Nell’anno degli Amarcord cinematografici, anche Kenneth Branagh ripercorre la sua fanciullezza col film Belfast, ambientato durante i disordini del’69 in Irlanda

Sinossi ufficiale di Belfast:

Irlanda del Nord, tardi anni ’60. Buddy, 9 anni, vive in un mondo fatto di lotta di classe e stravolgimenti culturali. Mentre esplodono i Troubles, ovvero il conflitto tra i cattolici repubblicani e i protestanti unionisti, Buddy sogna un futuro lontano dalla violenza, e trova conforto in una gioiosa famiglia. Ma intanto i tumulti si acuiscono, e la famiglia di Buddy dovrà scegliere se attendere che gli scontri finiscano o iniziare una nuova vita.

Recensione di Belfast

Alla 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia il regista e sceneggiatore Paolo Sorrentino ha presentato la sua autobiografia per immagini È stata la mano di Dio, finzione e memoria che nel cineasta napoletano assumono la forma di muse e parenti, di Maradona e maestri, nell’opera più stordente perché autentica dell’autore italiano. L’arrivo ad un personale Amarcord a cui tutti prima o poi giungono, volendo mettere insieme i pezzi di un passato che si tramuta in malinconia costante per questi autori, che decidono così di ripercorrere con la potenza evocativa del cinema la presa di coscienza della propria crescita, del proprio percorso di maturazione e della propria arte.

Dopo il Lido è toccato dunque al Toronto International Film Festival ospitare i ricordi anche lì di un regista e sceneggiatore (conosciuto ai più come attore) quale Kenneth Branagh, convincendo a tal punto con il suo Belfast da vedersi assegnato il Premio del pubblico durante l’evento cinematografico, riscuotendo un richiamo caloroso e condiviso. Ed è la Festa del Cinema di Roma un ulteriore passo per la pellicola del cineasta nordirlandese, che proprio della sua terra di origine vuole riportare gli scontri e le contraddizioni, per un conflitto che lo ha visto rifugiarsi nell’incanto del cinema e nelle parole di un buffonesco nonno, mentre per le strade esplodevano le macchine e si tiravano sassi per rompere le finestre.

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Dalla tenerezza alla paura, fino al ritorno

Sono i The Troubles (I disordini) della fine degli anni Sessanta che Branagh tinteggia di bianco e di nero e che ambienta secondo le istantanee di una memoria che rivive mettendo all’interno del proprio protagonista Buddy i dubbi e le tenerezze che fecero parte della sua fanciullezza. I tentativi di farsi notare dalla bambina più brava della classe, i giochi di cappa e spada che lo vedevano combattere contro draghi immaginari. Ma anche la confusione, lo spavento e i rumori di una Belfast che ribolliva di intolleranza e paura. Quella che non risultava comprensibile per un bambino che cercava di apprendere come fosse possibile distinguere un cattolico da un protestante, e che quella religione in fondo l’aveva sempre un po’ ignorata e un po’ temuta, andando in chiesa solo e soprattutto per non sentire le sgridate della nonna.

Un piccolo protagonista di una piccola strada della capitale dell’Irlanda che vedeva il proprio quartiere come l’intero mondo e così anche tutti gli altri personaggi. L’impianto teatrale che appartiene da sempre alle opere di Branagh e che questa volta l’autore utilizza per portare lo spettatore in un unico luogo e in un unico spazio. Belfast catapulta il pubblico in quei trambusti che hanno cambiato un Paese e segnato indelebilmente coloro che nel timore sono cresciuti, facendoli contorno e insieme motore principale del palcoscenico su cui veder esibirsi il piccolo interprete protagonista Jude Hill

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Belfast e la doppia anima di Kenneth Branagh

Un Jude Hill mattatore convincente, un performer minuto e impostato. Un giovanissimo attore che diventa cifra dello stupore dello spettatore di fronte alle sequenze colorate viste al grande schermo – le uniche all’interno del film – e quell’innocenza che non verrà scalfita pur sfiorata dall’odio immotivato di una furiosa comunità. È però l’ironia la cifra scelta da Kenneth Branagh. Sono i botta e risposta, gli sketch prolungati, gli scherzi seminati all’interno della pellicola e raccolti al momento opportuno. L’aria da commedia che vuole alleggerire un momento vergognoso della parentesi nordirlandese, che vuole essere tanto personale pur non mettendo in secondo piano lo scenario storico, ma sapendo comunque che è la nostalgia il centro di sviluppo della narrazione, che vada virando verso la risata, la messinscena o la ricostruzione.

“A chi è andato via. A chi è rimasto. A chi si è perso.”. Belfast è per un pubblico che può trovare nel film la coincidenza delle due anime da sempre contrastanti di Branagh e che nel suo lavoro più intimo vanno infine a coincidere. L’autorialità con il commerciale, il personale con ciò che può riguardare tutti. Una pellicola semplice e che proprio con quella semplicità sfama lo spettatore, il quale uscirà dalla sala portando con sé le inquadrature scombinate dalle violenze di Belfast, ma che dell’opera ricorderà soprattutto la spensieratezza, i sorrisi e il modo ogni volta di risollevarsi.