Scabrosità, osservazione morbosa e visione in sicurezza: per Squid Game è stato facile diventare un fenomeno di Netflix, a prescindere dalla sua riuscita

Soddisfare i nostri feticismi è ciò che ci permettono di fare i film e le serie tv. Guardare attraverso la forma voyeuristica del piacere perverso ed erotico è stato fin dal principio il motore primo che ha permesso agli spettatori di sublimare emozioni e sentimenti negativi rivolgendoli verso la possibilità della macchina da presa, di fronte a cui tutto è finto, tutto è messinscena, e dunque tutto può essere estremizzato mentre lo scrutiamo con indicibile e perversa eccitazione. È per questo che nel corso del tempo la cinematografia si è spinta fino alla voglia riproduttiva di un cinema che fosse più reale del reale, creando ad hoc generi come il gore e mischiandoli agli snuff movie, per credere di poter assistere in ambienti sicuri e sorvegliati a partiche e violenze da cui vorremmo tenerci ben lontani nella vita di ogni giorno.

Nel tempo, poi, è sopraggiunta l’epoca mediale, quella delle foto e dei video prodotti in continuazione, dei servizi giornalistici più scabrosi di qualsiasi cinema dell’orrore e di un universo come quello dell’internet in cui poter andare a recuperare i materiali tra i più truculenti da scaricare in rete. Operazioni senza barriere, senza impedimenti. Una medialità che ha completamente annullato le mura del pudore, sbattendo sulle proprie bacheche Facebook o sui personali o pubblici profili social il peggio di un mondo di cui forse non saremmo nemmeno voluti venire a conoscenza. Un’ultraviolenza che se veniva teorizzata nell’Arancia Meccanica di Anthony Burgess e manovrata stilisticamente da Stanley Kubrick nei decenni Sessanta/Settanta, sembra essere entrata di prepotenza nelle nostre case e nei nostri smartphone rendendo quasi superfluo il rimaneggiamento finzionale dell’audiovisivo.

squid game

Il sadismo della visione

Eppure, in questo mare di impenitenza digitale, il cinema e la serialità hanno trovato ancora la maniera di incuriosire e legiferare. Cosmi che hanno richiesto a loro volta una spinta in più per mantenersi al passo con l’evoluzione digitale e l’esposizione sempre più cruda della violenza, avendo dalla propria il potere di portarsi verso l’oltre e di enfatizzare delle depravazioni rinforzate dall’opportunità di giocare e abbellirsi per concorrere direttamente con la ferocia umana. Non sorprende quindi che Squid Game si stia avvicinando nel diventare il prodotto più visto a livello mondiale sulla piattaforma Netflix. Un record che richiama esattamente la curiosità segreta e deviante dello spettatore, che non può che sentirsi attirato verso un gioco che rinchiude all’interno di un contesto specifico il peggio delle nefandezze realizzabili dalle persone, in una scatola sadica in cui gli unici in pericolo sono i concorrenti sottoposti a diverse sfide, mentre il pubblico può assisterne comodamente e in sicurezza sul proprio divano.

Un successo che sta toccando ogni parte del globo, delineando un andamento che va unendo la cultura coreana sempre più centrale nella dimensione dell’intrattenimento e dello spettacolo mondiale, insieme alla ricorrente morbosità verso missioni omicide in cui osservare le morti più cruente e impensabili. La formula del gioco che segue le direttive di show come Takeshi’s Castle, ma che prende una deriva folle e assassina riconducibile a sottosuoli e circoli segreti dove lo scopo principale delle tante morti è il divertimento di un pubblico che può permettersi di goderne da fuori. Nella serie rappresentato dai soliti potenti ricchi con maschere da animali dorati, ancora più in là da abbonati Netflix che ponendo una distanza come quella dello schermo tra accadimenti e fruizione possono silenziosamente godere di giochetti malvagi a cui nella vita vera non vorrebbero mai avvicinarsi.

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Il paese dei balocchi omicidi di Squid Game

È in questo bacino dell’occasione che si inserisce l’attenzione del pubblico che va lodando una serialità come quella proposta da Squid Game, che si fonda molto più sull’attrazione per una forma di divertimento scellerato che su un reale merito della serie ideata da Hwang Dong-hyuk. Un racconto codificato su generi già esistenti e che pure riescono tutt’oggi a sommuovere una corsa all’impazzata verso la visione di una gara a cui non sarebbe permesso di esistere nell’esistenza quotidiana e che perciò suggerisce allo spettatore di non perdere la lotta di questi nuovi gladiatori pronti a combattere per la propria sopravvivenza. Tipi di racconti che, pur similari a tante cose già viste, suscitano una fascinazione che è più potente di qualsiasi logica narrativa o supposizione di originalità. L’obiettivo è quello di aggiudicarsi un posto sugli spalti e di poter assistere alla corsa di questi concorrenti-criceti nella loro arena-gabbia. Osservazione ossessiva, morbosa, il cui fine è il puro intrattenimento e lo diventa anche in quanto motore degli eventi negli ingranaggi della serie.

Senza soluzioni di salvezza alcuna, né per i partecipanti di Squid Game, né per coloro che non vogliono sentirsi esclusi dal gioco e ne diventano perciò parte attraverso la partecipazione visiva, Netflix mette a segno un altro successo ancora una volta basato più su meriti esclusi dalla vera fattura del prodotto e più legati a ciò che solletica e attrae la gente. Spettatore che potrà tranquillamente accorgersi della mano semplice applicata alla scrittura della storia di Squid Game, ma che sarà ormai talmente interno a quella prigionia da paese dei balocchi assassini che non potrà che continuarla per vedere quale sarà la prossima ruota della morte. Una serie la cui fama, come spesso capita con produzioni che riescono a raggiungere un inverosimile numero di pubblico, viene svincolata dalla sua effettiva qualità. Perché il male attrae più del bene. Anche quando è fatto molto peggio.