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Bad Boys: Ride or Die: recensione del quarto capitolo della saga
Alessio Zuccari

Bad Boys: Ride or Die: recensione del quarto capitolo della saga

Tags: Bad Boys: Ride or Die, Martin Lawrence, will smith
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Alessio Zuccari

Bad Boys: Ride or Die: recensione del quarto capitolo della saga

Tags: Bad Boys: Ride or Die, Martin Lawrence, will smith

Will Smith e Martin Lawrence tornano nei panni dei due sfrenati poliziotti di Miami. Stavolta però Bad Boys cambia marcia e assomiglia a tutto tranne che a se stesso.

Dopo nemmeno un quarto d’ora di Bad Boys: Ride or Die è spontaneo chiedersi dove si sia finiti. La sala è quella giusta? Siamo ancora nella saga trentennale di quei due poliziotti un po’ pazzi un po’ sbruffoni che sfrecciano per l’assolata Miami? Di certo loro due ci sono sempre, cioè il Mike di un Will Smith in lenta redenzione dopo lo schiaffo-gate del 2022 e il simper fidelis Marcus di Martin Lawrence. E sono sempre un po’ pazzi, un po’ sbruffoni e pure tremendamente sboccati quando si mettono a braccetto con un machismo esasperato e sornione, che resta architrave anche di questo film seppur calato in una deriva tra il senile e il demenziale di estrazione quasi tardo-cinepanettonesca.

Dopotutto Mike e Marcus saranno pure un po’ pazzi, un po’ sbruffoni e tremendamente sboccati, ma veleggiano verso il sei-zero sulla carta d’identità e i giochi di parole tra piselli, trivelle e chiappe sono quelli di due signori a cui il tempo sta contando i giri di orologio. Un qualcosa che in parte già argomentava il capitolo precedente, Bad Boys For Life, e che in questa occasione alza il tiro, ma abbassando logiche e coerenze narrative interne, con l’entrata in campo di attacchi di panico, infarti e una deriva del tutto fuori dalle righe (sì, anche per gli standard di Bad Boys) con deliri psico-mistici e spirituali.

Un film che sconfina dal proprio recinto

Bad Boys: Ride or Die: recensione del quarto capitolo della saga
Photo Credits: Sony Pictures Italia

È il primo campanello di un film che vede in Bad Boys: Ride or Die una quasi totale conversione di identità, che sotto il ritorno alla regia di Adil El Arbi e Bilall Fallah si contamina poi del tutto e del più. Passato infatti un primo momento di notevole spaesamento nel cercare di raccapezzarsi con cosa si abbia davvero di fronte, tra la completa rottura degli argini registici ed estetici della saga e una decisa ricerca dell’effetto meme (per dire: c’è un cameo di Khaby Lame), si prende misura su cosa questo quarto capitolo stia cercando di fare.

E si capisce allora come l’intera operazione, assieme anche alla sconclusionata, rocambolesca e bucata come uno scolapasta sceneggiatura di Chris Bremner e Will Beall, insegua con tutta se stessa un melting pot dell’intrattenimento contemporaneo, che fagocita franchise simili e dissimili per creare una chimera pirotecnica, caleidoscopica, decerebrata. Il modello è il rebranding dio, motori, famiglia alla Fast & Furious, con tanto di momento deputato all’immancabile grigliata collettiva.

Bad Boys: Ride or Die imbastisce allora un complotto più largo del suo solito, tra cartelli, corruzioni e politica, con il ritorno di vecchi volti (Paola Núñez, Jacob Scipio, Vanessa Hudgens, Alexander Ludwig) e l’ingresso di nuovi (Eric Dane, Ioan Gruffudd, Rhea Seehorn, Tasha Smith che recasta Theresa Randle). Poi però fa saltare abbastanza in fretta il banco e lancia in aria i coriandoli, tenendosi la filosofia sentimental-familiare ma scalciando via quella appiccicosa pretesa di serietà mitologica e muscolare che ha reso una palla la saga del padre padrino Dom Toretto.

Un altro terreno, un’altra marcia

Bad Boys: Ride or Die: recensione del quarto capitolo della saga
Photo Credits: Sony Pictures Italia

Da qui in poi il film si dedica a una francamente difficile da descrivere, sicuramente inimmaginabile, rincorsa del questo e del quello, come della frenesia di John Wick e, giuriamo, addirittura di un momento alla Jurassic Park. Ad essere ancora più assurdo è che Bad Boys: Ride or Die tutto ciò riesca a farlo… bene. Sulla carta, la sua è una comicità buddy tra il fuori tempo massimo e il terminale, eppure ben integrata con una solida idea di cinema d’azione, in grado di regalare almeno un paio di sequenze (quella in elicottero e lo scontro finale) ad altissimo tasso di creatività e ritmo. Merito di Adil & Bilall, che rispetto a Bad Boys For Life mettono un’altra marcia e tirano fuori dal cilindro un estro che strizza l’occhio pure alla grammatica da videogame.

Probabilmente merito anche di una carta bianca che in questi frangenti restituisce in maniera ancora più incisiva la sensazione di stare in una saga che ha fatto sconfinare i due non-più-tanto-ragazzacci protagonisti nei territori di un cinema ad alto consumo limitrofe. Saltano insomma tutti i recinti, ma dove chiunque altro si sarebbe perso boccheggiando (Jurassic World – Il dominio, per l’appunto), Bad Boys: Ride or Die trova una propulsione nel muoversi in qualcosa che non gli compete per nulla, ma in cui si trova dannatamente a suo agio.

Bad Boys: Ride or Die è al cinema dal 13 giugno con Eagle Pictures.

Guarda il trailer ufficiale di Bad Boys: Ride or Die:

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