L’appassionante storia umana, artistica e imprenditoriale di Salvatore Ferragamo nel documentario di Luca Guadagnino, al cinema dall’11 al 13 ottobre.

In diverse culture il calzolaio viene considerato come un filosofo. Un conoscitore delle cose del mondo, un ideale saggio che possiede in sé le giuste parole e i giusti pensieri, custodendo al proprio interno la maniera per perseguire una via sulla rettitudine. Una personalità da inseguire, assecondare, di cui circondarsi per trarre apprendimento e aspirazione, mentre nelle sue mani racchiude il segreto per la realizzazione di un capo d’abbigliamento fondamentale come le scarpe. Non sarà stato certamente un teoreta Salvatore Ferragamo, ma la prova di possedere al proprio interno un talento lo ha dimostrato fin dalla giovane età.

Futuro creatore di raffinatezze del marchio Made in Italy, icona stilistica di inizio secolo scorso con un’eredità tramandata da padre in figli e da figli a nipoti, la vita di Ferragamo sembra racchiudere il percorso del viaggio dell’eroe dal principio fino alla sua prematura morte, tappe codificate utilizzate per creare personaggi di finzione che, questa volta, si applicano perfettamente a una lunga esistenza come quella attraversata dall’inventore nato a Bonito. È perciò proprio usando una forma estremamente narrativa che Luca Guadagnino realizza il documentario Salvatore – Shoemaker of dreams, sceneggiato da Dana Thomas e realizzato come ripercorrendo una favola che vede il suo protagonista partire da un piccolo paesino italiano per arrivare fino alle grandi stelle di Hollywood.

Alternando alla classica forma ad intervista un corrispettivo raccontato proprio in prima persona da Ferragamo stesso, facendo uso di immagini di repertorio e avvalendosi dell’interpretazione vocale dell’attore Michael Stuhlbarg, Salvatore – Shoemaker of dreams trova quel bilanciamento che l’artista delle scarpe ha sempre ricercato nelle sue “creature”, l’equilibrio coerente e, allo stesso tempo, pieno di fascino che lo aveva reso famoso dai primordi fin oltreoceano e che Guadagnino riesce a trasportare nella sua operazione documentaristica.

Come, quindi, per qualsiasi protagonista che si rispetti, è proprio partendo dalle origini che il documentario esplora il genio di Ferragamo, colpendo per quel racconto che ha dell’incredibile, seguendo la vera vicenda di un bambino che, fin da piccolo, sentì la vocazione di diventare calzolaio. E se a dieci anni fu pronto per lavorare, a dodici per trasferirsi a Napoli ad affinare le sue tecniche e a quattordici anni già dirigeva una piccola impresa di cui era il più piccolo artigiano, è della peculiarità di questa figura fondamentale per un intero settore che si vanno esplorando le capacità e le intuizioni, analisi critiche e ricordi famigliari che si uniscono per farne uscire un’unica visione, dove è sempre l’estro creativo e la dedizione smodata per quello che si amava a risultare predominante e fondativo.

E, nel riflettere sull’impatto che Ferragamo ha avuto sulla moda, il documentario riesce ad avvalersi anche di un interessantissimo compendio sulla nascita del cinema e sul suo svilupparsi nella Hollywood degli anni venti. Un quadro generale di cui Martin Scorsese entra a far parte insieme a una manciata di studiosi e critici cinematografici, analizzando l’influenza che Salvatore Ferragamo ebbe all’interno dell’industria, nonché ripercorrendo anche l’importanza che le sue famose amicizie ebbero nella sua carriera e nelle influenze delle sue scelte.

Un’avventura straordinaria quella percorsa dallo stilista per poter perseguire quello che non era soltanto un sogno, ma un vero e proprio bisogno che gli permettere di portare a compimento la propria esistenza. Un compito chiave per il senso profondo di Salvatore – Il Calzolaio dei Sogni, per una storia che ha del magnifico e lo contiene tutto lì, nel realizzare ciò per cui si è fatti in questa vita.