In sala dal 1 gennaio, Matrix Resurrections, quarto episodio dell’amato franchise, è un personalissimo film-manifesto di Lana Wachowski

Dalla visionaria regista Lana Wachowski arriva oggi nelle sale italiane Matrix Resurrections, il tanto atteso nuovo capitolo dell’innovativo franchise che ha ridefinito un genere. Se c’è un franchise che non solo merita una continuazione seriale riavviata, ma che potrebbe espandersi tematicamente su tutto ciò che è stato fatto prima, The Matrix è una scelta di prim’ordine, considerando che il mondo digitale stesso era già nel pieno della sua sesta variazione durante l’originale risultato di riferimento, sia nella narrazione che negli effetti visivi (non è un’affermazione fatta con leggerezza: The Matrix è ancora assolutamente una delle esperienze cinematografiche più rivoluzionarie degli ultimi 30 anni).

Dopo aver inseguito il Bianconiglio lungo un tunnel labirintico, Alice entra in una piccola stanza, avvolta da luce fioca; ci sono porte su e giù per il passaggio, ma sono tutte chiuse a chiave. Mentre percorre il corridoio, Alice si chiede come farà ad uscire: potreste trovarvi a porvi la stessa domanda guardando il quarto capitolo del franchise The Matrix, che prosegue la paradossale linea narrativa dell’intrattenimento mentale fascinosamente frustrante.

In Matrix Resurrections ritorniamo a un mondo in cui esistono due realtà: la vita quotidiana e ciò che si cela dietro ad essa. Per scoprire se la sua realtà è vera o solo immaginazione e per conoscere realmente se stesso, Thomas Anderson dovrà scegliere di seguire ancora una volta il Bianconiglio. E se Thomas… Neo… ha imparato qualcosa, è che scegliere, sebbene sia un’illusione, è tuttora l’unica via d’uscita, o d’entrata, per Matrix. Ovviamente Neo sa già cosa deve fare, ma cosa ancora non sa è che Matrix è più forte, più sicura e più pericolosa che mai. Déjà vu.

Keanu Reeves incarna ancora una volta il ruolo che lo ha trasformato in una vera e propria superstar di Hollywood), che qui vive uno stile di vita mondano e un lavoro d’ufficio simile a quello visto in The Matrix. Un prologo chiarisce che The Matrix Resurrections si svolge un periodo di tempo sconosciuto dopo The Matrix Revelations (azione elettrizzante a parte, per fortuna, questo nuovo capitolo non cerca di indulgere negli elementi frustranti dei precedenti sequel), il che significa che Thomas non ha alcun ricordo di tutto ciò che è accaduto in quella trilogia, compreso il suo alter ego con superpoteri Neo (messianicamente noto anche come L’Eletto). Altrettanto curiosamente, Thomas ha incontri con Trinity (una Carrie-Anne Moss che ritorna), ora una casalinga e madre sposata insoddisfatta che si fa chiamare Tiffany. Entrambi sospettano che ci sia qualcosa che non va. 

Ciò che ne deriva è un mash-up dei tropi che hanno elevato The Matrix a nuova frontiera fantascientifica, ma rielaborati e sintetizzati nell’ottica di una geniale regista che ha sperimentato a lungo (gli specchi sono i nuovi portali, che sostituiscono le obsolete cabine telefoniche), lungi dal volersi affermare come mera riproposizione delle nozioni che abbiamo già assorbito. Piuttosto, la storyline si ritaglia una propria, ben definita, dimensione, onorando i grandi temi del passato, ma sfidandoli anche nella forma del sospettoso analista (un inedito ruolo brillantemente malizioso di Neil Patrick Harris) che opera come psichiatra di Thomas, valutando insieme il significato dei suoi sogni che sono essenzialmente scene riprese dalla trilogia originale (ricordate tramite nitidi filmati d’archivio sullo sfondo). O sono sogni?

Incontriamo anche nuove versioni di personaggi amati, in particolare Yahya Abdul-Mateen II (Candyman, la franchise di Aquaman) interpreta il saggio e mondano Morpheus che come sempre funge da guida per Neo mentre raggiunge il suo più grande obiettivo in un viaggio singolare alla scoperta di se stesso. Jessica Henwick (La serie TV Iron Fist, Star Wars: Il risveglio della Forza) nel ruolo dell’hacker Bugs, il proverbiale Bianconiglio alla ricerca dell’eletto che ha sacrificato se stesso per salvare l’umanità. Bugs è disposta a correre ogni rischio necessario alla ricerca della leggenda che idolatra. Jonathan Groff (Hamilton, la serie TV Mindhunter), interpreta Smith, il socio in affari di Thomas Anderson: un tipo aziendale scaltro e sicuro di se con un fascino spensierato, un sorriso disarmante e un occhio ai profitti, tutto ciò che il Signor Anderson non è.

È scontato che tutti questi personaggi si troveranno a combattere qualche battaglia contro un potente antagonista, ma ciò che è piacevolmente rinfrescante è la posta in gioco personale e più umana che Matrix Resurrections sceglie e abbraccia. C’è una quantità implacabile di azione stilistica di manipolazione della velocità, in un’epoca marcata dall’overload informativo, perno fondante di una società liquida e in cui tutto si disperde. Il mondo digitale e la realtà sono tutt’altro che perfetti (c’è un incredibile monologo tempestivo su come molti siano tristemente disposti ad abbracciare la propria versione della verità), questo è in definitiva un roboante, visivamente fenomenale, epico racconto di riconnessione

Se la trilogia originale mirava all’espansione cognitiva e visiva, Resurrections vuole restringere il focus narrativo alla purezza della storia d’amore: un canto-manifesto che assurge ad emblema della carriera di Lana Wachowski, che affronta di petto la cultura imperante della nostalgia e del remake, impregnandola di amore anche sfacciatamente romantico – di cui, probabilmente, abbiamo bisogno ora più che mai, cementificando il sodalizio tecnologicamente (che, in Matrix, sappiamo significa anche mentalmente) avanzato del dinamico duo romantico composto da Neo e Trinity: che tutto ciò possa continuare a vivere e ispirare le generazioni a venire, in nome della pluralità intellettiva, dell’accettazione di ciò che si è, della riscoperta continua – con gli occhi che brillano di curiosità – della realtà che ci circonda.