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Blonde: il film su Netflix è anti-abortista e violento?

Martina Barone Di Martina Barone
29 Settembre 2022
in Film, Film della settimana, Top News
Home Film
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Il film Blonde sulla figura di Marilyn Monroe sta creando discussioni e dibattiti per le scene di nudità e sull’aborto dell’attrice

Marilyn Monroe non è stata trattata bene in vita e questo si sta riscuotendo anche con la sua memoria. La causa è il film Blonde e non certo per il lavoro mastodontico apportato dallo sceneggiatore e regista Andrew Dominik operato sull’omonimo romanzo della scrittrice Joyce Carol Oates uscito nel 1999. Bensì è la maniera violenta con cui si sta massacrando e sbranando la pellicola presentata in anteprima alla Mostra di Venezia e arrivata poi su Netflix, la quale in apparenza in Italia non ha avuto nemmeno l’opportunità di poter vedersi protagonista di quei tipici e sporadici giorni di uscita in sala, giungendo direttamente sulla piattaforma. 

Una pellicola che, secondo il dibattito pubblico, ha riportato con violenza l’immagine di un’icona che probabilmente preferiamo ricordare sorridente nel quadro appeso in qualche bar o estetista del nostro quartiere, così ferma e immobile nella stampa della sua bellezza, esattamente come la volevano gli studios quando era in vita. Statica, privata della parola, sola apparenza di cui abbiamo riempito i muri, le case, i locali, facendoci a nostra volta abbindolare da un sorriso che, in verità, le era stato imposto. Che era stata la stessa Marilyn Monroe a comandare, legiferando sul broncio fanciullesco e tragico della vera, umana Norma Jean Baker. 

Blonde: parliamo davvero di pornografia del dolore?

Quella che a più riprese è stata definita “pornografia del dolore” è certamente scelta poetica di un Andrew Dominik che ha deciso di limare, se non totalmente di escludere, le parti più liete dell’esistenza romanzata dell’attrice. Non certo per infliggere ancora più vessazioni o percosse su di una donna che, impariamo col film eppure basta anche solo conoscerne superficialmente la storia, ha cercato un amore che fosse quello dei genitori e del suo ignoto padre e che ha provato a sostituire funestamente con quello del grande pubblico. Che ha tentato in ogni maniera di sublimare quell’abbandono e quella sofferenza provate in giovane, giovanissima età. La quale si è invece riversata in una crescita e in un mestiere che è cominciato davvero con un abuso e si è concluso con altrettante molestie: quelle fisiche e ancor più psicologiche subite da un personaggio, Marilyn, che era l’unico a cui la gente voleva rapportarsi, dimenticandosi definitivamente di Norma Jean. 

Puntare sul versante drammatico di Blonde per Dominik non è aggiungere il proprio carico di nefandezze e sfoghi sulla diva americana, è in realtà liberarla dalla patina glamour di cui, comunque, sarà per sempre portatrice, ma che il film vuole renderci consapevoli essere solamente una conseguenza della finzione sempre più meccanica e brutale di Hollywood. È la privazione di una carriera che è stata fin dal principio nelle mani di altri. Di coloro per cui Marilyn ha deciso di rinunciare al proprio bambino, col quale resterà in comunicazione per il resto della propria vita. 

Blonde: quando una donna (non) può scegliere

Blonde
Credits: Netflix Film

Dire che Blonde è un film anti-abortista è riconfermare per l’ennesima volta il mancato diritto di una donna di poter provare sentimenti e paure, pentimenti e indecisioni. È rimanere bloccati a pensare che se una persona agisce di propria volontà, pur dovendo ragionare sull’impatto che avranno le proprie scelte sulla propria esistenza e la percezione del mondo esterno, non possa minimamente fare un passo indietro. Dire che una donna non possa ripensare con rammarico alla propria mancata gravidanza è una violenza pari a quella di impedirgliela. È doverle dire ancora una volta come si dovrebbe o si sarebbe dovuta comportare e sentire, come hanno sempre fatto con Marilyn Monroe e con il genere femminile.

Un corpo che dunque Dominik pone come centrale, tanto nella sua funzione (non) riproduttiva quanto carne da poter mandare al macello, con le pacche sul sedere e gli apprezzamenti indecenti che vediamo e sentiamo aleggiare al solo passaggio di Marilyn. Blonde rende focalizzante una nudità che è stata, come la questione dell’aborto, giudicata aggressiva nei confronti della protagonista e, perciò, anche della sua interprete Ana De Armas. La scoperta del piacere sessuale nel mescolante ménage à trois, le spalline che lascivamente facevano trasparire la pelle candida e i frontali al naturale di Marilyn Monroe/Ana De Armas hanno infuriato spettatori che hanno percepito da parte dell’autore una perversione sibillina e depravata da riportare a quel male gaze di cui, è indubbio, il cinema è stato fin dalla sua nascita pervaso – e che anche nella contemporaneità è possibile constatare. 

Nudità e vulnerabilità: cosa ci dicono di Norma Jean?

Blonde
Credits: Netflix Film

Quello che però manca per inquadrare la nudità supervisionata da Andrew Dominik è la sua funzione di espressione massima di una vulnerabilità di cui la protagonista era e deve essere portatrice, spogliandola ancor più di tutto proprio affinché le ferite che le vengono apportate marchino con più incisione la sua epidermide. Nella sequenza di Joe DiMaggio che picchia Norma Jean per le insinuazioni piccanti dei tabloid, l’interprete Ana De Armas è mostrata con i seni di fuori mentre la sua lettura viene interrotta dagli schiaffi risonanti del marito. Quella prima occhiata alla presenza della donna coperta solo dalla vita in giù stranisce effettivamente per la decisione del regista di lasciare che la scena possa venir “distratta” dalle forme dell’attrice. 

Ma la verità è che quello stato naturale, quel suo essere a proprio agio nella sua casa in una situazione confortevole in cui la donna era stesa indisturbata sul proprio letto, viene corrotto e stravolto dalla brutalità di un uomo che non sceglie di ascoltare le parole e le spiegazioni che la moglie è pronta a dargli. All’ex sportivo non importano le giustificazioni, non ha interesse a sentire l’altra versione, quella della sua compagna. Per rispondere ad un torto subito alza il braccio in aria e colpisce la donna con una foga tale che la camera sceglie di escludere la ripetitività dell’azione dal proprio quadrato, rilegandola fuori scena facendoci solamente, e dolorosamente, sentire il pianto e le richieste di perdono di Marilyn.

Da sogno erotico a incubo cinematografico

Blonde
Credits: Netflix Film

Il disagio della nudità di Blonde è esplicito poiché è esattamente la merce da esposizione che tante, troppe persone hanno visto nella stella del cinema e che famelicamente hanno cercato di mordere e assaggiare come il regista ci mostra in una mostruosa e onirica sequenza. Bocche spalancate e distorte riprese in una carrellata durante la première di un film della diva, che la inseguono mentre entra dalla porta principale simili a demoni dell’inferno. Uomini normali all’apparenza, che Dominik rende divoratori dell’attrice, così bramosi nel volerla toccare, osservare, tanto da condurla nelle loro ossessioni. La sessualizzazione non è nell’occhio della camera, bensì nella rimessa in scena della continua aurea da cui la donna era avvolta e che la poneva a solo oggetto del desiderio, scollegandone la capacità recitativa, il sogno di diventare una brava interprete, tutto ciò inseguito dalla donna solamente con l’obiettivo di essere amata, non venerata.

Il bisogno di affetto di Norma Jean confluisce negli applausi che accoglie come uno scroscio Marilyn Monroe, in quanto tentativo di sostituzione a una protezione che fin da piccola la donna non ha mai avuto. La traumatizzante versione che Andrew Dominik ne dà è quell’esistenza di fronte a cui lo spettatore si sente a disagio perché, forse, non vuole accettarne la verità. Non è disposto a mettere in discussione lo statuto di un’icona che ha subito soprusi e prepotenze di ogni tipo, partendo dalla rabbia iraconda della madre al trattamento indecente dei produttori e degli uomini che l’hanno (non) amata. Quei “daddy” così chiamati a riflesso di una voragine inestinguibile che macinava al suo interno. Una dualità in cui Norma Jean non può che finire per sovrapporsi a Marilyn Monroe, cercando di preservarsi ancora per un altro po’. Ma al dolore non si può scappare. Nemmeno a quello del cinema. 

Tags: ana de armasblondenetflix

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È virale in tutto il web la handbag di Miranda, ma non sappiamo se sarà disponibile solo per il mercato americano. 

Vi terremo aggiornati. Per ora… È TUTTO. 

Al cinema dal 29 aprile. Seguite @massauacityplex
  • 👠 Il diavolo è tornato, e a quanto pare ha qualche problema con il politicamente corretto. 🤣

Un nuovo teaser di Il Diavolo veste Prada 2 annuncia l’apertura delle prevendite. 

Dal 29 aprile, al cinema! 

#IlDiavoloVestePrada2
  • 🏴‍☠️ Adattare One Piece in live action era una sfida immensa quanto la ricerca del One Piece stesso. Eppure Netflix sembra aver vinto la scommessa su cui il primo a puntare era stato proprio il creatore stesso del celebre manga, Eiichirō Oda. L’obiettivo? Far conoscere le avventure di Luffy e della ciurma di Cappello di Paglia a un pubblico più ampio, magari poco avvezzo ai prodotti di cultura pop di matrice nipponica. Con l’arrivo degli episodi della seconda stagione, la sfida sembra essere stata vinta su tutti i fronti.

Anticipando i grandi temi della storia, l’inseguimento dei propri sogni e la ricerca della libertà in un mondo che sembra averla dimenticata, One Piece si conferma un unicum sul panorama della cultura pop tanto nipponica quanto globale. Un fenomeno però che, in questa veste live action, soffre degli stessi problemi dei tanti prodotti remake visti in questi anni, in cui la mancanza di un’identità propria va di pari passo a una sospensione dalla realtà diversa rispetto a quell’opera originale. 

Inutile dirlo, Neflix ha fatto un buon lavoro ma certe storie funzionano meglio se disegnate o animate. Se però tutto questo è servito per far recuperare questa grande avventura così come era stata concepita originariamente, allora Oda, hai vinto tu. Come sempre.

All’arrembaggio, ciurma. 

A cura di @fedora_mrc
  • 🏆 Waiting for Oscars 2026

La fotografia è lo sguardo del cinema. Negli ultimi dieci anni gli Academy Awards hanno premiato immagini diventate immediatamente iconiche: il deserto monumentale di Dune, i neon ipnotici di Blade Runner 2049, il piano sequenza immersivo di 1917.

In questo carosello celebriamo 10 direttori della fotografia che hanno trasformato la luce in racconto, ridefinendo il modo in cui guardiamo il grande schermo ✨

Quale fotografia ti ha colpito di più? Diccelo nei commenti 💬

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  • #RoadtoOscars2026 

🪶 Nel nuovo Frankenstein di Guillermo del Toro, i costumi non vestono solo i personaggi: raccontano identità, creazione e fragilità.

Tra dettagli ottocenteschi, tessuti preziosi e simbolismi nascosti, questa nuova trasposizione della creatura di Mary Shelley è uno dei candidati più forti all’Oscar per il Miglior Costume Design 2026.

Nel carosello trovate 5 motivi per cui questi costumi meritano la statuetta.

Quale dettaglio vi ha affascinato di più? 

✍🏻Fatecelo sapere nei commenti.

#Frankenstein | @gdtreal @netflixit @jacobelordicom
  • E chi se non lei? Fateci sapere cosa ne pensate nei commenti. ✍🏻
  • 🏆 Waiting for Oscars 2026

Dietro ogni personaggio iconico c’è un costume che lo rende immortale. Negli ultimi 10 anni il premio per il Miglior Costume Design ha celebrato visioni straordinarie: dalla couture de Il filo nascosto all’afrofuturismo di Black Panther, fino agli universi fantastici più recenti.

In questo carosello ripercorriamo i 10 film che hanno trasformato il costume in linguaggio cinematografico, tra ricostruzioni storiche impeccabili e creazioni che sembrano uscite da una passerella 👗 

Quali sono i tuoi costumi preferiti? Diccelo nei commenti 💬

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  • Ci sono scene che non raccontano solo una storia d’amore.
Cambiano il modo di fare musical al cinema.

L’Elephant Love Medley di Moulin Rouge! (2001) è una di quelle.

Christian e Satine si dichiarano amore dentro l’elefante del Moulin Rouge usando le parole delle più grandi canzoni pop di sempre: da All You Need Is Love a Your Song.
Un dialogo romantico costruito interamente con la musica.

Con questa scena, Baz Luhrmann dimostra che il musical può essere pop, moderno e velocissimo, trasformando canzoni iconiche in una vera conversazione tra due innamorati.

Un’idea che ha influenzato molti musical arrivati dopo:
da La La Land a The Greatest Showman, fino ai duetti romantici di Frozen.

Perché a volte basta una scena per ricordarci che, nel cinema come nella musica, all you need is love. Moulin Rouge! torna in sala il 9, 10 e 11 marzo grazie a @nexostudiosit 

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