Bucking Fastard di Werner Herzog arriva a Venezia 83: Kate e Rooney Mara protagoniste di una favola sull’identità, l’ossessione e la diversità.
Werner Herzog ha sempre guardato con particolare interesse agli esseri umani che sembrano vivere secondo una logica incompatibile con quella del resto del mondo. Figure eccentriche, ossessive, spesso irriducibili alle categorie attraverso cui la società prova a definirle, ma proprio per questo capaci di rivelare qualcosa di profondamente autentico sul desiderio, sulla solitudine e sul bisogno di costruirsi un’esistenza possibile. Jean e Joan Holbrooke, le protagoniste di Bucking Fastard, appartengono pienamente a questo universo.
Presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 83, il nuovo lungometraggio di finzione del regista tedesco parte dalla vicenda reale di Freda e Greta Chaplin, sorelle britanniche diventate un caso mediatico negli anni Ottanta per il loro rapporto simbiotico e per l’ossessione condivisa nei confronti dello stesso uomo, per allontanarsene progressivamente e trasformare quella storia in una favola sull’identità, sull’alterità e sulla possibilità di abitare il mondo senza adeguarsi alle sue regole.
Kate e Rooney Mara diventano così Jean e Joan, due sorelle che parlano contemporaneamente, condividono pensieri e desideri, compiono gli stessi gesti e sembrano attraversare la realtà come se fossero una sola identità distribuita tra due corpi. Herzog non cerca mai di diagnosticare la loro stranezza né di offrirne una spiegazione rassicurante; ciò che gli interessa è osservare cosa accade quando due persone rifiutano, volontariamente o meno, l’idea stessa di esistere separatamente.
È proprio questo sguardo radicalmente privo di giudizio a rendere Bucking Fastard profondamente herzoghiano e, allo stesso tempo, a determinarne uno dei limiti più evidenti. Il regista ama Jean e Joan al punto da proteggerle quasi completamente dalla realtà, trasformando la loro eccentricità in poesia e finendo talvolta per sottrarre complessità a due figure che sembrano continuamente sul punto di rivelare qualcosa di molto più doloroso.

Kate e Rooney Mara: essere due senza essere davvero separate
La prima grande intuizione di Bucking Fastard è affidare Jean e Joan a due sorelle anche nella vita. Quella di Kate e Rooney Mara avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un’operazione di casting più curiosa che realmente funzionale al racconto; accade invece l’esatto contrario, perché la loro relazione diventa il principale dispositivo espressivo del film.
Le due attrici costruiscono una sincronizzazione impressionante che non riguarda soltanto il parlare all’unisono. Sono gli sguardi, le pause, la postura e le minime reazioni del volto a creare progressivamente l’impressione che Jean e Joan possano funzionare come un unico organismo. Herzog aveva inizialmente previsto circa due settimane di prove, salvo ridurle drasticamente dopo aver osservato la naturalezza con cui le Mara riuscivano a raggiungere quella sintonia.
Eppure sono proprio le piccole differenze che emergono sotto questa sovrapposizione a rendere la loro interpretazione interessante. Perché Bucking Fastard non parla soltanto di quanto due persone possano assomigliarsi, ma di cosa significhi costruire la propria identità rinunciando quasi completamente alla possibilità di essere percepite separatamente.
Jean e Joan condividono tutto, compreso l’amore per Gareth, interpretato da Orlando Bloom. Quando quella relazione entra in crisi, ciò che sembra sgretolarsi non è soltanto una possibilità sentimentale, ma la speranza che qualcuno possa entrare nel loro universo accettandone le regole senza pretendere di dividerle.
Il mondo esterno prova invece continuamente a comprenderle attraverso categorie che loro sembrano rifiutare. Timothy, l’assistente sociale interpretato da Domhnall Gleeson, suggerisce la possibilità di un’esistenza maggiormente individuale, ma Herzog non assume mai automaticamente il suo punto di vista come quello corretto. L’indipendenza non coincide necessariamente con la guarigione, così come la simbiosi non viene trasformata in una patologia da correggere.
È una scelta importante perché impedisce al film di osservare Jean e Joan come fenomeni bizzarri messi in scena per rassicurare lo spettatore sulla propria normalità. Herzog parte invece dal presupposto opposto: forse non sono loro a dover essere spiegate, ma è il mondo che le circonda a non possedere gli strumenti necessari per comprenderle.
Dietro questa eccentricità emerge allora una malinconia molto più universale. Jean e Joan desiderano essere amate, trovare una famiglia e soprattutto individuare un posto nel quale la propria esistenza non venga continuamente percepita come un’anomalia. Possono essere insieme in ogni momento e sentirsi comunque profondamente sole, perché quella stessa unione che le protegge finisce inevitabilmente per separarle dagli altri.

La fiaba di Herzog e il limite di uno sguardo troppo innamorato
Nella seconda parte Bucking Fastard si allontana progressivamente dal realismo per assumere definitivamente i contorni della fiaba. Jean e Joan cercano un luogo nel quale poter finalmente esistere secondo le proprie regole e decidono di raggiungerlo attraverso un’impresa tanto assurda quanto perfettamente coerente con il cinema di Herzog: scavare attraverso la terra per aprirsi un passaggio verso un altrove possibile.
L’immagine di esseri umani impegnati in un’impresa fisicamente sproporzionata appartiene da sempre all’immaginario del regista ed è difficile non pensare a Fitzcarraldo. Qui, però, l’ossessione assume un significato differente. Jean e Joan non vogliono conquistare niente, non inseguono gloria né desiderano piegare la natura alla propria volontà. Cercano semplicemente un posto.
Scavare diventa così il gesto concreto di chi non riesce più a trovare uno spazio sulla superficie. Se il mondo disponibile non contiene un luogo adatto a loro, non rimane che inventarne uno.
È probabilmente l’idea più bella di Bucking Fastard e quella che consente a Herzog di trasformare la storia delle protagoniste in qualcosa di più ampio. Il paesaggio accompagna questa progressiva fuoriuscita dalla realtà e assume una dimensione sempre più mitologica, mentre il confine tra ciò che è concretamente possibile e ciò che Jean e Joan desiderano smette di avere particolare importanza.
Ma è proprio qui che emerge anche la principale fragilità del film.
Herzog è talmente affascinato dalle sue protagoniste da non voler quasi mai mettere realmente in discussione il loro universo. Gli aspetti più disturbanti della loro simbiosi, le implicazioni della dipendenza reciproca e persino le contraddizioni del loro comportamento vengono progressivamente assorbiti dalla dimensione poetica. Ciò che inizialmente possedeva una certa ambiguità diventa sempre più chiaramente una celebrazione della loro irriducibile diversità.
Non significa che Herzog avrebbe dovuto giudicarle o ricondurle dentro una spiegazione psicologica convenzionale. Sarebbe stato un film molto meno interessante. Il problema è piuttosto che Bucking Fastard suggerisce continuamente territori emotivi profondissimi — identità, dipendenza, abbandono, desiderio, solitudine — senza sempre avere il coraggio di attraversarli fino in fondo.
Jean e Joan incuriosiscono, divertono e in alcuni momenti commuovono, ma raramente destabilizzano davvero. Il mistero che Herzog vuole preservare finisce per creare una distanza emotiva proprio quando il film sembra pronto a eliminarla.
La dedica iniziale a David Lynch appare allora particolarmente significativa. I due autori hanno costruito cinematografie diversissime, ma condividono una fascinazione per esseri umani che sembrano abitare una frequenza differente rispetto alla realtà circostante. Laddove Lynch avrebbe probabilmente lasciato proliferare l’inquietudine e l’ambiguità, Herzog sceglie però qui la compassione. Ed è una scelta bellissima, ma non priva di conseguenze.
Bucking Fastard: Herzog continua a scegliere chi vive ai margini
Rimane qualcosa di profondamente coerente nel modo in cui Werner Herzog guarda Jean e Joan. Dopo oltre mezzo secolo di cinema, continua a interessarsi a persone che la società vorrebbe comprendere, correggere oppure normalizzare, mentre lui preferisce concedere loro il diritto di esistere senza trasformarle necessariamente in un problema da risolvere.
Il fatto che conoscesse personalmente Freda e Greta Chaplin rende questa prospettiva ancora più significativa. Herzog ha custodito la loro storia per decenni prima di trasformarla in cinema e Bucking Fastard non cerca infatti di ricostruirne fedelmente l’esistenza. Jean e Joan sono ormai creature completamente herzoghiane, appartenenti a quella lunga galleria di uomini e donne per i quali ciò che gli altri definiscono impossibile rappresenta semplicemente qualcosa che non è ancora stato tentato.
Kate e Rooney Mara sono fondamentali nel rendere credibile questa trasformazione. La loro interpretazione va molto oltre la curiosità di vedere due sorelle recitare insieme: attraverso una sincronizzazione che avrebbe potuto facilmente ridursi a esercizio tecnico, costruiscono una relazione nella quale amore, dipendenza, protezione e identità diventano quasi impossibili da separare.
È soprattutto grazie a loro che il film conserva il proprio centro anche quando la narrazione comincia a disperdersi nella dimensione simbolica. E forse è proprio nei rarissimi momenti in cui la perfetta unità tra Jean e Joan sembra incrinarsi che Bucking Fastard lascia intravedere il film ancora più potente che avrebbe potuto essere: quello capace di interrogarsi non soltanto sulla bellezza di appartenere completamente a qualcuno, ma anche sul prezzo necessario per farlo.
Bucking Fastard rimane così un’opera affascinante, personale e imperfetta. Herzog trova nella storia di Jean e Joan tutto ciò che il suo cinema ha sempre cercato: l’ossessione, l’impossibile, il rapporto conflittuale tra individuo e società e quella linea sottilissima oltre la quale una convinzione apparentemente folle diventa una realtà possibile. Ma questa volta la tenerezza con cui osserva le sue protagoniste finisce anche per addolcire alcune delle contraddizioni che avrebbero potuto rendere il film più incisivo.
Forse, però, il gesto più autenticamente herzoghiano rimane proprio quello conclusivo: lasciare che Jean e Joan continuino a scavare.
Non perché sappia necessariamente cosa troveranno dall’altra parte, ma perché per Herzog l’essere umano è sempre stato soprattutto questo: qualcuno capace di guardare un confine stabilito dagli altri e decidere che, per quanto assurdo possa sembrare, deve esistere un modo per attraversarlo.


































