Bullismo, disagi giovanili e differenze sociali, Oltre a un “virus” che colpisce tutti: Cos’è Non siamo più vivi, nuova serie coreana Netflix

Con Squid Game il grande pubblico sembra essere pronto ad aprirsi sempre di più alla serialità coreana. Un fenomeno che in realtà ha da sempre un suo fedelissimo seguito, che rimane costantemente aggiornato sulle nuove uscite e sulle star del panorama asiatico e che da adesso, soprattutto grazie a Netflix, potrà diffondersi ancora di più a macchia d’olio. È per questo che è stato possibile trovare sempre più notizie in giro per il web riguardo le produzioni in arrivo sulle diverse piattaforme, come accaduto sul finire del 2021 con la serie fantascientifica The Silent Sea che portava il pubblico direttamente sulla superficie di un horror coreano lunare. E, questa volta, è nuovamente il genere orrorifico a fare presa sul pubblico e a presentarsi su Netflix con una serie coreana: si tratta di Non siamo più vivi, l’inizio di un’invasione zombie partita tra i banchi di una scuola e pronta a spargersi per il resto della città.

La trama di Non siamo più vivi e quel collegamento con la pandemia

Sicuramente approcciarsi alla visione di Non siamo più vivi metterà a disagio gli spettatori. Non tanto per l’arrivo di quegli zombie che si presentano sanguinosi e famelici, desiderosi solo di mordere chiunque si trovi loro di fronte. Il senso di impressione che suscita la seria è quello di vedere come lo spargimento di questo “virus” che trasforma le persone in non-viventi sia similare – anzi, quasi identico – alla maniera in cui abbiamo visto propagarsi il Covid a partire dal 2019. In verità il procedimento è esattamente quello di qualsiasi altra malattia e che non esclude quindi anche quella da “zombite”. Questa volta, però, il fautore del virus è un insegnante di scienze, nonché genitore di un giovane preso di mira dai bulli che desidera solamente che il ragazzo riesca finalmente a ribellarsi e difendersi. Da un’azione per salvare il figlio, però, l’uomo creerà un’epidemia che partirà direttamente dallo studio del suo laboratorio, diffondendosi prima di tutto tra gli studenti e uscendo poi al di fuori.

Molta parte della storia, perciò, prende luogo proprio tra le stanze e i corridoi di un liceo in cui gli studenti per salvarsi dovranno arrivare anche ad atti estremi. Oltre a mostrare i legami che li uniscono e gli attriti che li allontanano e che influiranno enormemente sulle sorti della loro esistenza. E non basterà certo aspettare che la campanella suoni per mettere fine al massacro. L’unica maniera per rimanere incolumi è scappare e nascondersi.

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La profondità di Non siamo più vivi: differenze sociali e disagi adolescenziali

Quello che fa di Non siamo più vivi un buon prodotto originale Netflix, però, non è solamente il suo contenuto brutale e l’aspetto horror. A colpire della serie creata da Seong-il Cheon è la rappresentazione delle differenze sociali tra gli studenti e quanto influiscano nella dimostrazione del rispetto che provano poi l’uno verso l’altro. Il ceto e la posizione di prestigio all’interno della società sono punti spesso ricorrenti dell’intrattenimento coreano, che sfrutta i racconti immaginari per denunciare il senso di disprezzo, inferiorità o inadeguatezza che le persone si trovano a dover provare, utilizzandolo come carburante per le narrazioni che possono così sia far svagare, che riflettere attentamente sulle strutture su cui si basa quella particolare comunità.

Ad aggiungersi a questo tema portate dell’audiovisivo coreano e, nello specifico, di Non siamo più vivi è la crudeltà che sanno esercitare i giovani e che sfocia nel bullismo. Il virus che inizia a correre per il liceo della serie nasce dalla volontà di interrompere una giostra di abusi e maltrattamenti che vengono perpetrati a parole o con i fatti all’interno del prodotto. Pratica che fa altrettanto male, quasi al pari di dover affrontare una pandemia zombie. Perché per molti giovani è esattamente così: avere la sensazione di non poter uscire da quel circolo vizioso iniziato da altri e che, purtroppo, può portare fin anche alla morte. Un’osservazione attinente che Non siamo più vivi lega con accortezza alla sua occupazione zombie, che ne sembra perciò quasi la conseguenza più manifesta.

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Perché Non siamo più vivi non è Squid Game

Come accade spesso in questi casi, in molti hanno cominciato ad attribuire a Non siamo più vivi la stessa fattura e, in qualche modo, gli stessi meriti che hanno accompagnato l’ascesa nel panorama seriale di Squid Game. Ma la storia di Seong-il Cheon non è affatto assimilabile a quella scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk, pur presentando entrambe il discorso incentrato sulla scala sociale. Se Squid Game, infatti, prendeva da un universo già mostrato più volte e posto solamente ad una forte spettacolizzazione, Non siamo più vivi rimugina approfonditamente sul contenuto che va offrendo pur dando l’idea di star donando al pubblico un altro prodotto di fantasia. L’analisi sugli studenti, il rapportarsi che hanno tra loro e i destini che li aspettano, con o senza l’invasione zombie. Una riflessione che non cerca di rubare da altri racconti, ma di avanzare una propria visione, fatta anche di braccia rotte, ferite putride e crudeli uccisioni. Ma in fondo Squid Game era stata paragonata anche al capolavoro Parasite di Bong Joon-ho con cui, in realtà, non ha niente a che fare.