Wes Anderson arriva al suo punto massimo: con The French Dispatch si distacca dalle parole per dare svogo all’estetica assoluta del suo cinema

Sinossi di The French Dispatch:

Wes Anderson ci porta in una Francia fittizia in un giornale fittizio narrandoci tre storie differenti, legate tutte al giornalismo e al suo stile autoriale.

Recensione di The French Dispatch:

La vuotezza può essere un pregio. Soprattutto se si è un regista visionario, che spesso non ha bisogno del contenuto per veicolare le forme e i significati del proprio cinema. Visionario non nell’accezione avanguardista del termine, non di aspirante rivoluzionario del genere o di apripista per nuovi universi. Bensì in un senso più figurale dell’essere visionario, di colui che visiona, che vede, che non necessita di altro se non di una superficie che è ciò che prima di ogni altra cosa arriva agli occhi e ne sazia il desiderio di perfezione e bellezza.

Così è in gran parte il cinema di Wes Anderson, esercizio di stile dove la locuzione non ha valore negativo. Purezza dell’immagine, delle sue geometrie che non rispettano i canoni comuni della quotidianità empirica, ma ricercano nella finzione la possibilità di creare un universo fatto su misura delle fantasie del suo autore. Un modo di approcciarsi alla ricostruzione degli ambienti che da sempre è ciò che è arrivato prima allo spettatore rispetto al racconto offerto ogni volta dal cineasta. E che con The French Dispatch raggiunge il suo punto assoluto. Parabola in crescendo che parte dal 1996 con il suo primo film Un colpo da dilettanti, consolida Anderson nella narrazione con il suo Rushmore nel 1998 e tocca la sua espressione più alta con il film presentato a Cannes 2021.

the french dispatch

Tre storie, tre forme 

Un percorso intrapreso dallo sguardo di Wes Anderson che lo conduce dunque alla creazione di non una, ma ben tre storie tutte intersecate tra loro all’interno di The French Dispatch solamente con la scusante di poter applicare ad ognuna il più cristallino gusto artistico, quasi distaccandosi dal suo portato contenutistico. Prefazione, tre articoli di giornale e infine chiusura e necrologi a cui l’autore affida ogni volta una voce – quella dei giornalisti della redazione del French Dispatch – e un canovaccio che è sì, storia densa e corposa da dover seguire, ma ancor più dipinto che vediamo stendersi con immediatezza nel momento stesso in cui lo osserviamo.

La parola, fondamentale in un giornale come quello in cui lavorano i numerosi protagonisti di The French Dispatch, assume il ruolo di accompagnatrice di colori e disegni che pur nel ruolo fondamentale di raccontare gli avvenimenti riportati nel nuovo numero dell’editoriale non può competere con l’astrattezza della messinscena proposta e la sua estrema ricchezza. Anderson si svuota di qualsiasi appiglio narrativo, esclude una qualunque preferenza verso dei racconti ben formati e predilige a quest’ultimi l’opportunità di riprenderli e decorarli portando la sua immaginazione e la propria regia in dimensioni dell’estetica fuori da ogni scala.

the french dispatch

La dimensione estetica di The French Dispatch

È direttamente nei vicoli di una Francia inesistente che l’opera conduce lo spettatore, vedendo alternati gli interni di una prigione in cui risiede il più grande artista contemporaneo del secolo alle lotte studentesche di giovani che si innamorano della politica e tra loro stessi. L’amore per i cronisti del French Dispatch è quello per la notizia, il prendersi tempo di scrivere e di raccontare ciò che hanno potuto vedere accadere nel mondo. Mentre, per Wes Anderson, è il sublime ad aver occupato le intere pagine del giornale che trovano nella propria direzione tutte le nature registiche che nel corso degli anni lo hanno interessato. L’uso delle tinte, questa vola accentuato dall’utilizzo del contrapposto bianco/nero, l’animazione fumettistica che trova anche qui spazio per una propria sequenza, la precisione delle case, degli edifici, di quelle parallele che tagliano lo schermo ad utilizzo esclusivo del loro cineasta.

In una propulsione estetica ed estatica in cui Anderson decide di liberarsi definitivamente da tutti i crismi delle sceneggiature, con The French Dispatch l’autore completa una parabola di sola confezione che lo porta alla sua meta ultima. Quella della composizione sopra ogni cosa, della maniera oltre la richiesta di dover dire per forza qualcosa attraverso una storia. The French Dispatch ha il lusso delle proprie immagini e solamente con quelle ha intenzione di comunicare. Il paradosso di un film che ricerca il testo – quello dei giornali, dei reporter della rivista – e di cui potrebbe tranquillamente privarsene. L’adorazione per il proprio mestiere che supera le norme per un film che è fatto a misura del proprio autore. Visione, pura e semplice visione.