Sarà l’amore a piegare l’agente britannico e a condizionarne il destino? No time to die, al cinema dal 30 settembre.

Sembra che l’uomo abbia bisogno di certezze, di punti di riferimento, di convinzioni a cui aggrapparsi durante una vita così imprevedibile. Tuttavia, anche aspetti che abbiamo sempre considerato incontestabili sembrano sfuggire ancora una volta al nostro desiderio di controllo: uno di questi è il tempo. Lo abbiamo sempre dato per scontato, ma in realtà, soprattutto per James Bond, questo non è sempre valido.

Il tempo è gratis ma è senza prezzo. Non puoi possederlo ma puoi usarlo. Non puoi conservarlo ma puoi spenderlo. Una volta che l’hai perso non puoi più averlo indietro.

Curioso che nel titolo dell’ultimo film di Daniel Craig nei panni d’Agente 007 con licenza di uccidere ci sia la parola tempo: No time to die, non è (proprio) tempo di morire. E a “morire” d’ansia spasmodica siamo stati noi; tu, io e tutti i fan del bel cinema d’azione in sala. Atteso a lungo, rimandato di mese in mese a causa della pandemia, sofferto, sognato, No time to die è quasi una leggenda. L’action movie di Cary Fukunaga si è fatto attendere, ha quasi dilatato il tempo e ha patito più di altri film dell’industria tutta. Fortunatamente, come anticipato dallo stesso Craig in un video prima dell’anteprima stampa, arriva al cinema, la sua casa, cioè il posto a cui appartiene. 

SINOSSI:

In No Time To Die, Bond ha lasciato il servizio attivo e si gode una vita tranquilla in Giamaica. La quiete però viene interrotta quando il suo vecchio amico della CIA Felix Leiter ricompare chiedendogli aiuto. La missione per liberare uno scienziato dai suoi sequestratori si rivela però molto più rischiosa del previsto, portando Bond sulle tracce di un misterioso criminale armato di una nuova e pericolosa tecnologia.

Narrare il tempo

Un tempo, appunto, i film di James Bond erano avventure separate, collegate tra loro da personaggi buoni o cattivi. Con l’avvento di Daniel Craig si decise di costruire un unico arco narrativo, una saga con opere derivative che non avevano solo i protagonisti in comune, ma un continuum spazio-temporale-narrativo. Quantum Of Solace (2008) si è svolto subito dopo Casino Royale (2006), che aveva tracciato l’inizio della carriera di Bond come agente doppio 0. Skyfall (2012) si è inserito nella serie per rivelare aspetti importanti del passato di Bond. Ora, il 25° film della serie di EON, No Time To Die, inizia all’indomani di Spectre (2015), conclusosi con Bond (Craig) e Madeleine Swann (Léa Seydoux) che si allontanano a bordo dell’Aston Martin DB5. 

Con Skyfall la saga di Bond compiva cinquant’anni e stilava un bilancio. Sam Mendes decostruiva la leggenda e la rifondava procurandole una “casa”, affiorandone il trauma e confrontandola con un avversario psicotico (Javier Bardem). Riconduceva la serie alle origini, con eleganza e humour british, e consolidava Daniel Craig dentro lo smoking, tra un Vodka Martini agitato e non mescolato e un sensuale giro di lenzuola con la Bond-girl di turno. Con Spectre le (dis)avventure dell’agente con licenza di uccidere diventavano una sorta di epopea crepuscolare, dove il regista restituiva sfumature umane ad un protagonista sempre troppo vicino all’eroismo e lontano dai sentimenti.

La troiettoria precisa del proiettile di una saga così amata procede, e arriva oggi fino a No time to die, un film che si apre con un intento preciso: evocare un mondo di sensazioni delicate e nostalgiche di un uomo consumato, in una prospettiva atemporale creata dal sovrapporsi della memoria involontaria alla descrizione degli eventi presenti. Questo James Bond, quello di un sempre più algido e imponente Daniel Craig, vuole amore, vuole perdono e vorrebbe dare fiducia. Ma sappiamo bene che ogni grande avventura action che si rispetti dovrà avere un imprevisto, uno di quelli che allontana il protagonista dalla sua amata, per vivere di performance, inseguimenti, sparatorie, viaggi, botte e sangue.

COMMENTARE IL TEMPO

Se dal punto di vista tecnico la silhouette di Bond si muove sinuosa e magnetica tra una scazzottata a Cuba e una scorribanda tra i Sassi di Matera, dal punto di vista narrativo No time to die sembra – a tratti – privo di notevole unità organica, probabilmente vittima di tagli di sceneggiatura che ne avrebbero dilatato ancora di più la sua durata, oggi registrata a 2 ore e 43 minuti. Ma non temete, non si tratta di un “difetto” invalidante: l’opera di Fukunaga ha dalla sua un’attraente commistione di generi e omaggi cinematografici che vi faranno dimenticare ogni possibile défaillance. È infatti al direttore della fotografia Linus Sandgren (La La Land e First Man) che va un gigantesco plauso, che con una creatività del tutto personale imprime l’opera nella memoria, regalando composizioni degne di film d’azione, horror e thriller, non dimenticando mai la poetica delle sequenze “sentimentali”, sempre tutto accompagnato dall’ottima colonna sonora di Hans Zimmer

Perfettamente integrato in una logica marketing aggressiva, incredibile come No time to die riesca a essere estremamente commerciale e curiosamente autoriale, alternando azione adrenalinica a leggenda, dramma e humour, virilità e dolcezza, armonia e stordimento.

No time to be a villain

L’unica vera nota stonata di un blockbuster spettacolare che ci permette di salutare Daniel Craig in maniera egregia, è il villain della storia. Povero Rami Malek! Arrivare dopo Christoph Waltz e Javier Bardem non è cosa semplice, e l’attore di Bohemian Rhapsody non regge il confronto nemmeno per un secondo, protagonista di una performance tiepida e priva di appeal, sempre oscurato dalla magnificenza, dall’eleganza e dall’intensità di Craig. Un personaggio dimenticabile e per nulla attraente, incapace di farsi temere, odiare o con cui empatizzare. 

Fortunamente, ad accompagnare con brio l’Agente Bond ci pensano tre fanciulle di tutto rispetto, un po’ Bond-girl, un po’ colleghe e un po’ compagne di vita. Lashana Lynch, tosta più che mai e grintosa come una pantera; Ana de Armas, sensuale e ribelle, complice buffa, agile e seducente; Léa Seydoux, delicata e ferita, emotiva e piena di segreti. Tre figure femminili potenti, tratteggiate con astuzia da una mano che di racconti forti ne ha di certo esperienza: Phoebe Waller-Bridge. 

no time to die cover

Tempo di dire addio

Nulla diremo sul finale del film, emozionante tanto quanto l’addio di Craig sul set della pellicola. Ma ciò che ancora diremo, perché è ciò che caratterizza Bond dai suoi esordi, è quel sapore inebriante di azione pura e totalizzante che l’esperienza di vedere quest’opera al cinema lascia, sequenze da urlo che solo grazie al grande schermo brillano di luce propria. No time to die mette in scena un divistico Daniel Craig, pronto ad accentrare fisicamente ogni scena del film. Ma ciò che sorprende sopra ogni cosa è l’azzardo con cui Neal Purvis, Robert Wade e Phoebe Waller-Bridge hanno deciso di scrivere il film, andando ben oltre ciò per cui è stato concepito: action essenziale in un contesto drammatico, poetico e struggente. No time to die non punta tutto sul genere, emanato con granitica grazia dalla regia e dai protagonisti, ma raggiunge quel guizzo romantico che non ci si aspettava. Ora sì, ora possiamo congedare Craig. A presto, Bond. James Bond.