Con Skins la tv ha dimostrato di poter parlare davvero dei giovani, Ma come stanno i ragazzi oggi nelle serie, arrivando fino a Euphoria?        

Viaggio nella gioventù delle serie tv, dai tempi di Skins fino all’ultimo fenomeno di Euphoria.

I ragazzi (non) stanno bene. Non stanno bene da diverso tempo, soprattutto in tv. Non stanno più bene circa dalla fine degli anni Novanta, quando il boom del 2000 stava per ribaltare le carte in tavola e le paure e i sensi di vuoto diventavano grandi come voragini. Non è mai facile affrontare i disagi e i turbamenti dell’adolescenza. E mentre la televisione per anni aveva proposto solamente giovinezze allegre, crescite spensierate e pericoli legati più a ricercatezze di trama e pochissime volte accompagnate da appigli reali, i ragazzi hanno vagato per i media cercando sempre di più qualcosa che li rappresentasse.

Di certo la giovane età dei protagonisti di Twin Peaks può aver inizialmente influenzato le dinamiche mentali e turbolente degli animi adolescenziali. Ma se Laura Palmer era sparita ed ognuno somatizzava la sua scomparsa in modo diverso era pur sempre necessario ricordarsi l’universo paranormale da cui la vittima proveniva, mondo sospeso come quello della mente di David Lynch che ha unito per l’occasione il sentimentalismo delle soap opera ai thriller più enigmatici e violenti. Se poi anche la tv generalista ha cercato di condurre i turbamenti dell’essere giovani alla portata degli spettatori, era con la solita melodrammatizzazione delle perturbazioni nel fiore degli anni che si era cominciato ad avvicinare il pubblico ai problemi reali delle generazioni più fresche, che dal 2003 al 2007 hanno subito il passaggio da The OC a Skins vedendo un paradigmatico cambiamento nella maniera di trattare queste figure nell’ambito delle serie.

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Come guardare ai giovani nelle serie tv

Con la sua suddivisione in generazioni Skins è rimasto a tutt’oggi il prodotto più realistico sulla trasposizione della gioventù sul piccolo (e forse anche sul grande) schermo, la prima a trattare con ruvidezza quelle difficoltà di fronte a cui l’esistenza mette davanti e che per un pubblico sbarbato si è riversato finalmente come una doccia fredda nelle loro incerte vite. Le insicurezze, le illusioni disattese, anche le bruttezze di cui è complicato trattare sono passate per i sobborghi della parte sud-ovest della Gran Bretagna. Il cominciare a porre sotto la lente di ingrandimento di Skins i disordini alimentari, l’autismo, le droghe, i disturbi mentali di cui forse, nessuno, aveva mai sentito i giovani parlare, ma di cui tante persone dall’altra parte di una superficie avevano avuto invece conoscenza con mano e potevano da quel momento processarne le conseguenze grazie alla riproposta e la rielaborazione vista in tv.

Skins è stato il via ad un processo di (auto)consapevolezza che televisione e autori hanno dovuto affrontare, comprendendo la necessità di rapportarsi con sincerità a questo determinato tipo di pubblico e cercando di riportarlo da quell’istante con un’onestà innata. Tentativi che hanno sospinto le narrazioni, che hanno vagato tra ideatori e showrunners, i quali hanno presto trovato inedite chiavi di lettura con cui riportare i dolori dei giovani nelle loro storie a puntate. Una volontà di cui la serialità si è assunta l’impegno e dentro a cui è andata più in profondità riuscendo addirittura a sdoganare molte volte alcuni dei dolori più ostici da riportare, analizzandoli con attenzione in scrittura e riportandoli poi nella loro forma filmata.

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Dal suicidio al sesso: i tabù su Netflix

Non tutte le serie, però, sono riuscite ad esprimersi con adeguatezza non tanto per ciò che riportavano al loro interno, quanto per la costruzione di racconti che ne hanno a volte depotenziato la rilevanza. Tredici ne è un caso peculiare vista la banalizzazione di una scrittura che di suo, in partenza, voleva in verità portare alla luce l’indicibile scelta di condurre a termine la propria vita, mostrandone i motivi e l’incomunicabilità che spesso influenzano la persona e che nel caso dell’operazione Netflix riacquista una propria voce solamente tramite la registrazione di alcune cassette. Nella sua deludente evoluzione, Tredici ha comunque osato mostrando senza censure un atto privato eppure influente sulla vita di tanta gente come il suicidio. Vene visibili allo spettatore che, in quell’istante, ha davvero capito le intenzioni dietro a una serie che ha potuto anche deludere, ma ha provato comunque ad evidenziare quella che è un’insensibilità di cui solitamente ci tacciamo, dovendola scuotere anche con la più irreversibile delle decisioni.

Se la pulsione di morte, in questo caso indotta, viene affrontata con tragicità da Tredici, su Netflix è poi il sesso a fare capolinea segnando uno dei massimi successi di critico e pubblico per la piattaforma. Sex Education è letteralmente l’educazione sessuale verso la scoperta di un piacere umano che viene indagato con divertimento e premuta dalla serie creata da Laurie Nunn. E è incredibile come, nello stesso anno, Euphoria faccia invece il suo ingresso nella schiera di fuoriclasse della HBO, ponendosi esattamente come opposto alla grazia e alla positività della produzione Netflix, dando dello stesso universo di scoperta dei giovani due dimensioni diametralmente opposte.

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Sex education e euphoria: Il dolore di accettare e accettarsi

La bellezza – e il dolore – di Sex Education e Euphoria è nel loro essere così attinenti con una contemporaneità che si affaccia nella vita di tutti i giorni e che può intraprendere entrambi o uno solo dei percorsi illustrati dalle serie. Da una parte ci troviamo in un mondo dove siamo tutti collegati, in cui internet e i social hanno aperto a una conoscenza più condivisa e consapevole sul sesso, in cui poter apprendere l’amore per se stessi e per/con gli altri portando avanti messaggi di intraprendenza e benessere. Dall’altra è la carnalità ad essere diventata una delle valvole di espressione dell’oggi, ma anche sfogo di una generazione che finisce per usarla come arma, da rivolgere brutalmente contro sé e gli altri.

L’accettazione del proprio corpo in Sex Education viene riproposta in Euphoria, ma estremizzata fino a condurre comunque personaggi (e spettatori) in una bulimia indisponente. Il sesso da una parte che viene affrontato come approccio a una vita sana e piena, svuotata dall’altra nell’operazione di Sam Levinson e sciolta nei vapori e nell’assuefazione delle droghe che invadono il suo lavoro.

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I ragazzi staranno mai bene?

I ragazzi (non) stanno bene e la serialità ha il compito e il dovere di aiutarli e sostenerli. Di mostrare loro di essere capiti, di essere visti. La visione degli autori condizionata da un occhio buttato verso la realtà che aiuta a capire di dover avvicinare e rendere partecipi di problemi autentici i propri spettatori. L’utilizzo di narrazioni urtanti che possono stuzzicare l’attenzione del pubblico, ma devono subito portarlo ad agire e riflettere. A comprendere di fronte a cosa si trova e qual è l’intento di una serie tv. Il cercare di far uscirne il pubblico dopo la serie con un’empatia diversa, da riversare anche sulla stessa, contemporanea gioventù.