Landscapers – Un crimine quasi perfetto è la storia vera di un duplice omicidio seppellito fra sogni di cinema e un macabro amore simbiotico. Con Olivia Colman e David Thewlis.

Sinossi ufficiale di Landscapers:

Susan e Christopher Edwards sono un’ordinaria e innamoratissima coppia inglese di mezza età che si ritrova al centro di un’indagine per omicidio – e non per caso. I coniugi Edwards, infatti, sono responsabili dell’uccisione dei genitori di lei e dell’occultamento dei loro cadaveri (nonché del furto di una cospicua somma di denaro dal conto corrente dei defunti) e sono a piede libero, in Francia, da ben quindici anni. L’improvviso ritrovamento dei cadaveri dei due anziani, però, scompiglia completamente le carte in tavola e da un giorno all’altro la sognatrice Susan – appassionata di cinema al punto da immaginarsi protagonista di svariati film, dai western ai grandi classici romantici fino ai noir dell’età d’oro di Hollywood – e il suo Chris si ritrovano a fare i conti con la polizia e col loro passato.

Recensione di Landscapers – Un crimine quasi perfetto

In Landscapers l’amore e il cinema, e con essi, l’amore per il cinema, è il collante che tiene unita la coppia di Susan e Christopher Edwards, coniugi di mezza età ed esponenti ben educandi di quella piccola borghesia inglese fatta di tè delle cinque e maglioncini cuciti a mano. Ancorati da un attaccamento di co-dipendenza, costruito su una routine casalinga e molti sogni ad occhi aperti proiettati e alimentati da vecchi film western e divi hollywoodiani, i due vivono una vita così ‘normale’ da destare qualche sospetto – come qualche caso di cronaca nera ha talvolta fatto riemergere nella ricostruzione dell’identikit di omicidi quasi perfetti.

Costretti a confessare un segreto sepolto sottoterra ben oltre quindici anni fa, gli Edwards si consegnano alle autorità inglesi dopo una breve trasferta francese finita per mancanza di denaro, chiudendo per sempre un lungo capitolo di fughe e sotterfugi per aprirne, invece, uno chiuso in un quadrato carcerario che li trasporterà, dopo un processo, ad una pena detentiva di venticinque anni, tuttora in via di sconto seppur continuino a professarsi innocenti.

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Verità deformate e possibilità meta-cinematografiche

Tratto da una storia realmente accaduta in Inghilterra sul finire degli anni Novanta, Landscapers trova una maniera personalissima e colma di variazioni tecniche e visive per narrare l’eterno binomio di amore e morte, non stimolata più di tanto alla riconsegna inconfutabile di una verità giuridica, ma piuttosto alla manipolazione meta-cinematografica che questa strana relazione è in grado di tirar fuori. La regia di William Sharpe, infatti, duplica e anzi triplica la sperimentazione artistica già avviata con il biopic Il visionario mondo di Louis Wain, film nel quale la distorsione di lenti e messe a fuoco, obiettivi e cromature veniva adoperata per esaltare e trasmettere la percezione interiore e psicologicamente dolente del suo protagonista.

Proseguendo a dismisura sulle medesime possibilità, rischiando talvolta di soffocare l’esplorazione sull’inquietudine e la simbiosi affettiva della coppia, la miniserie targata HBO trasforma la rigorosa prassi del crime organizzata sulle testimonianze, la raccolta prove, gli interrogatori in una messa in scena scomponibile; in una sorta di giostra, una rappresentazione teatrale e filmica costruita sulla finzione e sulla drammaticità gestuale, in cui la mano del regista riesce a spingere (e spingersi) al massimo sulla natura de-formabile della verità. Sharpe arricchisce a dismisura le possibilità della macchina cinema, trovando in ogni sequenza il pretesto per convertirla in richiami ai classici del western, al melò sentimentale, al cinema d’autore; proponendo citazioni, inserti, improvvisi cambi al bianco e nero, variazioni sui filtri e sui formati.

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Landscapers: una miniserie quasi perfetta

Un lavoro anomalo per il genere che tratta, inteso ad un racconto iconografico alla ricerca di sensazioni più che di azioni, talmente peculiare e ricco da lasciare poco spazio ad un respiro umano seppur necessariamente freddo e sobrio, dando così spesso l’idea che meno avrebbe giovato soprattutto ai due magnifici attori protagonisti. Olivia Colman e David Thewlis infatti vengono risucchiati in un’artisticità estrosa ed eccedente che li assorbe invece di esaltarli, mettendoli in gabbia nonostante i due siano veri e propri leoni.

Una sperimentazione di innegabile pregio quella padroneggiata da Sharpe e dal co-creatore Ed Sinclair. Eppure il pericolo di un effetto di sovrabbondanza della forma sul contenuto è un rischio evidente in lavori così coraggiosi, straripanti di trovate e accumuli meta-significa(n)ti, ma contratti al rilascio macabro ma indissolubilmente umano di un amore criminale.