Il tocco di Steven Spielberg è inconfondibile nel nuovo West Side Story e questo basta per riportare al cinema un capolavoro 

Sinossi di West Side Story:

A sessant’anni dal classico della storia del cinema, torna la storia d’amore tra Tony e Maria, divisi a causa delle rivalità tra le diverse gang di una New York anni Cinquanta.

Recensione di West Side Story:

Un fischio. Un fischio che arriva laterale, da una parte lontana dello schermo. Una panoramica. La sequenza che comincia addentrandosi in una New York che sembra addormentata e che aspetta solamente di potersi stiracchiare e ruggire. I suoi ratti di fogna sono sempre pronti alla lotta, quegli uomini della working class che negli anni Cinquanta hanno incontrato una grande povertà che si è tramutata nella divulgazione di criminalità e violenza minorile. La camera prosegue indisturbata, incrocia la palla da demolizione che ondeggia sopra un quartiere pronto ad essere raso al suolo per edificare al di sopra una nuova vita più accogliente e dispendiosa. Quella che i Jets da sottoterra non potranno forse mai vedere, balzanti e irosi quando fuoriescono dai tombini di fronte alla macchina da presa di Steven Spielberg, che solamente con la sua sequenza iniziale ha già stabilito i toni e il dilemma drammaturgico del suo West Side Story.

È un’anima incredibilmente personale quella che il cineasta inserisce nel suo remake che non è né omaggio, né rivisitazione, ma solamente suo intimo approccio ad un’opera che ha segnato la propria infanzia e con cui da adulto può divertirsi e giocare. Ma l’artificiosità del 1961 viene meno nella visione contemporanea di West Side Story e così fin da quella prima scena tra Jets e Sharks non c’è solamente un balletto intimidatorio e uno schioccare di dita, ma botte e chiodi che feriscono i personaggi dopo aver imbrattato con tracotanza la bandiera portoricana. È così che la banda guidata da Bernardo parla in spagnolo, che i sottotitoli vengono spesso ignorati per permettere ai protagonisti di ricreare la propria comunità e che i Jets continuano a rivelarsi la feccia di una società la quale è la stessa che li ha cresciuti, criminali e instabili come nella canzone Gee Officer Krupke!, ma ancora più soli tanto da dover tenersi stretto il loro pezzo di territorio.

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Quando si dice: un film di Steven Spielberg

La tempra drammatica di West Side Story non perde un briciolo della sua valenza originale ideata sessant’anni prima da Leonard Bernstein, Arthur Laurents e Stephen Sondheim, né tanto meno la poetica danzerina e sentimentale della regia di Robert Wise e Jerome Robbins che condivisero la vittoria dell’Oscar. Eppure, anche se la storia rimane sempre uguale, pur rimarcando con l’attenzione dell’osservatore e l’affetto dell’appassionato la tessitura narrativa e della mise en scène dell’opera cinematografica, il West Side Story di Steven Spielberg ha tutta una sua ragione di esistere.

Una personalità intrinseca, che non importa se ricalca per gran parte un’operazione già allestita nel 1961 dopo essere passata per quattro anni sui palcoscenici di Broadway. Un’impronta che è distinguibile e universale nel suo farsi riconoscere con tale velocità e da emozionare proprio lì, in apertura di un intero film dalla durata di due ore e quaranta. Sebbene West Side Story rimanga invariato nel proprio racconto – di una modernità lucida e scioccante già quando uscì nei primi anni Sessanta – è la maestria di Steven Spielberg a rendere questa nuova versione più che degna di esistere. La sua sola voglia di realizzarlo, la sua regia di una precisione che quasi si annulla quando si tramuta in tratti di meraviglia.

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West Side Story: in un momento l’eternità

Il musical scuote, ma quella commozione è tutta riportabile alla bellezza di un cineasta che ha saputo esattamente rendere suo un lavoro che era incastonato nel tempo, che non aveva la necessità di essere scomodato, che si rischiava addirittura di disturbare turbandone il ricordo e deturpandone la memoria. Ma se l’opera di Robbins e Wise rimarrà un capolavoro d’epoca, quella di Spielberg saprà esserlo presto di un altro decennio, di un altro tipo di mondo, quello completamente riportabile alla filmografia del suo cineasta che trasforma qualsiasi cosa in miracolo al solo suo tocco.

West Side Story è esattamente West Side Story, ma come l’avrebbe (e lo ha) pensato Spielberg. E questo tanto basta. Un film dalla potenza espositiva e di una mente che sa rimaneggiarlo nel presente pur rimanendo fedele ai principi del suo passato. È così che spesso, se ci si sofferma un attimo, sembra di trovarsi davanti ad una pellicola del finire degli anni Cinquanta. Come se l’epoca che mette in mostra fosse la stessa in cui è realizzata. Tutto diventa granulato, sfocato, con un che di antico. Eppure è del tutto contemporaneo. È esattamente in quell’istante durante la visione che ci si domanda: dove siamo? Forse la risposta è: nell’eternità.