Costantemente sotto accusa per la sua sfrontata leggerezza, Emily in Paris avrà una terza e quarta stagione!

Nonostante nella Parigi di Emily si registri una pioggia di costanti critiche, Netflix ha rinnovato la frizzante serie tv con Lily Collins per altre due stagioni. E cosa ci dice questo? Ne siamo felici? Proviamo ad entrare nello specifico…

Quando Emily in Paris (leggi qui l’approfondimento sui costumi) ottenne ben due candidature al Golden Globes nel 2021 e agli Emmy, furono molte le polemiche: può essere considerato uno tra i migliori show comedy sulla piazza? Non staremo qui a darvi una risposta a questa domanda (forse), ma ci limiteremo a fornire quanti più elementi possibili per analizzare quello che, inevitabilmente, è un fenomeno televisivo dell’era moderna.

Nella storia recente delle serie tv, grazie al proliferare di piattaforme digitali quali Netflix, Prime Video, Starzplay, Disney+ e chi più ne ha più ne metta, la gara al miglior prodotto di intrattenimento per il piccolo schermo è a dir poco avvincente: cresce la domanda e cresce di pari passo l’offerta, con un pubblico sempre più esigente che vorrebbe serie tv colossali ogni mese. Ma devono tutte essere necessariamente figlie de Il Trono di Spade o Breaking Bad? Possibile che non si riesca ad apprezzare qualcosa di semplice, godibile, poco esigente e leggero? Non è sicuramente il meglio in senso assoluto, ma Emily in Paris è buona televisione.

Emily in Paris 2 cover

Interpretata dall’eterea Lily Collins, Emily Cooper è una specie di macchietta: trasferitasi a Parigi grazie a una grande opportunità lavorativa e a coincidenze astrali non da poco, è alla ricerca dell’amour e di nuove esperienze. Paradossalmente, i suoi trionfi sul lavoro – in un’agenzia di marketing e communication per grandi brand internazionali – sembrano quasi sempre accidentali, mentre lei cammina per le strade della Ville-Lumière un po’ poco concentrata ma con i giusti outfit e hashtag.

Nonostante alcuni evidenti errori e il suo essere maldestra, nessuno si arrabbia mai con lei: in Emily in Paris non c’è spazio per l’approfondimento psicologico o per messaggi metatelevisivi. E non c’è nulla di male in questo: assistiamo a uno show che nasce sfacciatamente poco cerebrale e impegnativo, che ha a cuore il fascino della sua ambientazione, della moda e si prende in giro deliberatamente con leggerissimi scontri culturaliche tanto fanno arrabbiare i francesi. La scrittura di Emily in Paris è meramente episodica perché mette in scena situazioni che si risolvono con il minimo sforzo e un piccolo cambiamento, come in una puntata de I Simpson. Tutto ciò colpisce lo spettatore ideale per serie tv come questa, ammaliato dal perfetto uso del mezzo televisivo: a volte, vogliamo guardare Maid e piangere e, a volte, gradiamo leggerezza, risate, spensieratezza e colori, come quelli di una vita fumettosa di un’americana a Parigi.

Emily in Paris sarebbe sicuramente più ricca, complessa e stratificata se desse alla sua protagonista Lily Collins elementi in più con cui giocare, o se esaminasse in modo più articolato lo scontro tra i suoi valori americani e la raffinatezza un po’ snob dei francesi. Ma siamo certi che la spontaneità un po’ vuota di Emily non sia, in realtà, una critica velata alla totale mancanza di un contenuto spirituale che hanno i social network?

Se la vita di Emily alla ricerca dei Mi piace su Instagram è “distopica”, lo show ne è consapevole; la casualità dei suoi successi sul lavoro è, secondo noi, un commento alla capricciosità della vita online. C’è da arrabbiarsi per questo? #jesuisemily

Diciamo allora “Bonjour” alla terza e quarta stagione della serie, in arrivo presto su Netflix.