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Bang Bang Baby
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Bang Bang Baby, recensione: una gomma da masticare gustosa ma artificiale

Tags: bang bang baby, prime video, Recensione, serie tv

Tra la Mala del Sud e la Milano da bere, Bang Bang Baby ? la serie Prime Video che scrive l’adolescenza di una sedicenne a met? fra il gusto artificiale delle Big Bubble e le pistole cariche della ‘ndrangheta calabrese

Sinossi ufficiale di Bang Bang Baby:

1986. Alice ha 16 anni e vive in una cittadina del Nord Italia. La sua vita di teenager cambiaall?improvviso quando scopre che il padre che credeva morto in realt? ? ancora vivo. ? l?inizio di unadiscesa agli inferi, per Alice, che per amore del padre si tuffa nel pericoloso mondo della malavita,facendosi sedurre dal fascino del crimine. Quando cercher? di tirarsene fuori, forse sar? troppotardi…

Recensione di Bang Bang Baby:

Nell?abbuffata seriale offerta a pi? non posso dalle (tante) piattaforme streaming, una consapevolezza che torna ricorrente ? quella di giudicare la riuscita di un prodotto in base al suo confezionamento che pare compiuto, ma dalle idee concettuali mancanti di una palpabile innovazione. Quante volte infatti, abbonati quanto addetti ai lavori, di una serie tv si ? detto di averne apprezzato la ripresa di alcuni tropes, clich? o canovacci ormai logori e averli comunque saputi impacchettare in una veste convincente, quasi a voler ?mascherare? quella stanchezza da plot che ahinoi si avverte con una certa frequenza.

Dando un primo sguardo a Bang Bang Baby, la nuova proposta italiana di Prime Video, prodotta da The Apartment e Wild Side e divisa in due cicli da 5 episodi ciascuno, l?effetto ? proprio quello di avere a che fare con qualcosa di ben fatto, girato con consapevolezza del mezzo e alla ricerca di uno sguardo internazionale, ma (ad essere sinceri) anche di qualcosa altrettanto incapace di distinguersi di netto nel vasto panorama competitivo attuale.

Legami di (e col) sangue

Pensata da Andrea di Stefano sul romanzo “L?intoccabile” di Marisa Merico e diretta a pi? mani da Margherita Ferri, Giuseppe Bonito e Michele Alhaique che ne cura anche la supervisione artistica, Bang Bang Baby pesca nell?immaginario malavitoso degli anni ottanta per ritrarre il percorso di formazione di una sedicenne del milanese, sprofondata un po’ per caso, un po’ per legami di sangue in una vera e propria discesa agli inferi che la lascer? intrecciare a doppio filo con la ?ndrangheta calabrese trapiantata al nord.

L?adolescenza tutta musi lunghi, Sofficini, Happy Days e Big Bubble di Alice (Arianna Becheroni), infatti, cambia improvvisamente quando a scuola scopre che in realt? il padre creduto morto ? pi? vivo che mai e che la sua vita, fino a quel momento, forse ? stata tutta una menzogna. Riavvicinatasi contro il volere della mamma idealista e operaia (Lucia Mascino) alla grande famiglia Barone capitanata dalla nonna-boss Lina (Dora Romano), la qui protagonista ? pronta davvero a tutto pur di riconquistare il cuore di pap? Santo Maria (Adriano Giannini), il quale la svezza, istruendola, verso quel sottobosco criminale che pervadeva la cronaca nera dell?allora Stivale.

Fra il Nord e il Sud dell’Italia anni Ottanta, l’Alice di Bang Bang Baby ? la Terra di Mezzo

Recuperare ma con stile dunque sembra l?imperativo di una serie che rinnova per l?ennesima volta il crime nostrano del meridione vendibile anche all?estero, eppure frenato da un volo che sembra sempre sorvolare il terreno impedendone lo slancio. Bang Bang Baby si presenta come uno spaccato d?epoca di un? Italia frammentata a due, smembrata fra il Nord in pieno fermento da benessere fatto di consapevolezza del cambiamento e manifestazioni pubbliche, e il Sud, in particolare la Calabria, ancora avvinghiata a tradizioni ancestrali, regolamenti dei conti, credenze e superstizioni popolari, lutti e circoli di preghiera di donne vestite in pizzo nero con le mani giunte.

Una descrizione francamente bozzettistica e semplificatoria di un meridione ancora raffigurato e camuffato in termini di delinquenza e di folklore, riportando una sorta di schema gi? scandagliato e si auspica superato nel quale per? la serie Prime sembra crogiolarvici, puntando sull?(auto)ironia mista a fascinazione del male. Forse ? qui, in questo preciso punto nevralgico della visione d?insieme dell?operazione, che Bang Bang Baby sembra ingolfarsi: nella reiterazione di alcuni modelli e stereotipi alquanto sottolineati, i quali potevano essere levigati con maggior cura per lasciare pi? spazio ad alcune trovate decisamente migliori, come lo scambio fra realt? e surrealt?, le estetiche pulp al neon, il gioco del coming-of-age in veste nostalgica ma critica del ‘come eravamo‘ e del ‘come non siamo per nulla cambiati’.

Virt? e limiti di una serie ambiziosa

Un progetto che ben si collega a opere similmente intente a far confluire in un unico punto l’iper-reale nazionale con un appeal ambizioso e comprensibile anche al fuori delle frontiere, (in tal senso Christian ? il titolo che viene in mente). Ma, tornando al discorso d?apertura, i primi episodi dell?opera su Prime Video di certo convincono pi? per ragioni realizzative in cui si apprezza l?impegno produttivo, la restituzione atmosferica e minuziosa del decennio in questione e il punto di vista della giovanissima protagonista, piuttosto che la volont? di sconvolgere i piani, di provare a concedersi una maggiore libert? anche in termini di scrittura oltre che estetica. Bang Bang Baby allora ? come una gomma da masticare sullo scaffale (digitale): il sapore ? piacevole ma artificiale, la consumiamo e ne godiamo per qualche minuto e poi, una volta esplosa qualche bolla, la buttiamo per consumarne un?altra

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