Dissacrante, spavalda e grottesca. La serie Netflix con Bill Skarsgård Clark ripercorre (sapendo intrattenere) le gesta di Clark Olofsson, il famigerato criminale svedese della “Sindrome di Stoccolma”

Sinossi ufficiale di Clark:

Clark segue la vita dell’uomo per il quale è stata coniata l’espressione “La sindrome di Stoccolma” perché ha fatto perdere la testa all’intero paese, nonostante le svariate condanne che gli sono state inflitte per traffico di droga, tentato omicidio, violenza, furti e decine di rapine in banca. La serie diretta da Jonas Åkerlund si basa su verità e menzogne rivelate nell’autobiografia di Clark Olofsson, ricreando una versione romanzata di una delle figure più controverse della storia svedese contemporanea.

recensione di Clark:

Clark Olofsson in Svezia è stato un po’ il Felice Maniero dell’Italia degli anni Ottanta. Piccoli furti in adolescenza, rapine e gusto per l’inganno, via vai dal carcere, evasioni, pistole e tante prime pagine di quotidiani. Due parabole criminali sostenute dalla propulsione irrefrenabile a puntare sempre più in alto, accomunati da una spavalderia e un’impenitenza ‒ sebbene le cicliche condanne giudiziarie ‒ che li hanno resi a loro modo gangster indiscussi della cronaca nera dei loro paesi d’origine. Eppure, sorvolando brevemente sulla fedina penale, è un altro l’aspetto più disturbante delle loro esistenze al limite; un tratto che riassume l’ambiguità del male come spesso appeal e calamita a qualcosa dalla quale dovremmo stare alla larga e invece attrae e ci attrae proprio per la sua spietatezza.

Il Toso e la “prima celebrità gangster” della Svezia erano entrambi dei bellissimi giovani uomini. Il primo, soprannominato “Faccia d’Angelo” proprio per il suo viso pulito da bravo ragazzo della provincia veneta borghese e l’altro, occhi ghiaccio e dolci tratti somatici tipici dei paesi del Nord, esercitavano sulle donne e sui media un’ innegabile ascendente di attrazione-repulsione, andando a sbugiardare quelle antiche teorie lombrosiane che volevano i caratteri criminali insiti nelle caratteristiche anatomiche.

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Il viso d’angelo di Stoccolma

Quella strana bellezza nordica torna stavolta protagonista in Clark, la serie tv su Netflix intepretata splendidamente da Bill Skarsgård, figlio dell’attore Stellan e fratello minore del più noto Alexander. Un racconto in sei parti che ricalca fra verità e tante bugie la biografia ufficiale del delinquente svedese conosciuto al mondo per aver dato vita alla cosiddetta “Sindrome di Stoccolma”, una condizione psicologico-comportamentale, mai inclusa nell’ordine delle malattie mentali, che indica l’incredibile legame sentimentale che si sviluppa talvolta fra un ostaggio e il proprio aguzzino, non più (o non solo) impaurito, avverso o disgustato dall’abusatore che su di esso/a ha perpetrato violenza, ma molto spesso talmente coinvolto emotivamente da sentire di provare veri e propri innamoramenti o infatuazioni.

Tuttavia, su questa solo apparentemente inspiegabile condizione se non dalle parole stesse del medico Frank Ochberg il quale la definì nel 1973 dopo la rapina a Norrmalmstorg , l’operazione di Netflix trova solamente il gancio ‘pubblicitario’ per dispiegare una narrazione dissacrante e grottesca sulla vita pericolosa di Olofsson, svelandola attraverso l’unico e chiaramente poco obiettivo punto di vista dello stesso che qui si fa voiceover onnisciente e protagonista narciso e ampolloso.

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Ha Il biopic soggettivo ed esagerato di Clark

Questo suo essere vanesio, sproporzionatamente insolente e dannatamente affascinante viene riversato con personalissima stilizzazione nella direzione sgargiante e nella scrittura euforica del regista Jonas Åkerlund, curatore per Beyoncé del visual album Lemonade, di numerosissimi (numerosissimi!) videoclip storici di Madonna, U2, Roxette, The Rolling Stones e di lungometraggi sperimentali quali Lord of Chaos Polar e del titolo vietato ai minori di 18 anni Spun, psichedelico viaggio fra metanfetamine, nudo esplicito e colpi d’arma da fuoco.

Da un visionario così dunque non ci si poteva aspettare una classica biografia, tant’è che Clark emerge proprio per il suo pompatissimo ritmo con il quale viaggia, per la sua estetica pop ed esagerata che mescola serrati montaggi in split screen e gradazioni cromatiche che virano al bianco e nero; sequenze allucinate di serate di alcool e (tanto) sesso con flashback desaturati che ripercorrono in enfatizzazione caricaturale l’humus di violenza nel quale Olofsson stesso è nato e cresciuto.

Un carosello senza freni e in continua mutazione che di certo non lascia indifferenti, dove la genesi del significato della Sindrome di Stoccolma diventa solo uno dei numerossimi fatti che si susseguono nel corso degli episodi: viaggi in macchina, donne di cui esaltarsi, traumi paterni, evasioni, spaccio, scioperi della fame e sogni di gloria. Tutto in Clark è ironico e spettacolarizzato, volontariamente beffeggiatore di una verità sempre sfaccettata che non intende ergersi ad assoluta né a cautionary tale sui pericoli del fascino criminale. Ma che per una volta si lascia adescare dal viso d’angelo e dall’esistenza di un uomo controverso, nato col nome di (Clark) Gable e che sognava tutto e ancora di più, anche di avere un film a lui dedicato. E quel tutto lo ha avuto, persino una serie tv.