Dal racconto di Joe Hill alla regia di Scott Derrickson arriva al cinema l’horror tra traumi e formazione Black Phone

Sinossi di Black Phone:

Sul finire degli anni Settanta un uomo comincia a rapire i bambini di un quartiere. Quando Finney (Mason Thames) diventerà la nuova vittima il ragazzino dovrà tentare di fuggire dal suo sequestratore. Ad aiutarlo ci sarà un telefono nero e delle voci oltre la cornetta.

Recensione di Black Phone:

Gli eco derivanti dalla poetica di Stephen King sono diventati gli equivalenti narrativi del genere hitchcockckiano. Come qualsiasi thriller deve affrontare il paragone col maestro del brivido sul grande schermo così scrittori e sceneggiatori vanno ad approcciarsi a determinato materiale prendendo palesemente ispirazione del papà di It. Consapevoli che qualsiasi riferimento ad un passato recente, a percorsi di crescita, a racconti formativi o bambini/ragazzi protagonisti avrà comunque intrinsecamente racchiuso in sé una parte già fruita e metabolizzata dal pubblico, proprio in virtù del lavoro svolto dal romanziere americano. Un’inevitabilità che rischia di appiattire le capacità espressive delle storie. Un dover ricercare sempre un nucleo comune da cui farle discendere, che diventa ovvio quando si tratta di stabilire un collegamento diretto tra King e i suoi discepoli, soprattutto se c’è di mezzo una componente sanguigna.

Joe Hill non è altri infatti se non il figlio del re dell’orrore e, a sua volta, scrittore di romanzi incentrati su temi horror con cui ha seguito le orme del padre. Un’influenza riscontrabile nel suo racconto Black Phone, parte dell’insieme Ghosts pubblicato nel 2004 e che prende forma per il cinema tramite la sceneggiatura di C. Robert Cargill assieme al regista della pellicola Scott Derrickson. Storia del Rapace, rapinatore di bambini, e di una delle sue vittime decisa a fronteggiare la minaccia adulta attraverso un percorso di formazione e acquisizione delle proprie abilità nei momenti più avversi della propria esistenza. Un riscontro chiaro e immediato con le politiche editoriali del genitore King, che fanno perciò di Black Phone un film facilmente leggibile a livello testuale, ma non per questo noiosamente prevedibile come sarebbe da aspettarsi.

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Il sovrannaturale tra bene e male

Merito probabilmente della mano dello stesso Derrickson, che pur consapevole della forza con cui l’ombra di Stephen King aleggiava sul progetto, ha deciso di donare un proprio sguardo ad una narrazione che nella semplicità dei suoi avvenimenti vive delle tensioni e della messinscena dei suoi momenti paranormali. Quelli alternati allo spavento e alla tragicità del male puramente umano, quello di un uomo con una maschera che sceglie di sottrarre dei ragazzini alla loro quotidianità, per una finestra logorata dalle azioni disdicevoli che le persone sono in grado di perpetrare e che vengono alimentate se non si trova la maniera di arrestarle.

In fondo proprio Scott Derrickson è oramai un veterano del genere horror, pur di ritorno alla macchina da presa dopo sei anni dall’ultima impresa cinematografica destinata alla libreria del catalogo Marvel, fatto di dovute differenze che lo hanno reso nel corso della propria carriera un regista malleabile, ma di base legato alla sofferenza che può celarsi dietro all’orrore. Dal suo Doctor Strange, più lontano dalle corde produttive dei precedenti film di paura, il cineasta passa a un Black Phone in cui il sovrannaturale è speranza per le sorti dei protagonisti a differenza di tutta la brutalità che il Rapace può riservare alle sue vittime, quei piccoli “bambini cattivi” con cui vuole divertirsi a giocare perpetrando in un trauma che risiede percettibilmente nel suo passato.

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Le chiamate di Black Phone

È la commistione tra possibilità del reale e dimensione del “fantastico” inteso come extra-sensoriale il più delicato dei meccanismi di Black Phone e quello che meglio viene espresso dalla ricostruzione di Derrickson. I pochi personaggi, la consapevolezza di dover gestire con credibilità anche l’orrorifico e inserendo questi elementi all’interno primariamente di un’unica ampia stanza evidenziano la cura del regista nel creare una solidità nel racconto, già stabilita da Hill, ma sostenuta dall’essenzialità dell’apparato scenico e suggestivo. Il telefono squilla, il Rapace parla, il protagonista Finney tenta qualsiasi scappatoia aiutato dalle chiacchiere di chi lo ha preceduto in quel seminterrato.

Se spesso è il male ad essere sovrumano nel cinema mosso dallo spavento, allora stavolta è il bene che contrasta le azioni truculente di portata terreste per porre sempre una contrapposizione tra crimine, vittime e salvatori. È una porta sull’opportunità di esprimersi per quelli che si è, abbracciando ciò che di superiore ci attende, che sia un occhio chiaroveggente sul futuro o il parlare con dei defunti disposti ad aiutarci. È l’equilibrio di tutte queste componenti per un film sul terrore di diventare grandi e sul come si può crescere e migliorarsi grazie agli errori e ai tentativi degli altri. È accogliere la chiamata, anche nei momenti peggiori. Perché altrimenti non sapremo mai chi potrebbe esserci dall’altra parte.

Black Phone è in sala dal 23 giugno distribuito da Universal Pictures.