Vent’anni dopo il film di Ang Lee, Brokeback Mountain torna a emozionare.
Sul palco del Teatro Alfieri, la regia di Giancarlo Nicoletti riaccende quella storia d’amore.
L’amore che resiste al tempo e al silenzio
Ci sono storie che non smettono mai di parlare, anche quando sembrano sussurrate. Brokeback Mountain è una di queste. Ambientata nel Wyoming degli anni ’60, racconta l’amore tra due uomini, Ennis Del Mar e Jack Twist, che si incontrano durante un’estate come mandriani e scoprono un sentimento che li legherà per tutta la vita. In un contesto storico in cui l’omosessualità era non solo stigmatizzata, ma anche pericolosa da vivere apertamente, la loro relazione diventa un rifugio e al tempo stesso una condanna, un luogo di libertà e di frustrazione.
La versione teatrale del regista Giancarlo Nicoletti, andata in scena in prima nazionale il 24 ottobre al Teatro Alfieri di Torino, riesce a restituire tutta la potenza emotiva di questa storia, senza cercare di imitare il celebre film di Ang Lee del 2005, ma trovando una propria voce. E quella voce è forte, chiara, e profondamente queer.
Un palco essenziale per un amore complesso
La regia sceglie di non appesantire la scena: geometrie pulite, proiezioni video per amplificare le emozioni e uno spazio che lascia respirare e muovere i personaggi. Al centro c’è l’Amore con la A maiuscola, non c’è bisogno d’altro. Un Amore nascosto, impossibile, passionale. Un Amore che lotta contro il tempo e non chiede il permesso di esistere, ma che perde la sua battaglia contro la paura e la società.
Ennis (Edoardo Purgatori) e Jack (Filippo Contri) sono legati da un filo invisibile o, forse, più da un elastico che li avvicina nei momenti di passione e li allontana quando la paura prende il sopravvento. Jack è il coraggio, la voglia di vivere pienamente e di mettere tutto in gioco nel nome dell’Amore; Ennis è il timore, il peso dell’educazione, il silenzio che diventa prigione. Ma anche lui ama. Entrambi si amano disperatamente e nessuno dei due riesce davvero a spezzare quel legame. Neanche quando la vita finisce.
La musica come terza protagonista
Sul palco, nascosta dietro un velo che ne lascia intravedere giusto le sagome, una live band accompagna ogni scena con le musiche originali di Dan Gillespie Sells, scandendo il ritmo emotivo dello spettacolo. Accanto a loro c’è Malika Ayane: la sua voce, magnetica e intensa, è a tutti gli effetti la terza protagonista: canta il dolore, la passione, il sentimento. La sua presenza non è solo musicale, ma narrativa: incornicia e amplifica ogni momento. Alterna toni drammatici e romantici, dipingendo con delicatezza le sfumature emotive della storia.
Una scommessa vinta
Trasporre a teatro una storia che ha già avuto un impatto così forte sul grande schermo è una sfida.
Eppure questa produzione la vince, con grazia e coraggio, perché non tenta di imitare il film di Ang Lee — vincitore del Leone d’Oro a Venezia nel 2005 — ma lo reinterpreta, restituendogli un’anima nuova. Nicoletti porta sul palco non la memoria di un capolavoro, ma il suo cuore pulsante: quello dell’accettazione.
Accettare l’amore, accettare se stessi, accettare il diverso.
Brokeback Mountain ci ricorda quanto sia ancora fondamentale dare voce all’amore gay, in un presente in cui troppo spesso viene messo in discussione. Ma non è solo una storia d’amore: è una storia di resistenza, di identità, di desiderio.
È il racconto di tutti quegli amori che non hanno potuto gridarsi al mondo, che hanno vissuto nel silenzio e nella paura, ma che — nonostante tutto — hanno resistito.
Ieri sera, sul palco del Teatro Alfieri, quell’amore ha trovato finalmente il suo spazio e ha toccato corde profonde. Se deciderete di andarlo a vedere, portate con voi un fazzoletto: non solo per asciugare le lacrime, ma per accogliere un’emozione che vi resterà addosso.



































