni venti del XXI secolo. Un domani probabile, quello delle app che ci gestiscono la vita, ci danno lavoro e creano anche i nostri amici. Un possibile che vediamo sotto i nostri occhi diventare sempre più concreto, che da horror rende l’opera di Pif un oggetto del reale, che ci catapulta definitivamente nel terrore vero, puro. Perché il terzo film da regista dell’ideatore e conduttore de Il testimone inquadra con spaventosa lucidità la macchina produttiva che è diventata la nostra società, soggiogata dalla tecnologia e dalla dittatura dell’algoritmo. Quella a cui vita privata e vita lavorativa devono ormai sottomettersi, trasformando in orrore la nostra stessa esistenza, più di qualsiasi altro film.

È la mancanza di speranza che rende così ficcante E noi stronzi rimanemmo a guardare, commedia nera come nera è la prospettiva che ci aspetta con insistente imminenza e che Pif sceneggia insieme a Michele Astori prendendo da un soggetto liberamente ispirato da Candido del collettivo I Diavoli. Ma è anche l’attualità che contamina l’opera, quella rivista e manipolata niente meno che dai grandi quotidiani, che soltanto alcuni mesi prima proponevano la storia “Da commercialista a rider felice”, rivisto e corretto dopo essere entrato nell’occhio del mirino riscrivendo ciò che in verità succede.

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La grande metafora del rider

Un mestiere sempre più frequente quello di pedalatori o ciclisti o di guidatori di monopattini che vediamo riempire le nostre strade passandoci affianco sui marciapiedi o vedendoli sfrecciare in mezzo a strade sterrate. Con il vento, con il sole, sotto la pioggia. Emblema di una nuova forma di sfruttamento che ci facciamo passare silenziosamente vicino e che guardiamo di sottecchi dispiacendoci per quella vita all’apparenza grama, tornando presto a casa e facendo poi il nostro ordine su Just Eat pur ripensando ai ritmi e alle policy a cui i rider devono sottostare.

Una figura centrale nei discorsi contemporanei sulla mancanza di lavoro e sui salari ai minimi storici con cui retribuire i lavoratori. Mano d’opera ridotta sempre più all’osso e che in E come stronzi rimanemmo a guardare si tramuta in inedite forme di schiavismo, quelle in cui è la disponibilità continua che bisogna dimostrare, finendo con il dipendente stesso a dover pagare pur di poter aggiudicarsi un lavoro. E se gli elementi a metà tra il futurismo e il 1984 di George Orwell hanno per Pif e il suo protagonista interpretato da Fabio De Luigi la possibilità di poter essere raccontati con ironia, è la concretezza dell’assenza di posti di lavoro e di opportunità di carriera che più affligono della pellicola italiana.

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare: siate affamati. Punto.

Un’analisi piena di angustia, ma quanto mai riflesso dell’oggi che inquieta al punto tale da rendere la visione del film una finestra totalmente spalancata sulle nostre condizioni, sulla richiesta continua di essere produttivi, su di un isolamento sentimentale impedito da costi e tempo libero, anche questo diventato parte di una macchina industriale terribile e fagocitante. Amare un ologramma o un dispositivo è per l’audiovisivo ormai una prassi (Her, Blade Runner 2049), ma se anche questo ha un proprio stipendio allora tutto non può che sconvolgere e ribaltare ancora una volta le aspettative. Quelle indicibili, funeste, portate a degenerare proprio mentre rimaniamo immobili ad osservarne la caduta.

“Siate affamati, siate folli” che tramuta la “vision” di Steve Jobs nella gabbia della privacy spiattellata sui social e nel bisogno spasmodico di un mondo protratto verso la digitalizzazione e la funzionalità. Gli esseri umani diventati sia domanda che offerta di un mercato continuamente al ribasso dove si hanno sempre meno soldi e sempre più beni superflui per cui dover e voler spendere. Quello di Pif è un mondo in cui già viviamo e di cui è bene renderci conto, con una pellicola che non dà speranza perché di speranza non ne possiamo più avere. Allora continuiamo ad affidarci all’algoritmo, ai big data. A venir sfruttati, a sacrificare cibo, riposo, svago. A cercare di allietare la frustrazione con internet, con il delivery, con il nuovo modello di smatphone. E noi come stronzi rimanemmo a guardare.