Tra furti impossibili, melodramma e arte, Pedro Alonso torna nei panni del personaggio più magnetico dell’universo de La Casa di Carta in una seconda stagione eccessiva, romantica e irresistibilmente spagnola.
La serialità spagnola ha sempre avuto una capacità rara: prendere l’eccesso, trasformarlo in linguaggio narrativo e renderlo incredibilmente popolare. Da Vis a Vis a Sky Rojo, passando naturalmente per La casa di carta, le produzioni iberiche hanno costruito un’identità precisa, fatta di melodramma, adrenalina, romanticismo esasperato e personaggi larger than life. In questo panorama, Berlino è sempre stato qualcosa di più di un semplice antagonista. Nato come figura quasi disturbante all’interno de La casa di carta, Andrés de Fonollosa è diventato nel tempo uno dei personaggi più amati dell’intero franchise, soprattutto grazie all’interpretazione magnetica di Pedro Alonso, attore teatrale dalla presenza scenica ipnotica, capace di trasformare un criminale narcisista e manipolatore in una figura tragica, romantica e irresistibilmente affascinante.
Con Berlino, Netflix ha deciso di approfondire ulteriormente il background del personaggio, scegliendo di allontanarsi dalla dimensione corale e bellica de La casa di carta per costruire un racconto più elegante, sentimentale e artistico. La seconda stagione, Berlino e la dama con l’ermellino, disponibile su Netflix dallo scorso 15 maggio con otto episodi, prosegue esattamente su questa linea, regalando agli spettatori un nuovo colpo impossibile, ambientato nella splendida Siviglia, e un’altra immersione nel mondo emotivo del suo protagonista.
Berlino, tra arte, ossessione e desiderio
Se La casa di carta utilizzava Berlino come elemento destabilizzante della narrazione, lo spin-off sceglie invece di costruire tutto attorno alla sua personalità. Ed è proprio qui che la serie trova il suo principale punto di forza. Berlino non è soltanto un ladro geniale: è un uomo innamorato dell’arte, della bellezza, della seduzione e della teatralità della vita. Ogni gesto, ogni parola, ogni piano criminale sembra nascere da una necessità estetica prima ancora che strategica.
In Berlino e la dama con l’ermellino, questi aspetti vengono amplificati. Il furto dell’iconico dipinto di Leonardo da Vinci non è soltanto il pretesto narrativo per mettere in moto la storia, ma diventa simbolo dell’intero immaginario della serie: sofisticato, romantico, decadente. Berlino e Damián riuniscono nuovamente la banda a Siviglia per organizzare quello che inizialmente appare come un colpo perfetto, salvo poi rivelare che il vero obiettivo non è il quadro, ma una coppia aristocratica pronta a sottovalutare la pericolosità del protagonista.
Il risultato è una stagione che continua a lavorare sulla doppia natura del personaggio: da un lato il gentiluomo colto e raffinato, dall’altro l’uomo oscuro, vendicativo e profondamente egoista che già conoscevamo nella serie madre. La sceneggiatura insiste molto sul rapporto di Berlino con le donne, elemento ormai centrale nella costruzione del personaggio. L’arrivo di Candela, interpretata da Inma Cuesta, introduce una nuova dinamica sentimentale che si inserisce perfettamente nella poetica della serie: passioni improvvise, attrazioni totalizzanti e amori che sembrano sempre sul punto di trasformarsi in tragedia.
Accanto a lui tornano anche Michelle Jenner, Tristán Ulloa, Begoña Vargas, Julio Peña Fernández e Joel Sánchez, una banda che continua a funzionare soprattutto grazie alla chimica tra i personaggi e alla capacità della serie di alternare leggerezza e tensione emotiva.
Una struttura già vista, tra eccessi e improbabilità
Dal punto di vista narrativo, però, Berlino e la dama con l’ermellino non porta nulla di realmente nuovo all’universo creato da Álex Pina ed Esther Martínez Lobato. La struttura resta esattamente quella che ha reso celebre La casa di carta: un grande furto costruito come evento centrale attorno al quale ruotano tradimenti, relazioni sentimentali, conflitti interni alla banda e continui colpi di scena.
Il problema è che, rispetto alla serie originale, qui l’effetto sorpresa si è inevitabilmente affievolito. Lo spettatore conosce già il meccanismo, ne riconosce i tempi, le pause e persino gli artifici emotivi. La serie continua quindi a puntare tutto sull’eccesso: piani impossibili, coincidenze rocambolesche, personaggi sopra le righe e relazioni spesso talmente esasperate da risultare difficili da digerire.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più divisivo della stagione. Alcune dinamiche interne alla banda, sia sul piano lavorativo sia su quello sentimentale, sfiorano volutamente il paradossale. Ma sarebbe quasi sbagliato giudicare una produzione come Berlino utilizzando parametri realistici. La serialità spagnola contemporanea vive proprio di questo linguaggio emotivo ipertrofico, di una continua sospensione dell’incredulità che trasforma ogni scena in un piccolo spettacolo teatrale.
Chi cerca verosimiglianza probabilmente faticherà a lasciarsi coinvolgere. Chi invece accetta il gioco narrativo proposto dalla serie riuscirà a godersi l’esperienza per quello che è: un melodramma criminale costruito più sulle emozioni che sulla credibilità.
Eppure, nonostante alcuni evidenti momenti di stanchezza narrativa, la stagione riesce sorprendentemente a riprendersi nel finale. Gli ultimi episodi chiudono un cerchio emotivo che forse avrebbe potuto essere risolto con maggiore sintesi, ma che riesce comunque a colpire nel segno. Tra confessioni, sacrifici e addii, Berlino e la dama con l’ermellino ritrova quella componente emotiva che aveva reso memorabile anche La casa di carta, strappando allo spettatore più di un sorriso e persino qualche lacrima.

Siviglia protagonista e il futuro del franchise Netflix
Se c’è un elemento che merita davvero di essere celebrato è la cura estetica della serie. Berlino continua a dimostrare quanto le produzioni spagnole sappiano valorizzare il proprio territorio trasformandolo in parte integrante della narrazione. Siviglia non è soltanto uno sfondo: è un personaggio vivo, caldo, passionale, perfettamente coerente con il tono dello show.
La fotografia esalta i colori della città, le sue architetture, la sua anima elegante e decadente. Ogni location contribuisce a creare quell’atmosfera romantica e teatrale che accompagna tutta la stagione. Anche la scenografia conferma l’altissimo livello produttivo della serie, capace di alternare lusso, arte e tensione criminale con una fluidità ormai marchio di fabbrica del franchise.
Ed è proprio qui che Berlino e la dama con l’ermellino trova la sua identità più forte: non tanto nella suspense del colpo, quanto nella capacità di costruire un universo estetico coerente e riconoscibile. Un mondo in cui i ladri citano opere d’arte, i criminali si innamorano come protagonisti di un melodramma e ogni piano sembra nascere più da un desiderio romantico che da una reale necessità economica.
La stagione lascia inoltre spazio a nuovi sviluppi, aprendo chiaramente la porta a un ulteriore ritorno del franchise. E del resto sarebbe difficile immaginare Netflix pronta a rinunciare a un universo narrativo che continua ad appassionare milioni di spettatori in tutto il mondo. Berlino resta infatti uno dei personaggi più iconici della serialità contemporanea europea, e Pedro Alonso continua a dimostrare di essere il cuore pulsante di questo racconto.
Forse Berlino e la dama con l’ermellino non raggiunge mai davvero la potenza narrativa delle stagioni migliori de La casa di carta, ma riesce comunque a mantenere viva quella miscela di fascino, caos e romanticismo criminale che ha trasformato la produzione spagnola in un fenomeno globale. E in fondo, proprio come il suo protagonista, anche la serie continua a vivere di contraddizioni: eccessiva, improbabile, spesso assurda… ma incredibilmente difficile da smettere di guardare.

































