Valérie Lemercier scrive, dirige e interpreta Aline – La voce dell’amore, film che prende ispirazione dalla vita e carriera di Céline Dion

Perché un film sulla vita di Céline Dion? “L’ho sempre amata molto, per me è la più grande cantante al mondo.”. Così risponde Valérie Lemercier durante un’intervista in occasione dell’uscita del suo film Aline – La voce dell’amore. Non biopic, opera d’ispirazione. Non fotografia pedissequa degli eventi che hanno segnato la vita della terza cantante più ricca dell’industria musicale, ma figura da cui prendere a grandi linee la vita e il percorso per instradarli sulla via della rivisitazione cinematografica.

Una pellicola che, se fosse stato un ritratto fedele dell’icona, non sarebbe stato minimamente possibile realizzare e che trattandolo solamente come un canovaccio da cui prendere spunti e farne scheletro viene riempito dall’interprete, nonché regista e anche alla scrittura del film in collaborazione con la sceneggiatrice Brigitte Buc, di fantasie e aneddoti. Personali e non. Ma la motivazione per portare sullo schermo un’opera che si riferisce comunque così strettamente a Céline Dion, con le sue scelte stilistiche e di rappresentazione, non basta a scusare alcune grossolane pecche all’interno di Aline – La voce dell’amore, su cui è impossibile passare sopra alla luce della messinscena finale.

aline la voce dell'amore

La vita di Céline Dion. E poi?

L’affezione e l’ammirazione verso la cantante non può infatti giustificare la ripresa di un’esistenza che può assolutamente risultare affascinante, ma che viene portata assolutamente senza conflitto durante la storia. Nonostante alcune difficoltà affrontate dalla donna, pur mostrando piccoli attriti che non hanno però interrotto la sua carriera, Aline – La voce dell’amore è lo scivolo percorso senza impedimenti dall’artista, che ne evidenzia solamente i successi e le riuscite non facendola mai scontrare con gli ostacoli della vita. Tutto scorre indisturbatamente sulla strada per la fama della protagonista – il cui nome Aline è la sottolineatura della sola ispirazione alla donna reale -, e anche le complicazioni ad avere figli e la dipartita del marito dopo anni di matrimonio risultano inezie che il talento (e i soldi?) sono in grado di superare senza intralci.

È pur vero che, solamente sbirciando gli anni di nascita, crescita e formazione di Céline Dion, c’è comunque da rimanerne impressionati. Ultima nata di una famiglia composta da quattordici figli, il dono vocale della giovane viene scoperto dal suo manager all’età di dodici anni dopo una registrazione spedita all’uomo dal fratello maggiore della ragazzina. Da qui dischi, comparsate in tv, l’Eurovision Song Contest vinto per un solo punto in più. E poi quella strana, bizzarra, tenerissima e duratura storia d’amore, nata proprio con quello stesso manager che l’ha scoperta all’età di trentotto anni e con cui è scoppiata la fiamma quando Céline è diventata maggiorenne. Poi ancora tour infiniti, Oscar vinti e serate sul palco degli Academy, un problema alle corde vocali risolto con tre mesi di silenzio totale che hanno riportato alla brillantezza la voce benedetta della cantante.

Se Valérie Lemercier voleva mettere insieme questi pezzi di un’esistenza sorprendente, a sostentare il suo desiderio doveva venirle incontro una scrittura meno accondiscendete e più articolata. Il bisogno di una rielaborazione degli eventi non avvenuta però nel film per descrivere la gloria intrapresa dalla performer, per una sceneggiatura che si presenta piena di timore nella paura di intaccare l’artista, non riuscendo così a renderla sfaccettata. È poi indubbia la valenza sognante e bonaria di Aline – La voce dell’amore, il suo voler essere un film di accompagno per lo spettatore che può evitare di pensare e avvalersi dell’affabilità dell’opera. Ma al contempo questa evidente mancanza di adattamento non funziona, lasciando solamente la pellicola nei territori del sogno, della commedia, facendo del lavoro di Valérie Lemercier la risultante di una panoramica futile e evanescente.

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L’aspetto più sbagliato di Aline – La voce dell’amore

A penalizzare incredibilmente l’intera fattura di Aliene – La voce dell’amore è una soluzione di racconto che confonde lo spettatore, oltre a scuoterlo terribilmente. Negli anni della teorizzazione dell’uncanny valley e della “anneficazione” dopo la bambola utilizzata per il musical di Leos Carax Annette, Lemercier decide di porre il suo volto da donna matura sul corpo della piccola protagonista creando un senso di distorsione e spaesamento potente nello spettatore. Un risultato inquietante che la donna applica per poter interpretare la cantante dalle prime manifestazioni del suo talento, fino a rendere nuovamente fattibile poter guardare alla pellicola senza sentirsi spaventati, dovendo applicare comunque una sospensione dell’incredulità ingente per vederla interpretare comunque un’adolescente, ma risultando molto più facile fare questo sforzo invece che continuare a vedere questo errore cinematografico mezzo adulto, mezzo bambino, mezzo digitale.

Con almeno la possibilità di poter sfruttare alcuni dei brani di Céline Dion, facendo simpatia, ma non abbastanza per potersi salvare, Aline – La voce dell’amore speriamo sia il terreno per una vera drammatizzazione della vita dell’icona musicale che potrà un giorno tornare così sul grande schermo. Un’opera che rimarrà, forse, come una delle canzoni più note della professionista: All By Myself.