Quasi tre ore di dramma medioevale su un’accusa di violenza risolta in duello. The Last Duel sembra un algido film trincerato nel passato, eppure è senza tempo e più attuale che mai

Colpa dei “dannati millennials” oppure no, il penultimo film di Ridley Scott The Last Duel non ha riscosso il successo sperato. Un botteghino scarno nonostante le critiche entusiaste a seguito della première veneziana e, ancor più, a dispetto del lavoro di marketing curato da Disney che lo ha fieramente aggiunto in catalogo a partire dallo scorso 3 dicembre. Secondo il regista, che ormai non ha alcuna reticenza deontologica ad esporsi, la causa del flop è dovuta principalmente alle nuove modalità di fruizione dei film, imputando ai giovani una sorta di pigrizia intellettiva che li ritrarrebbe in balia dei social e del mainstream.

Con tono più imparziale, ma avvalorando la stessa tesi, Ben Affleck che della pellicola è co-sceneggiatore e interprete, conferma e sottolinea quanto e come rispetto alla sala la visione domestica sia più a portata di mano, plasmata sui tempi e sulla volontà dello spettatore, imitando, e alcuni casi aumentando, le prestazioni cinematografiche con impianti video e stereo sempre più prestanti e a costi tutto sommato democratici. Il discorso è irto e impervio, interessante e stimolante, ma sta di fatto che The Last Duel ha sofferto principalmente di una corazza granitica che ha murato e dunque respinto l’avvicinamento di un pubblico cinefilo e non, ovvero l’ambientazione medioevale e dei codici d’onore ai quali si affida.

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Ambiguità e verità nel film The Last Duel

Adattamento del romanzo The Last Duel: A True Story of Crime, Scandal, and Trial by Combat in Medieval France pubblicato nel 20004 da Eric Jager, il film tripartisce la storia di un presunto stupro nella Francia feudale del XIV secolo, ricostruendo quello che nella linea della Storia è riconosciuto come l’ultimo duello giudiziario ufficialmente combattuto in Francia. A lanciare l’accusa è Marguerite (Jodie Comer), la moglie del cavaliere normanno Jean De Carrouges (Matt Damon), abusata dallo scudiero Jean Le Gris (Adam Driver) alcuni mesi prima l’avvio a processo sotto la corte di Re Carlo VI. Alla colpevolezza o all’innocenza dell’imputato corrisponde l’esito di un duello, quello che designerà non solo la volontà di Dio, ma anche la buona fede della vittima, la quale verrà arsa viva se sul campo di battaglia a morire sarà proprio il marito.

Rispolverata da un’epoca buia, inquisitoria, fortemente legata all’oscurantismo e a retaggi che paiono lontani quanto sorpassati, la vicenda di Marguerite sotto la direzione di Sir. Scott e dalla sceneggiatura dei premi Oscar Damon-Affleck assieme a Nicole Holofcener, ci trascina con forza ad un inequivocabile presente post #MeToo; un tempo, questo come quello dell’età di mezzo, in cui la violenza di genere, il possesso e la reputazione sembrano vettori intramontabili di un’umanità perenne. Se il peso dell’armatura, il suono metallico delle spade e i castelli marmorei sembrano infatti gelificare ed indurire un ambiente storico legato ad un immaginario cinematografico prettamente virile, eroico, arretrato, spietato, The Last Duel fa proprio questo linguaggio per esplorarne invece le fattezze e le nefandezze più antropologiche, meno razionali, portando al massimo l’espediente e la struttura narrativa del punto di vista, del diverso posizionamento su una verità, che sembra non esistere eppure emerge sempre.

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Rivivere e ri-vedere la Storia per capire il presente: la lezione di Ridley

Scott escogita un lavoro meticoloso, complesso, volutamente ambiguo. Rivedere per tre volte la stessa storia vuol dire lasciarla raccontare ai tre coinvolti: il marito, che si autoproclama eroe tragico e sacrificale; l’accusato, che romanticizza l’aberrante; e infine la vittima, donna che reclama a gran voce il diritto alla denuncia. Due distorsioni psicologiche e un dirompente atto di coraggio, affidato a loro volta ad un cast di grandi nomi ma ancor più attori ‒ superbo Adam Driver ‒ chiamati ad un lavoro espressivo di sottigliezze, espressioni millesimali e pluralità di sguardi per evocare virtù e narcisismo, seduzione e depravazione, derisione e aggressività.

Sarebbe riduttivo e ancor più ingiusto quindi circoscrivere The Last Duel all’etichetta del period-drama, del kolossal o del dramma medioevale. Quella dell’autore di Alien, Il Gladiatore e del recente House of Gucci è piuttosto una fotografia scattata nel passato quanto mai eloquente del presente; un attraversamento cronologico che abbraccia il trascorso storico, la contemporaneità e (speriamo meno) il futuro prossimo, diventando a suo modo anche una lezione di regia sulla scelta del cosa e del come mostrare, e all’opposto, di quanto il non-mostrare sia altrettanto una soluzione spinosa. Una masterclass da un professore di 83 anni che non ha esaurito né lucidità, né temperamento, né tantomeno lungimiranza, e di cui il Cinema sembra ancora aver bisogno.

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