Una risata (non) vi seppellirà. Terzo film alla regia di Claudio Amendola, I cassamortari dissacra col grottesco l’inevitabilità della morte. Ma l’insicurezza di toni rende il film un miscuglio d’intenzioni

Sinossi de I cassamortari:

Dopo la morte del capofamiglia Giuseppe (Edoardo Leo), un uomo disposto a tutto pur di trasformare una salma in una pila di banconote (preferibilmente in nero), l’azienda di famiglia è passata nelle mani dei figli Giovanni (Massimo Ghini), Maria (Lucia Ocone), Marco (Gian Marco Tognazzi) e Matteo (Alessandro Sperduti). Quando la stessa naviga in cattive acque (il nero non rimane nero per sempre), è proprio il suo modo di comunicare anticonvenzionale e politicamente scorretto a offrire ai Pasti un’ancora di salvezza: la manager Maddalena Grandi (Sonia Bergamasco) decide di contattarli per il funerale del famoso cantante Gabriele Arcangelo (Piero Pelù).

recensione de I cassamortari:

All’interno della circonferenza perimetrale del Grande Raccordo Anulare, il termine ‘cassamortari’ indica dialetticamente gli agenti proprietari delle pompe funebri. Una professione destinata all’immortalità, proprio perché alla condizione inevitabile e imponderabile della dipartita umana che nessuno esclude deve il suo eterno rifornirsi. Sulla superstizione e sull’esorcizzazione della morte il cinismo del centro-sud ha tentato per indole di scacciarne via fifa e relative inquietudini, in una sorta di terapia d’urto, a suon di corna e talismani, per la quale avvicinare il trapasso e farne finalmente pace diventa l’unica via possibile per venirne a patti.

I cassamortari, espressione stavolta presa in prestito da Claudio Amendola per il titolo del suo terzo lungometraggio da regista, scongiura persino la sua di morte, lanciata come notizia in un qualsiasi Tg italiano nei minuti finali del film, e accolta nella sala riunioni dell’agenzia funebre dei Pasti, famiglia romana dell’alta borghesia ‘arricchita’, il cui capitale accresce e si serve del dolore di neo vedovi e orfani, catturati nella tela dei quattro fratelli ancor prima di poter versare le meritate lacrime.

i cassamortari recensione

Na ca***ta detta male

Massimo Ghini, Lucia Ocone, Gian Marco Tognazzi e Alessandro Sperduti sono gli attori scelti per indossare gli scomodi panni degli eredi di papà Giuseppe, un Edoardo Leo (s)comparso nell’incipit fra bare, banconote in nero e corone di fiori e soprattutto con quell’arrivismo tipico di una certa romanità tramandata da padre in figli e dunque atteggiamento portante dell’intera narrazione.

Su quella mancata empatia della dinastia Pasti, Amendola e i sui sceneggiatori Francesca Neri, Roberto Iannone e Kissy Dugan scherzano portando al grottesco un miscuglio altalenante e indeciso fra dark comedy e dramedy famigliare, passando fra spezzoni comici più o meno riusciti e parentesi individuali giocati sulla particolarità dei singoli protagonisti sconnesse l’una all’altra fino a perdere di un reale filo logico.

i cassamortari recensione

Salme, rocker e ipocrisia del web: I cassamortari vuole dire troppo ma si scava la bara

L’impressione de I cassamortari è infatti quella di un’operazione dall’idea primaria potenzialmente forte, quella cioè di mescolare l’angoscia della preparazione del funerale con la ricerca dissacrante della risata, ma persa nella disconnessione del voler dire troppo (social network, ipocrisia del post-mortem da vip, speculazione, dinamiche familiari) e non avere l’abilità di arrivare ad una conclusione.

Nonostante il nutrito cast di amici-attori, con un inaspettato cameo sia rocker che salma del cantante ex Litfiba Piero Pelù, la rivendicata scorrettezza di toni e di battute non salva un lavoro protratto allo sfinimento di quasi due ore, tempo in cui a prevaricare è il dubbio dello spettatore se quello a cui si assiste sia un film o un prototipo di esso, un occasione persa o quella, riuscita, di product placement di marchi e parchi giochi.

Spiace ammetterlo. E spiace soprattutto per un attore e tre volte autore/regista, lucido e capace di proporre la sua versione critica e persino politica della contemporaneità distorta, ma forse a suo agio meglio con il racconto di un certo proletariato periferico ma mai dimesso – vedi l’ottimo esordio La mossa del pinguino o il prison drama all’amatriciana Il permesso – rispetto a quello, pur sempre interessante, dei ceti medio alti. Collazionatori di vizi e incapaci di interiorità genuine come i suoi Pasti, distaccati dalla realtà quanto dal cinema di Amendola.