Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, Per questo vi parliamo di spider-man: no way home da un’altra prospettiva

Mi preparo ad andare a vedere i primi quaranta minuti di Spider-Man: No Way Home. È una bella domenica di dicembre, la pioggia ci ha dato finalmente tregua e anche se c’è un sole meraviglioso mi fa sempre piacere passare un po’ di tempo in sala. L’evento poi è particolare. Non solo ci mostreranno in pre-anteprima un assaggio di quello che si è rivelato essere il film più atteso dell’intera stagione cinematografica 2021 – tanto da aver mandato in tilt l’intero internet con l’apertura delle sue prevendite. Bensì ad attenderci ci sarà l’ologramma del suo protagonista Tom Holland, pronto da Los Angeles a rispondere alle nostre domande, per poter placare anche solo in parte la nostra curiosità.

In realtà i primi quaranta minuti di Spider-Man: No Way Home ci mettono addosso l’esatto contrario della calma. Il film, fin dal suo principio, rivela un ritmo ferreo che martella come un tamburo lo spettatore, facendo partire come prima canzone I Zimbra dei Talking Heads e facendoci volteggiare per i palazzi di New York in cerca di una soluzione per Peter Parker nel poter rimediare al disvelamento della sua identità.

Spider-Man: No Way Home: la condivisione prima di tutto

La capacità del cinecomic di Jon Watts, che prende per la terza volta in mano le redini dell’amichevole Spider-Man di quartiere di Tom Holland, è quella di saper accrescere ancor di più un hype che non poteva già che essere alle stelle, ma che monta ancora di più dopo averne avuto un assaggio dando prova sia della propria influenza sul pubblico, che di un’ammirevole qualità. E così usciamo dalla sala ancora più gasati di quanto eravamo entrati, pieni di domande su come si svilupperà la storia di questo Uomo Ragno che, a detta del suo interprete, sarebbe finalmente diventato il leader di se stesso e dell’intero film, lasciando da parte il ragazzo che è stato e puntando al futuro, suo e della Marvel.

Arriva il giorno dell’anteprima. Non c’è embargo, potrei semplicemente entrare a vedere il film e poi uscirne urlando a gran voce la presenza o meno di quegli altri due Spider-Man, di Tobey McGuire e Andrew Garfield, che tutti più o meno (diciamo più) stanno febbrilmente aspettando. Ma il rispetto della visione è sacro e anche se quella della paura dello spoiler non deve diventare una malattia, è comunque giusto avere rispetto per gli spettatori e per i nostri lettori. E il riguardo che si dovrebbe avere è anche quello che bisognerebbe rivolgere alla pellicola stessa, in grado ancor più del suo medesimo contenuto di farsi manifestazione di condivisione e di desiderio di visione da parte proprio del pubblico.

spiderman no way home

L’esperienza cinematografica in assoluto

Era dai tempi di Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame che la gente aspettava di poter rivivere un momento di tale frenesia cinematografica all’interno di una sala. E quell’energia la senti, è innegabile. È il prurito che mette sull’attenti Spider-Man, un tintinnio che fa percepire lo spettatore come parte di un insieme più grande. È il film che prescinde dal suo contenuto e ci porta a dover considerare nella sua totalità la fruizione, la realizzazione e la ricezione stessa di un’opera. In questa sua ottica, Spider-Man: No Way Home si rivela un fuoriclasse come pochi altri si sono mostrati nel corso degli ultimi anni.

Aspirare allo staccare il biglietto per poter accedere nella dimensione adibita alla visione fa del film di Jon Watts un momento di grande cinema quasi più significativo di ciò che poi si andrà a vedere sullo schermo. Un riportare la settima arte alla sua identità prima, quella di un cinema delle attrazioni che chiamava a sé il pubblico per il suo semplice fatto di esistere al di là di qualsiasi contenuto. È poi ovvio che il sapere o meno se vent’anni di fenomenologia supereroistica sono confluiti all’interno di un’unica pellicola influisce sostanziosamente. Ma prendere parte alla proiezione di Spider-Man: No Way Home è prima di ogni altra cosa esplicitazione di un’esperienza filmica che poche altre volte è possibile poter godere nelle quattro pareti di una sala e che porta a dover inquadrare in un perimetro assai più esteso un film, sbrigliandolo dal suo solo intreccio narrativo.

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Un bagaglio emotivo e nostalgico

Vedere Spider-Man: No Way Home è perciò il più bel regalo che un cinefilo, amante o meno dei film tratti da un fumetto, si potrebbe fare. È la manifestazione di un cinema come non siamo più abituati a vederlo, gremito di gente che si avvicenda a parlarne e a voler entrare nella discussione generale per poter dire di esserne stato uno dei partecipanti. E, la sua fortuna e quella di tanti, tantissimi fan, è quella di essere anche un tassello emozionante e fondamentale per lo sviluppo di un personaggio come questo amato Spider-Man di Tom Holland, con un attore che lo interpreta dall’età di diciotto anni e che continua a trasmettere sempre lo stesso entusiasmo.

In una presa di coscienza sull’andamento che la Fase 4 deve e ha già cominciato a prendere, Spider-Man: No Way Home è conseguenza sia degli avvenimenti post-Thanos a livello di storia, sia avanzamento verso un futuro cinematografico per la Marvel che vuole definitivamente chiudere con il suo passato per poter guardare in alto verso l’universo – o, meglio dire, il multi-verso. È l’epicità che forse era leggermente mancata alle opere precedenti a questo nuovo filone e che rivela come siano sempre i pilastri fumettistici consolidati quelli che riescono a darci ancora le maggiori soddisfazioni, puntando sicuramente su un bagaglio emotivo e nostalgico enorme, nonché sul nostro cuore fragile e fanciullesco.

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Da grandi poteri…

Se per Peter Parker è arrivato il momento di diventare adulto, per Spider-Man: No Way Home questo vuol dire farsi tassello imprescindibile per la crescita del personaggio, donandogli l’avventura che, definitivamente, cambierà la sua esistenza. E, come la sua, quella di tanti altri. È il faro per gli affezionati da tempo del personaggio nato da Stan Lee e Steve Ditko e per tutti coloro che lo hanno conosciuto nel corso degli anni. È la sua espressione massima, quella di un Peter Parker che è finalmente pronto a conoscere la sua natura, ma soprattutto che da grandi poteri, derivano grandi responsabilità.

La responsabilità più grande è dunque quella di Spider-Man: No Way Home di farsi evento prima ancora della sua proiezione. Di promettere l’esperienza che trascende qualsiasi risultato. È il voler esserci per essere parte di questo rito collettivo, come al tempo venivano trasmessi i racconti mitici. E mitico, questo Spider-Man: No Way Home, lo è davvero. E lo resterà ancora per molto, ma molto tempo. Che sia in questo universo o in un altro.