Dal suo attore protagonista alla riproduzione del fumetto: i meriti e le criticità del Diabolik di Marco e Antonio Manetti

Sinossi di Diabolik

Basato sul fumetto numero tre di Diabolik, il film si concentra sull’incontro del ladro con Eva Kant e il tentativo del protagonista di rubare un prezioso diamante.

Recensione di Diabolik:

“C’è chi insegue la sua occasione. C’è chi cerca d’esser migliore. C’è chi insegue il suo grande amore. E c’è chi insegue la sua ossessione…”. È sulle note di una delle due canzoni composte e interpretate da Manuel Agnelli per il Diabolik dei Manetti Bros. che si apre il prologo dell’opera fumettistica fattasi lungometraggio e che offre al suo principio una scena di inseguimento per fornirci subito gli strumenti con cui inquadrare il ladro tratteggiato dai due cineasti del genere. C’è immediatamente azione. Non frenetica, né assennata. Ci sono bensì i trucchi, gli stratagemmi, gli assi nella manica di Diabolik. Ci sono gli occhi glaciali di Luca Marinelli, divo contemporaneo che accetta di vestire la tuta aderente del famoso ladro, inespressivi per mostrare il gelo fatto persona nella figura del criminale, posti ad incuriosire e inquietare chiunque se lo ritrovi davanti. C’è la Jaguar, ruggente e roboante, affilata come le lame dei felini.

C’è una Clerville che padroneggia, uno spazio occupato da strutture alte, imponenti; tozze così da occupare volume. Ci sono quelle note, quelle parole che sussurrano con fare seducente all’orecchio di chi sta guardando, facendosi affascinare con un altro senso e cullandosi sulle musiche di Agnelli. E c’è poi, per finire, un inseguimento senza tempo. Quello continuo, ossessivo, tra Gingo e il suo oggetto del desiderio. Mai prenderlo per poter così continuare a seguirlo. Mai acciuffarlo per continuare forse a desiderarlo.

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I tre pilatri di Diabolik

Il Diabolik dei due fratelli romani potrebbe essere anche solamente questo. Un’unica, emblematica sequenza che racchiude esattamente la loro visione del personaggio, quella che lo spettatore si aspetta e la stessa che potrebbe raccontare più di altre parole il ruolo nell’immaginario di questo protagonista di finzione. Ma il titolo compare in cielo diventando sempre più grande ed occupando l’intero schermo. La pellicola sembra volerci dire altro, vuole partire anche a dispetto di quello che potrebbe intaccare. È infatti la precisione di quella scena che va mancando all’insieme che compone l’operazione di Diabolik, un colpo riuscito a metà quello che riescono a portare a termine i Manetti Bros., dove alle tante intuizioni fanno da contraltare le altrettante criticità.

Nel paradosso della perfezione che poteva suscitare Marinelli prima ancora di vederlo nei panni del protagonista, è proprio l’inadeguatezza dell’attore a fare da primo deterrente per l’appassionarsi con coinvolgimento e trasporto alla storia di Diabolik. La mente calcolatrice e la volontà di ferro, che vacilla solamente davanti alla donna amata, fanno dell’interprete una lastra impenetrabile che può anche funzionare durante le sue missioni, ma si fa straniante di fronte agli occhi del pubblico, il quale brama di diventare vittima del ladro, rimanendone invece delusa e distaccata. Se a fare breccia nella sua inflessibilità è la Eva Kant di Miriam Leone, lo stesso vale per una pellicola che decide di porre i due personaggi sullo stesso piano, ma che l’attrice riesce almeno a far fuoriuscire con maggiore convinzione. Forse anche troppa visto l’eccesso di espressioni e gesti esasperati, ma sicuramente più convincenti di qualsiasi sguardo impassibile del co-protagonista Marinelli.

A sovrastare entrambi, rivelandosi il vero traino principale del film, è il Giango intrepido e personale di una naturalissimo Valerio Mastandrea, incapace di suo a crearsi delle sovrastrutture, ma incredibilmente funzionale con la sua semplicità all’interno di un contesto così marcatamente fumettistico. La recitazione degli attori, infatti, così come l’esagerazione di dialoghi e azioni, degli atteggiamenti e delle posture, è innegabilmente frutto di un disegno che persegue la volontà di instaurare un collegamento ipertestuale tra pagina e schermo, carta e prodotto filmico. Scelta che porta a comprendere e in parte a giustificare l’artificiosità di un film a cui, però, è imperdonabile una mancanza di pathos che non permette mai alla pellicola di scalfire a dovere. La finzione pronunciata che fatica a scorrere con disinvoltura, ma a cui è possibile guardare con consapevolezza.

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Un ladro, un uomo

Lì dove però a mancare è un cuore che pulsa, vengono in sostegno la bellezza della colonna sonora – mitica veramente come l’intero film avrebbe voluto essere -, la riproduzione fine anni Sessanta manifestata dai costumi impeccabili della pellicola e l’utilizzo di architetture le quali restituiscono tutta la loro solidità, tutta la loro dignità formale. Edifici che si estendono diventando ricostruzione di un mondo inventato che, più di qualsiasi altra cosa, riteniamo autentico e credibile. Nonché ineccepibile nella sua combinazione, quella tra scene, angolazioni e inquadrature a cui concedono di fare da cornice.

Rimanendo distaccati come Diabolik fa col suo pubblico, l’investimento creativo dei Manetti Bros. è ammirevole per i tentativi, meritevole per alcuni aspetti e amareggiante per certi risultati. L’inizio di una trilogia di cui si aggiusterà, forse, il tiro a partire proprio dal suo protagonista. Ma la storia di Diabolik è appena cominciata e in fondo anche lui è solo un uomo. Sta però al cinema riuscire a renderlo qualcosa di straordinario.