In Tick, Tick…BOOM! Andrew Garfield è Jonathan Larson, compositore e drammaturgo newyorkese scomparso prematuramente e autore di Rent, il musical che rivoluzionò il teatro moderno. 

Sinossi di Tick, Tick…BOOM!

Jonathan è un giovane compositore di teatro che fa il cameriere in un diner di New York nel 1990 mentre scrive quello che spera diventerà il prossimo musical americano di grande successo. Pochi giorni prima di dover presentare il suo lavoro in un’esibizione decisiva, Jon è sottoposto a pressioni da ogni direzione: dalla fidanzata Susan, che sogna una vita artistica al di fuori di New York e dall’amico Michael, che ha abbandonato il suo sogno a favore della sicurezza finanziaria. Il tutto nell’ambito di una comunità artistica piagata dall’epidemia di AIDS. Il tempo scorre e Jon si trova davanti a un bivio, ponendosi la stessa domanda di tutti: cosa dobbiamo fare con il tempo che ci rimane?

Recensione di Tick,Tick…BOOM!:

Quando stai per compiere trent’anni il ticchettio della vita avanza spietato in due direzioni. Da un lato sfuma l’epoca delle possibilità, della tollerabile incompiutezza e della sperimentazione personale nel capire se il proprio talento sia in grado, o meno, di reggere il peso del futuro; dall’altro invece, concretizza la paura di un’età adulta ormai alle porte, sollecitando a risolversi, a mettere da parte le fatue illusioni della giovinezza e responsabilizzarsi alla tangibilità del mondo contemporaneo che poi così clemente non sembra proprio esserlo.

Jonathan Larson compì trent’anni nel febbraio del 1990. Un compleanno che lo mise in crisi, che si avvicinava come una fiamma al bivio implacabile del confronto con il proprio sogno artistico, e con quegli otto lunghi anni di lavoro serviti per mettere in note e scrivere il suo primo musical Suburbia, presentato finalmente alla stampa nei giorni che conciliavano il suo festeggiamento, e poi mai completamente prodotto. La spietatezza di Broadway, infatti, ad un tratto si allineò a quella della vita, privando il mondo del teatro della sua verve e del suo genio a soli trentacinque anni.

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Fra Palco e Realtà

Debutto alla regia del premio Pulitzer e Tony Award Lin-Manuel Miranda, Tick, Tick…BOOM! riesce a catturare la frenesia dell’orologio che avanza, invitando a cogliere il presente come unica frazione del tempo possibile. Adattando l’omonima pièce semi autobiografica ideata da Larson in contemporanea a Rent, il capolavoro che rivoluzionò la concezione dei futuri musical, il produttore di Hamilton affida a Andrew Garfield il compito d’incarnare per corpo e vocalità un Larson al bivio fra aspirazione personale e sicurezza economica, fra blocco creativo di una partitura musicale così faticosamente voluta e il sacrificio quotidiano al diner in veste di cameriere.

Precedendo con le formalità tipiche del film musicale, in alternanza costante fra numeri musicali e narrazione, il biopic sceneggiato da Steven Levenson ricostruisce le modalità d’esecuzione originaria del monologo rock di Larson come commento a frammenti di arte mischiati alla vita dello stesso, nel momento specifico della creazione, attraversato dal rapporto turbolento con la fidanzata Susan (Alexandra Shipp), la quale sognava una vita professionale all’infuori di New York, e con l’amico d’infanzia Michael (Robin de Jesùs), all’interno dei tragici anni epidemici del virus dell’ HIV.

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Tick, Tick…BOOM! riconsegna l’immortalità di Larson e la comunanza generazionale dei trentenni di sempre

Così, in Tick, Tick…BOOM! il 1990 riesce ad aprirsi e diventare una sorta di grido intergenerazionale di tutti gli aspiranti sognatori e di ogni trentenne inesperto: il talento di Garfield, qui nella sua prima (egregia) prova canora, si presta a rievocare la figura immortale e stravagante di Larson, bilanciando vitalità e malinconia come solo gli interpreti più sensibili osano fare. Come una scenografia ricostruita e decostruita su un palcoscenico, il film smonta la sua natura fittizia e sfonda idealmente la quarta parete per sbiadire i precari confini fra artificio e vita vissuta, riconsegnandoci, diretto, lo scopo ultimo dell’arte: non la vita rappresentata come davvero è, ma piuttosto come essa sia vissuta attraverso un corpo, una visione, un punto di vista.

Quello di Jonathan Larson era uno sguardo caparbio, aperto alla bellezza del mondo quanto critico al sistema capitalistico americano. Era una visione lungimirante nel presagire il (nostro) futuro occidentale visto ed esposto attraverso lo schermo di uno smartphone; ed era un corpo estremamente vitale e vitalistico, incontenibile nel frenare una predisposizione naturale all’Arte, e a dedicare quei (troppo) pochi anni di vita ad una carriera stroncata fatalmente la notte prima dell’esordio di Rent, in un BOOM! da tragico coup de théâtre, anticipato da quei rintocchi d’orologio che siamo incapaci (tutti) di fermare. Se non scegliendo di vivere il momento, ovunque esso ci porti.