Nel suo ultimo film il regista de I cento passi e La meglio gioventù ricostruisce l’intricata vicenda legale del delitto di Yara Gambirasio, scegliendo la via a-sentimentale dei documenti piuttosto che le lacrime

Recensione di Yara:

Controverso” è il termine che si sta usando con maggior frequenza per descrivere il film Netflix su Yara Gambirasio. Controverso perché, con una certa prevedibilità, la pellicola sta generando una catena infinita di dibattiti e riflessioni, di confronti e prese di posizione, in una rifrazione critica e mediatica che riaccende, a distanza di ben undici anni dall’inizio della vicenda, quasi lo stesso clamore popolar-emotivo cominciato con i primi servizi giornalistici nell’ormai lontano novembre 2010, quando, la tredicenne ginnasta di Brembate di Sopra, la sera del 26 a casa da mamma Maura e papà Fulvio non è più tornata.

La discussione attorno al film è dovuta a molteplici fattori, ‒ se si vuole anche extra-cinematografici ‒, su tutti quello sulla relativa vicinanza cronologica del caso di cronaca nera più clamoroso della storia italiana recente, per questo infatti ancora non del tutto ‘digerito’. Un caso che ha tenuto sospesa e al contempo incollata una nazione intera, per mesi davanti ad uno schermo televisivo che non smetteva di occuparsi dell’incredibile indagine a tappeto del DNA o delle sconvolgenti svolte genealogiche del cosiddetto Ignoto 1; dei video in memoriam della ragazzina ancora adolescente o delle rarissime interviste rilasciate dai genitori, centellinate con silenzio dignitoso e capace di rivelare con grande decoro un dolore impensabile.

yara-recensione

La giusta distanza

Alla scarsa distanza inoltre, alla produzione Taodue è stato imputata la colpa di aver semi oscurato la figura di Yara in quanto protagonista umana strappata dalla vita nel fiore degli anni, all’infuori cioè del fatto giornalistico per sé. Rilegandola ad una sorta di ombra fantasmatica per apparire tramite voiceover e letture delle pagine del suo diario, la studentessa interpretata dall’esordiente Chiara Bono appare, tranne sporadiche sequenze casalinghe, come una visione di corridoio attraverso gli occhi della (qui) reale protagonista Letizia Ruggeri, la PM incaricata del caso interpretata con misura e rigore da Isabella Ragonese.  

Che siano errori o passi falsi, il regista milanese quattro volte David Di Donatello Marco Tullio Giordana, sembra a ben vedere aver scelto consapevolmente di optare per un film che ricostruisse in modo chiaro e a portata di tutti un’indagine intricata e costata una cifra esorbitante, cominciata dalla sparizione del 2010 e conclusasi il primo luglio del 2016 in Corte d’Assise di Bergamo con la proclamazione dell’ergastolo di Massimo Bossetti, il quale ancora oggi si proclama del tutto innocente.

yara recensione

Yara non è ancora ‘il film’ su Yara

Yara infatti non è (ancora) il film su Yara Gambirasio, nel senso che non restituisce al pubblico un ritratto umano e femminile dal punto di vista familiare, personale, o addirittura sentimentale di chi era veramente la bergamasca, ma svia piuttosto per la pista indagatoria, agganciando le tappe cronologiche della ricerca del profilo genetico, o in prima battuta delle forze armate chiamate in gran misura a scandagliare chilometri di campagne innevate alla ricerca del corpo. Quasi in maniera documentaristica e spesso chirurgica nello stare estremamente attenti a non scivolare nei meandri dell’emotainment, la Yara di Giordana non ha la forza da pungo allo stomaco di film consimili come Sulla mia pelle, capace di rivelare una storia cruda e crudele trovando la via diretta del tallonamento costante al corpo, poi divenuto simbolo, di Stefano Cucchi.

Qui piuttosto si è cercato di restituire la laboriosità dell’indagine tramite la Ruggeri vista nelle difficoltà di pubblico ministero per genere e in veste di madre, e le relative collaborazioni con il Colonnello Vitale (Alessio Boni) e il maresciallo Garro (Thomas Trabacchi). La soluzione così, è un legal drama a basso impatto viscerale, interessato alla chiarificazione formale dei fatti piuttosto che all’avvicinamento riflessivo fra protagonista e pubblico; freddo anche nel far rinvenire l’apparente normalità di Bossetti, uomo etichettato come “orco” quasi a voler rilegare nella lontananza mostruosa della fiaba d’immaginazione una figura maschile problematica, nascosta da un’ illusoria integrità morale e semplificato nella sua rabbiosa narrazione mediatica, alla quale forse, un giorno, verrà dedicato un film a parte.