A distanza di 30 anni dalla morte dell’iconico Freddie Mercury, analizziamo la performance di Rami Malek nel biopic Bohemian Rhapsody (2018).

Moriva trent’anni fa a Londra Freddie Mercury, iconica rockstar dei Queen, uno dei frontman piiù esplosivi, trasgressivi e istrionici mai visti sul palco. In occasione di questa ricorrenza, noi cinefili non possiamo fare altro che ripensare all’omaggio a Freddie nel biopic Bohemian Rhapsody (2018). Rami Malek si aggiudicò l’Oscar al migliore attore protagonista per questa performance, tuttavia non senza feroci critiche e recensioni negative della pellicola. 

Aprendosi e chiudendosi con la trionfale performance dei Queen al Live Aid del 1985, il film mostra (più o meno) la trasformazione del timido Farrokh Bulsara, figlio di genitori parsi, nell’istrionico e spavaldo Freddie Mercury. Bohemian Rhapsody parte già da premesse narrative errate, per quanto concerne la formazione della band: Freddie viene mostrato mentre si avvicina a una band che ammira nel backstage di un club di Londra. I futuri Queen hanno appena perso il loro frontaman e Mercury ha scritto una canzone che vuole fare sentire subito. Ecco allora che fa il suo debutto con la sua band e, eccetto per qualche volante presa in giro, Freddie e i suoi movimenti sgargianti vanno molto bene. Subito dopo, sono i Queen e girano il mondo. Nel film, il loro percorso artistico si riduce ad affermazioni scontate come: “Mescoleremo i generi e attraverseremo i confini! Le rockstar parlano così?” La genesi di alcuni dei loro più grandi successi – “Bohemian Rhapsody“, “Another One Bites the Dust“, “We Will Rock You” – è trattata in modo sommario, con pochissimi approfondimenti sul reale processo creativo.

Bohemian Rhapsody film

Bohemian Rhapsody fallisce nel suo stesso intento: ricostruire la complessità storica e artistica di una personalità individuale, non di un’immagine. Manca un approccio fresco e perspicace nei confronti dell’espressionismo performativo di Mercury, culturale, sessuale o psicologico che sia. Non vi è intento di ricostruzione storica di un’epoca intrisa di tensioni socio-culturali e  qualsiasi approfondimento ricercato tramite la performance di Malek fallisce: burattino all’interno di una narrazione senza soluzione di continuità, Malek ondeggia tra un’inconsapevolezza di fondo dei mezzi di scrittura e una resa filmica ai limiti dell’intonso, che riduce lo svisceramento della psicologia di Freddie a poche battute.

La figura di Paul Prenter è un deus ex machina forzato, tutt’altro che esplicito: perché guardare dentro a Freddie tramite una coscienza altra, uno sguardo sul mondo esterno? Paul è manipolatore e astuto e lo stesso Prenter – anch’egli morto di AIDS nel 1991 – rilasciò interviste piuttosto dannose dopo la sua rottura con Freddie. Freddie Mercury aveva già un mondo narrativo dentro di sé ed evitare di contestualizzarlo penalizza gravemente la pellicola, che non gravita volutamente attorno all’ambiguità del suo protagonista – per evitare di sondare un terreno impervio – bensì si serve deliberatamente della figura di Paul Prenter come villain, e dell’AIDS come punizione.

Bohemian Rhapsody Rami Malek

Il tale e quale che tanto piace oltreoceano non è abbastanza per salvare la performance di Malek, a cui poco serve immedesimarsi nell’energia feroce di Mercury. L’estesa sequenza finale al Live Aid funziona facendo scattare l’effetto nostalgia ma, ai fini narrativi, conferma il ritratto insipido di Bryan Singer

Anche se le semplificazioni e la drammatizzazione narrativa fanno parte del gioco quando si tratta dell’adattamento di vicende reali e, ancor più, della vita di figure iconiche, in Bohemian Rhapsody la realtà dei fatti è stata quasi totalmente manipolata: che i Queen abbiano voluto riscrivere da zero la loro storia, in chiave più ironica e agiografica? Nessuna certezza al riguardo, anche se le risposte dei fan storici della band e del pubblico generale parlano da sé.

BOHEMIAN RHAPSODY IN ONDA MERCOLEDI’ 24 NOVEMBRE IN PRIMA SERATA SU RAI UNO.