Recensione di All’s Fair, la nuova serie di Ryan Murphy con Kim Kardashian: un legal drama elegante ma poco incisivo tra glamour e superficialità.
Quando Ryan Murphy annuncia una nuova serie, l’aspettativa è inevitabilmente alta. Dopo aver plasmato l’immaginario televisivo degli ultimi vent’anni con titoli come Glee, American Horror Story e Feud, il produttore e showrunner americano torna su Hulu con All’s Fair, un legal drama patinato che mescola potere, glamour e rivalsa femminile. Protagonista è Kim Kardashian, affiancata da un cast di volti noti come Sarah Paulson, Naomi Watts, Glenn Close, Niecy Nash-Betts e Teyana Taylor.
L’idea, sulla carta, è potente: un gruppo di avvocate che lascia un grande studio legale dominato dagli uomini per fondare la prima firma tutta al femminile di Los Angeles, specializzata in divorzi di alto profilo. Un tema che intreccia emancipazione, denaro e apparenze. Ma come spesso accade nelle produzioni più ambiziose di Murphy, la forma finisce per sovrastare la sostanza.

Tra empowerment e estetica patinata
La prima cosa che colpisce di All’s Fair è la confezione impeccabile.
Costumi, location e fotografia sono curati nei minimi dettagli: uffici di design, abiti couture, lustrini e luci calde che rimandano più a un fashion drama che a un legal show tradizionale. Il fascino visivo non manca, e lo spettatore viene subito immerso in un universo in cui ogni gesto è calibrato, ogni sguardo filtrato da un tocco di stile.
Eppure, dietro l’eleganza delle immagini di All’s Fair, si avverte una certa distanza emotiva. La serie sembra concentrarsi più sull’immagine di donne forti e determinate che sulla loro reale complessità. Il messaggio di empowerment c’è, ma viene raccontato in modo talvolta superficiale, come se l’indipendenza passasse più attraverso la borsa giusta che attraverso scelte difficili o conflitti morali.

Kim Kardashian: una scommessa che divide
La presenza di Kim Kardashian nel ruolo principale era destinata a far discutere.
Dopo la sua partecipazione a American Horror Story: Delicate, Murphy ha deciso di affidarle un personaggio ancora più centrale, segnando una sorta di debutto da protagonista nel panorama seriale.
Kardashian, va detto, porta con sé un carisma naturale e una padronanza della camera che non sorprende chi conosce il suo percorso mediatico. Tuttavia, quando la narrazione richiede sfumature più profonde, l’interpretazione risulta rigida, poco spontanea. Non mancano momenti in cui la sua presenza funziona — soprattutto nelle scene più ironiche o visivamente costruite — ma nel complesso manca quella tensione drammatica che un ruolo del genere avrebbe richiesto.
Il risultato è un contrasto evidente: attorno a lei un cast straordinario, spesso poco valorizzato, che sembra orbitare intorno a un personaggio più “immaginato” che realmente vissuto.

Photo Credits: Hulu
La firma di Ryan Murphy: eccesso come cifra stilistica
Chi conosce il linguaggio di Ryan Murphy ritroverà in All’s Fair tutti i suoi tratti distintivi: ritmo frenetico, dialoghi taglienti, ironia, estetica sopra le righe.
Il problema, questa volta, è che la serie non riesce a bilanciare il tono: vuole essere una satira dei ricchi e potenti, ma finisce per indulgere nello stesso lusso che vorrebbe criticare.
Manca quella sottile ironia che in altre sue opere — da The People v. O.J. Simpson a The Politician — rendeva il racconto spietato ma intelligente. Qui, il glamour prende il sopravvento e la trama, pur partendo da buone premesse, fatica a trovare un’identità chiara tra dramma legale, soap e fashion show.
Premesse e prospettive

Nonostante le recensioni negative che stanno accompagnando il debutto — USA Today parla di “una vetrina più che una storia” — All’s Fair resta un progetto interessante per ciò che rappresenta: un esperimento che tenta di ridefinire il genere legale attraverso uno sguardo femminile e pop.
Forse il problema sta proprio qui: nell’aver voluto trasformare la complessità dell’argomento in una patina luccicante, in cui i conflitti interiori vengono sostituiti da battute affilate e tailleur impeccabili.
Eppure, in mezzo a questa contraddizione, in All’s Fair si intravede un’intuizione sincera: quella di raccontare un mondo in cui anche la libertà femminile viene costantemente messa in scena, giudicata, venduta. E forse proprio questa inconsapevole ironia — più che la trama stessa — è ciò che rende All’s Fair un prodotto da osservare con curiosità, se non con entusiasmo.

Photo Credits: Hulu
Certo, risulta difficile credere fino in fondo a queste nuove avvocate dello schermo dopo aver conosciuto Annalise Keating, l’indimenticabile protagonista di How to Get Away with Murder firmata Shondaland. Con la sua forza, le sue fragilità e la profondità interpretativa di Viola Davis, quel modello resta ancora oggi il punto più alto del legal drama contemporaneo — un paragone che inevitabilmente penalizza le colleghe di All’s Fair.
In conclusione
All’s Fair è una serie che divide: visivamente magnetica, concettualmente ambiziosa, ma narrativamente discontinua.
Kim Kardashian tenta con coraggio un passo oltre il proprio immaginario mediatico, mentre Ryan Murphy continua a giocare con gli eccessi, rischiando di sacrificare la sostanza sull’altare dello stile.
Un esperimento interessante, forse non del tutto riuscito, ma che conferma quanto il confine tra cinema, televisione e cultura pop sia oggi più sottile che mai.
































