Ero in guerra ma non lo sapevo ricostruisce gli eventi che portarono alla morte di Pierluigi Torregiani, interpretato nel film da Francesco Montanari

Sinossi ufficiale di Ero in guerra ma non lo sapevo:

Il palpitante racconto degli ultimi giorni di vita di Pierluigi Torregiani, titolare di una gioielleria a Milano, ucciso nel 1979 in un agguato dai Proletari Armati per il Comunismo. Le vicende del commerciante e della sua famiglia, che dopo aver reagito ad un tentativo di rapina, si ritrova addosso l’etichetta di “sceriffo” in pieni anni di piombo e viene condannato a morte dal gruppo terroristico. 

Recensione di Ero in guerra ma non lo sapevo:

La cronaca è sempre un buono spunto da cui partire per raccontare le storie del proprio paese. Per delinearne i momenti storici, per ripercorrerne gli eventi durante lo svolgersi dei decenni, per capire quali sono stati gli accadimenti che ci hanno portato fino al nostro presente, guardando al passato per cercare di non ripetere gli stessi errori. A volte sono le microstorie quelle che aiutano a definire un tempo o un anno trascorso, le quali vengono proposte o riproposte in forma di libro, film o serie televisiva per poter così essere ripresentate con diversa forma e nuova presa.

La necessità di raccontare i giorni e gli avvenimenti che portarono alla morte di Pierluigi Torregiani, orefice e televenditore a cui vennero sparati diversi colpi di fronte al suo negozio sulle vie di Milano, è arrivata prima di tutto nel 2006 attraverso la pubblicazione del libro Ero in guerra ma non lo sapevo realizzato dal figlio Alberto con la collaborazione di Stefano Rabozzi. È poi prendendo dalla biografia su carta che Fabio Resinaro ha sceneggiato assieme a Mauro Caporiccio e Carlo Mazzotta il film omonimo sull’omicidio dell’uomo da parte di tre membri dei Proletari Armati per il Comunismo, per una disamina tra borghesia e terrorismo rosso, stampa e percezione che tenta di riportare la verità di quelle ore.

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La figura di Pierluigi Torregini e l’interpretazione di Francesco Montanari

È infatti sulla contrapposizione che si fonda Ero in guerra ma non lo sapevo. Il senso di ingiustizia da cui si sentiva pervaso Pierluigi Torregiani costretto a non poter operare al meglio nel proprio lavoro a causa di una forza superiore che agiva dall’esterno. Una prepotenza a cui l’uomo non scelse mai di sottostare, contro cui ha sgomitato piuttosto che farsi incastrare in un giogo di paure e ricatti. La risolutezza di un uomo austero che fino all’ultimo rifiutò di scendere a patti con l’imposizione di una scorta che sentiva limitare la propria libertà, derivante da una prevaricazione che non voleva e non poteva accettare e che non ha mai fiancheggiato fino ai suoi istanti di vita finali.

Un rigore che in Ero in guerra ma non lo sapevo cerca di essere espresso dall’interpretazione dell’attore Francesco Montanari, il quale abbandona il suo romano per un accento nordico che non contribuisce alla performance della sua versione del Torregiani, già intaccata da una distanza che va stabilendo tra il suo personaggio e il pubblico. Nell’onestà di non voler rendere il protagonista una vittima sacrificale, permettendogli di mantenere il proprio valore e la fermezza di un uomo che sapeva di trovarsi nel giusto, il Torregiani di Montanari non riesce comunque ad esprimere nessuna empatia che possa riflettersi poi nel pubblico e andare oltre il solo concetto della giustizia mal riposta. Non c’è connessione tra chi guarda e chi viene guardato, tra un uomo che suscita distacco non per le sue convinzioni o per ciò che rappresentava, bensì per la maniera in cui vengono restituite tramite la recitazione. Uno scoglio enorme nell’avvicinamento tra pubblico e fatto, che pur riconoscendo la terribilità dell’evento non può che riflettere successivamente per proprio conto non certo grazie al lavoro svolto da interpreti e direzione del racconto.

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Ero in guerra ma non lo sapevo: quando i fatti non hanno narrazione

Un grosso impedimento che si manifesta anche nell’incapacità della sceneggiatura di andare oltre la sola esposizione delle svolte avvenute, non stendendo una vera e propria rielaborazione cinematografica, ma credendo che la ricostruzione in sé dell’accaduto basti come veicolo per far arrivare allo spettatore la storia. Una totale mancanza di drammatizzazione della narrazione che rende Ero in guerra ma non lo sapevo l’equivalente di una lettura di una pagina di giornale, dove sensazioni, emozioni e coinvolgimento vengono totalmente esclusi, elencando solamente l’andamento delle vicende.

Problematizzando assai poco il contesto storico di quel finire degli anni Settanta, mancando di oliare alcuni passaggi che rendono stridente e confuso il racconto, Ero in guerra ma non lo sapevo è ricordo che non si tramuta efficacemente in pellicola. Una miccia che può servire a riaccendere la memoria, ma che difficilmente riuscirebbe a colpirla e scuoterla.