Claudia Pandolfi e Alessandro Preziosi sono tra i protagonisti di Mio fratello, mia sorella, opera di Roberto Capucci tra ritorni, famiglia e schizofrenia

Sinossi di Mio fratello, mia sorella:

Dopo la morte del padre, Nik (Alessandro Preziosi) e Tesla (Claudia Pandolfi) si rincontrano per spartirsi l’eredità. Sorpresa vuole che, però, il genitore non abbia lasciato al figlio dei soldi e alla figlia la sua casa, come inizialmente pattuito, ma quest’ultima diventa un bene condiviso di cui entrambi divengono proprietari. La richiesta del padre prima di morire è una sola: che i due fratelli vivano per un anno insieme nella casa in cui sono cresciuti, con Nik che scoprirà come approcciarsi al nipote Sebastiano affetto da schizofrenia (Francesco Cavallo), mentre Testla imparerà a lasciarsi andare.

Recensione di Mio fratello, mia sorella:

Sulla stessa onda è un teen drama di Netflix in associazione con Mediaset uscito nel 2021 sulla piattaforma. Un film sull’amore e la malattia, quelli che sempre più spesso sono andati confluendo in un tipo specifico di cinema e che hanno conquistato nel tempo un bacino ben espanso di spettatori. Un prodotto che sapeva perfettamente adeguarsi agli standard richiesti da una finestra mediale come Netflix, affezionata ai protagonisti giovani e particolarmente concentrata sul poter raccontare le loro storie. A tornare in questa commistione che vede Mediaset e Netflix insieme è Mio fratello, mia sorella, film di Roberto Capucci in cui alla produzione va mettendoci mano anche Lotus Production – Leone Film Group per un racconto di famiglia, schizofrenia e ritorni che scelgono come distribuzione nuovamente l’universo digitale.

Se però Sulla stessa onda, nonostante le tante ingenuità che il film presentava e che appartenevano a una determinata visione molto televisiva della pellicola, è stata comunque in grado di comunicare con un pubblico ampio grazie al tentativo di allargamento dei propri confini e di comprensione della propria dimensione mediale, altrettanto non si può dire di Mio fratello, mia sorella. Un’operazione a cui non basta il logo Netflix applicato al proprio principio per non far percepire quel sentore di appartenenza ad una Mediaset di cui abbraccia completamente l’umore e la tipologia di narrazione, sia nella maniera in cui viene esposta e, ancor più, interpretata.

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Spegni Netflix, accendi Canale 5

Sensazione riverberata anche dalla selezione dei suoi protagonisti Claudia Pandolfi e Alessandro Preziosi, che anni hanno passato sulle frequenze di Canale 5, chi al galoppo di cavalli nel 1700 e chi di volanti della polizia di Stato. Volti conosciuti destinati a suscitare un ricordo, anche confuso, nella mente degli spettatori, che si vedono così pronti davanti a loro un banchetto fatto di emozioni spiattellate e di scrittura alla buona che troppo ricordano la fattura di tante, innumerevoli e indigeste fiction già decifrate e per l’occasione travestite da film originale Netflix. Un bluff dove non è abbastanza la firma iniziale della piattaforma o un font accattivante per il proprio titolo così da convincere il pubblico dell’effettiva qualità di Mio fratello, mia sorella, che da subito sembra non rinnegare il suo bacino di ispirazione, perpetrando nella propria melassa.

È così che l’opera incentrata sul riconciliarsi di tale fratello e tale sorella, quest’ultima con un figlio schizofrenico e tutte le conseguenze che una simile condizione comporta, si appropria di un linguaggio semplicistico ed esasperato che estremizza la pellicola di Capucci. Un’apprensione nella sceneggiatura e nella delineazione dei personaggi che ricerca una comprensione da parte dello spettatore e che la pellicola prova a suscitare attraverso il melodramma più spinto, enfatizzato. Sia nei caratteri dei protagonisti, che nella modalità in cui vanno approcciandosi scena per scena. Un’estremizzazione che sbilancia al contempo l’interesse che l’autore ha per gli avvenimenti interni alla pellicola a cui va togliendo di logicità narrativa per sostituirla con puro sentimento. Quello che, però, per il pubblico è impossibile provare, generando una vera e propria avversione verso i personaggi e ancor più verso il modo in cui vengono gestite le interpretazioni.

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Mio fratello, mia sorella e quella fiction ormai tarata

Performance problematiche quelle di Mio fratello, mia sorella a cui se da una parte bisogna scendere a patti con la buona volontà, ma la poca riuscita di Stella Egitto, dall’altra c’è la ben più indisponente interpretazione del debuttante Francesco Cavallo. Un’interpretazione quasi fuori luogo quella del giovane che va ad interpretare il Sebastiano affetto da schizofrenia a cui vengono affidate alcune delle sequenze teoricamente più struggenti della pellicola. Risultato mediocre che tende a non far sentire a proprio agio il pubblico, teso a volersi allontanare anni luce dalla famiglia instabile del ragazzo, dimenticando l’incomodo in cui il film lo ha immischiato.

Come avendo sbagliato i dati della formula per poter ideare e mettere a punto un prodotto adatto all’on demand di Netflix, il territorio di Mio fratello, mia sorella non è altro che quello delle miniserie in prima serata, quei lavori tarati ormai su di un indicatore temporale largamente passato e per questo impraticabile nella cerchia contemporanea. Un’opera indiscreta e sfacciatamente emotiva, piena di ridondante commiserazione, quella in cui si crogiola aspettando di essere apprezzata scoprendo infine di venir soltanto compatita.