Doctor Doom contempla un enigmatico arazzo dominato da una madre, un bambino e un mondo sospeso. Cosa potrebbe significare?
Il primo poster di Avengers Doomsday non presenta Doctor Doom come ci si aspetterebbe di vedere il prossimo grande antagonista del Marvel Cinematic Universe. Non è seduto sul trono di Latveria, non domina un esercito e non solleva le mani verso una macchina capace di distruggere la realtà. Victor Von Doom è inginocchiato, di spalle, davanti a un’enorme opera dall’aspetto antico, sospesa tra l’arazzo medievale e l’affresco religioso.
La sua armatura è quasi interamente nascosta dal mantello verde, mentre la maschera viene stretta in una mano, come se per qualche istante Doom avesse scelto di abbandonare non soltanto il proprio volto pubblico, ma anche la corazza ideologica dietro la quale ha costruito la sua leggenda. Di fronte a lui si staglia una scena apparentemente intima: una donna tiene tra le braccia un bambino, entrambi illuminati da una luce proveniente dall’alto. Più sotto, un enorme globo emerge dalle nuvole, circondato da figure alate, creature e immagini difficili da decifrare.
È una composizione troppo precisa per essere soltanto decorativa. E per chi conosce la storia editoriale di Doctor Doom, la prima interpretazione conduce inevitabilmente a una donna: Cynthia Von Doom, la madre di Victor.
Cynthia Von Doom, la ferita dalla quale nasce Doctor Doom
Per comprendere davvero Victor Von Doom bisogna dimenticare, almeno per un momento, il monarca dispotico, lo scienziato ossessionato da Reed Richards e l’uomo che parla di sé in terza persona. Prima della maschera, dell’armatura e del trono esisteva un bambino cresciuto all’interno di una comunità rom perseguitata dal potere latveriano, segnato dalla perdita di entrambi i genitori e soprattutto dal destino di sua madre.
Cynthia Von Doom era una donna dotata di capacità magiche che, nel tentativo di proteggere il proprio popolo dalle violenze del barone di Latveria, strinse un patto con Mephisto. Il potere ottenuto si trasformò però in una condanna: Cynthia morì e la sua anima rimase prigioniera dell’Inferno. Quella perdita divenne uno dei principali motori dell’esistenza di Victor, che ogni anno affrontò le forze infernali nel tentativo di liberarla. Marvel stessa descrive la morte e la dannazione di Cynthia come uno degli eventi fondamentali nell’origine di Doctor Doom.
L’opera che meglio racconta questo rapporto è Doctor Strange & Doctor Doom: Triumph and Torment, graphic novel del 1989 scritta da Roger Stern e disegnata da Mike Mignola. Victor ottiene il diritto di chiedere un favore allo Stregone Supremo e lo conduce con sé nel regno di Mephisto, deciso a salvare l’anima di Cynthia. La storia non assolve Doom, ma mostra quanto la sua arroganza, la sua disciplina e perfino la sua crudeltà convivano con un dolore autentico, mai davvero elaborato.
In Triumph and Torment, Victor non cerca un nuovo regno né un potere da sottrarre a qualche entità cosmica. Vuole salvare sua madre. È forse la missione più disinteressata che abbia mai intrapreso, sebbene Doom riesca a trasformare perfino l’amore filiale in una prova di volontà, ingegno e superiorità. Il risultato è una delle rappresentazioni più profonde del personaggio: un uomo capace di attraversare l’Inferno, sfidare Mephisto e rischiare tutto, ma incapace di presentarsi semplicemente come un figlio che chiede perdono.
Mike Mignola costruisce l’intera avventura attraverso immagini gotiche e solenni, nelle quali Doom appare spesso minuscolo davanti a strutture monumentali, portali, demoni e architetture cariche di simbologia religiosa. Il poster di Avengers: Doomsday non sembra riprodurre una tavola precisa della graphic novel, ma ne condivide il vocabolario visivo: la verticalità della composizione, l’atmosfera da cattedrale, la presenza della madre come figura quasi sacra e Victor posto fisicamente al di sotto di lei.
Se la donna dell’arazzo fosse Cynthia e il bambino fosse il piccolo Victor, la posa di Doom assumerebbe un significato immediato. Non sarebbe inginocchiato davanti a una divinità, ma davanti all’origine della propria ossessione. Victor non accetta che esistano eventi irreversibili, perché tutta la sua vita nasce da un evento che avrebbe voluto correggere. Per lui la morte della madre non è una tragedia con cui convivere, ma un errore dell’universo che qualcuno abbastanza intelligente e potente dovrebbe essere in grado di cancellare.
È in questa convinzione che si trova la vera essenza di Doctor Doom. Victor non desidera semplicemente conquistare il mondo: vuole dimostrare che il mondo avrebbe funzionato meglio se fosse stato affidato a lui.
Il bambino dell’arazzo potrebbe essere Franklin Richards?
La teoria legata a Cynthia è la più naturale, ma il poster sembra deliberatamente costruito per sostenere una seconda lettura. Il bambino tra le braccia della donna potrebbe infatti non rappresentare (solo) Victor, oppure potrebbe rappresentarlo soltanto sul piano simbolico. Alla luce di quanto mostrato nell’universo cinematografico dei Fantastici Quattro, la figura potrebbe rimandare anche a Franklin Richards, figlio di Reed Richards e Sue Storm.
Franklin non è un semplice “figlio degli eroi”. Nei fumetti possiede poteri psionici e capacità di alterazione della realtà tali da permettergli di creare universi. Il legame tra lui e Doom, inoltre, non nasce con le più recenti saghe multiversali. In Fantastic Four Annual n. 20, pubblicato nel 1987, Victor coinvolge proprio Franklin in un nuovo tentativo di liberare l’anima di Cynthia. Il bambino dei Richards diventa quindi il punto di contatto tra il trauma più antico di Doom e la possibilità concreta di superare i limiti della realtà.
Non è un dettaglio secondario. Se Avengers Doomsday raccontasse Doom alla ricerca dei figli degli Avengers e degli altri eroi, Franklin rappresenterebbe un obiettivo particolarmente prezioso. Non soltanto perché è figlio di Reed Richards, il rivale che Victor non è mai riuscito davvero a superare, ma perché il suo potere potrebbe diventare lo strumento con cui ricostruire un Multiverso prossimo al collasso.
Il grande globo collocato sotto la madre e il bambino rende questa interpretazione ancora più suggestiva. Il mondo non si trova ai loro piedi come un semplice elemento ornamentale: sembra dipendere dalla loro presenza. Il bambino è posto sopra il pianeta, investito dalla luce, mentre Doom lo contempla dal basso. Qualora si trattasse di Franklin, l’immagine potrebbe suggerire che il destino della realtà è letteralmente legato a lui.
La donna, a quel punto, potrebbe essere Sue Storm. Ma anche in questo caso Cynthia continuerebbe a vivere all’interno dell’immagine. Sue e Franklin potrebbero costituire la proiezione di ciò che Victor ha perduto: una madre capace di proteggere il proprio bambino, una famiglia ancora intatta e un legame che nessuna ambizione ha contaminato. Doom potrebbe cercare Franklin per impadronirsi del suo potere, ma anche perché riconosce in lui il bambino che fu e nella sua famiglia tutto ciò che il destino gli ha negato.
È questo che rende la possibile caccia ai figli degli eroi più interessante di un semplice espediente narrativo. Victor potrebbe vedere questi bambini come risorse, eredi e anomalie capaci di sopravvivere alla fine dei mondi. Potrebbe perfino convincersi di volerli proteggere.

Da Secret Wars al sogno di una famiglia rubata
Il riferimento inevitabile è Secret Wars, la saga del 2015 scritta da Jonathan Hickman e disegnata da Esad Ribić. Dopo il collasso del Multiverso, Doom riesce a salvare frammenti di diverse realtà e a unirli in Battleworld, un pianeta governato come un regno feudale. Victor non è più soltanto il sovrano di Latveria: è Dio Imperatore Doom, padrone della realtà sopravvissuta.
Eppure il dettaglio più rivelatore non riguarda il trono né l’onnipotenza. Nel mondo creato da Doom, Susan è sua moglie e Franklin e Valeria sono i suoi figli. Victor non si limita a sottrarre a Reed Richards il ruolo di salvatore: si appropria della sua famiglia e della sua vita. Marvel descrive esplicitamente questa nuova realtà come il tentativo di Doom di porsi a capo della famiglia Richards, trasformando Susan in Susan Von Doom e Franklin e Valeria nei propri figli.
È uno dei passaggi più importanti per capire il personaggio. Una volta ottenuto un potere quasi assoluto, Victor non crea qualcosa di completamente nuovo. Ricostruisce il mondo attorno alla propria mancanza. Prende la famiglia dell’uomo che odia e la inserisce nella versione ideale della propria esistenza, dimostrando che sotto l’armatura non si nasconde soltanto una fame di dominio, ma il desiderio patologico di correggere una vita percepita come ingiusta.
Anche la struttura visiva di Secret Wars può avere influenzato il poster. Nelle tavole di Esad Ribić, Doom è spesso rappresentato all’interno di scenari enormi, solenni e sacrali. Battleworld non è un semplice pianeta assemblato dai resti del Multiverso: è una teocrazia costruita attorno alla figura di Victor. Statue, troni, alberi cosmici e architetture impossibili trasformano il suo potere in religione.
Nel poster di Avengers Doomsday, tuttavia, Doom non occupa ancora il centro dell’icona. È davanti a essa. La osserva come qualcosa che deve essere raggiunto, recuperato o conquistato. La maschera rimossa rafforza l’impressione che ci troviamo davanti a Victor prima del dio, davanti all’uomo che contempla la ferita da cui potrebbe nascere il suo progetto più terribile.
L’arazzo potrebbe così fondere diversi momenti della sua storia editoriale: Cynthia che tiene tra le braccia il giovane Victor, Sue che protegge Franklin e la famiglia Richards ricostruita da Doom su Battleworld. Il bambino rappresenterebbe contemporaneamente ciò che Victor è stato, ciò che vuole trovare e ciò che intende utilizzare per riscrivere il mondo.
Doom non sarebbe dunque alla ricerca dei figli degli eroi perché interessato soltanto alla loro forza. Potrebbe considerarli gli unici esseri capaci di attraversare la fine del Multiverso e diventare i fondatori di una nuova realtà. Naturalmente, in quella realtà, Victor non si vedrebbe come il carnefice, si vedrebbe come il padre, il sovrano e il salvatore.
Il poster di Avengers: Doomsday potrebbe quindi raccontare l’intero film senza mostrare una sola battaglia. Davanti a una madre, a un bambino e a un mondo che sembra attendere di essere ricreato, Victor Von Doom non appare come un conquistatore pronto a distruggere il Multiverso. Appare come un figlio che non ha mai accettato la propria perdita e che, dopo avere trascorso la vita tentando di salvare una sola anima, potrebbe essere pronto a rifare l’universo intero pur di non perdere più nulla.
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