Werner Herzog presenta Bucking Fastard a Venezia 83: Kate e Rooney Mara protagoniste di una storia visionaria tra amore, ossessione e desiderio.
Ci sono storie che Werner Herzog sembra non scegliere, ma riconoscere. Esistenze eccentriche, figure che abitano ai margini delle convenzioni sociali, individui mossi da desideri talmente assoluti da apparire folli agli occhi degli altri e che, proprio per questo, finiscono per avvicinarsi a quella zona misteriosa dell’esperienza umana che il suo cinema esplora da oltre mezzo secolo. Bucking Fastard, presentato in Concorso a Venezia 83, appartiene pienamente a questa genealogia e segna il ritorno del regista tedesco al lungometraggio di finzione dopo anni dedicati prevalentemente al documentario.
Al centro del film ci sono Jean e Joan Holbrooke, interpretate da Kate e Rooney Mara, sorelle nella vita e per la prima volta insieme sul grande schermo. Le due donne vivono in una simbiosi quasi assoluta: parlano contemporaneamente, condividono i pensieri, i sogni e persino l’amore per lo stesso uomo, Gareth Mulroney, cui presta il volto Orlando Bloom. Intorno a loro si muove anche Timothy, l’assistente sociale interpretato da Domhnall Gleeson, figura che appartiene a quel mondo esterno impegnato a comprendere, classificare o semplicemente contenere qualcosa che sembra sottrarsi continuamente alla logica comune.
L’ispirazione arriva dalla vicenda reale di Freda e Greta Chaplin, gemelle britanniche che negli anni Ottanta conquistarono le cronache per il loro rapporto simbiotico e per l’ossessione condivisa nei confronti di un uomo che ottenne infine un ordine restrittivo contro entrambe. Herzog le conobbe personalmente e ha custodito quella storia per decenni prima di riuscire a trasformarla in cinema. Persino il titolo deriva da loro: “Bucking Fastard” è lo spoonerismo che le gemelle pronunciarono simultaneamente durante un’udienza, invertendo i suoni di un’espressione ben più riconoscibile.
Quella che poteva diventare una curiosità da cronaca, tuttavia, nelle mani di Herzog si trasforma in qualcos’altro. Bucking Fastard non sembra interessato a diagnosticare Jean e Joan, né a stabilire dove finisca l’amore e cominci l’ossessione. Preferisce prendere sul serio la loro visione del mondo, anche quando questa si allontana dalla realtà condivisa, interrogando ancora una volta il confine tra ciò che la società considera possibile e ciò che l’essere umano desidera con una forza tale da renderlo, almeno interiormente, reale.

Kate e Rooney Mara, due corpi chiamati a diventare una sola voce
È inevitabile che gran parte della conferenza stampa veneziana ruoti intorno alle due protagoniste, perché la scommessa formale del film passa innanzitutto attraverso di loro. Jean e Joan non sono semplicemente sorelle molto unite: Herzog le concepisce quasi come una singola identità distribuita tra due corpi, capace di articolare pensieri e parole nello stesso istante.
Rooney Mara ha raccontato di essere stata inizialmente intimidita proprio da questo aspetto. L’idea di interpretare insieme alla propria sorella “la stessa persona” le sembrava complessa, ma durante le prove è accaduto qualcosa di opposto rispetto a quanto temuto. Una vita trascorsa insieme, l’infanzia condivisa e quel linguaggio non verbale che esiste tra due persone cresciute fianco a fianco hanno reso superfluo costruire artificialmente una relazione che, in qualche forma, apparteneva già alle due attrici. Rooney ha definito l’esperienza unica, mentre Kate ha descritto il dialogo sincronizzato come una forma quasi musicale: una volta trovato il ritmo, pronunciare insieme le battute aveva la struttura di una canzone.
Herzog, del resto, si è accorto quasi immediatamente di avere trovato ciò che cercava. Erano state previste due settimane di prove, ma dopo appena cinque giorni il regista le ha interrotte perché non riteneva necessario continuare. Le Mara avevano già raggiunto quella precisione che il film richiedeva e Herzog ha raccontato di essersi affidato completamente a loro, arrivando a considerare il risultato qualcosa che difficilmente trova precedenti nella storia del cinema.
Dietro questa apparente spontaneità si nasconde però una delle idee più affascinanti di Bucking Fastard. Sincronizzare due interpretazioni non significa soltanto pronunciare una frase nello stesso momento, ma accordare respirazione, pause, inflessioni e intenzioni, evitando al tempo stesso che l’esercizio tecnico cancelli l’umanità dei personaggi. Il rischio era trasformare Jean e Joan in un espediente, in una bizzarria performativa; la familiarità reale tra Rooney e Kate Mara permette invece a Herzog di cercare qualcosa di più perturbante e tenero, perché sotto l’unisono rimangono percepibili due persone che hanno scelto di vivere come se separarsi fosse una mutilazione.
È anche la ragione per cui il film sembra dialogare così naturalmente con l’intera opera del regista. Herzog ha sempre guardato con sospetto alla normalità intesa come misura universale dell’esistenza. Da Aguirre, furore di Dio a Fitzcarraldo, il suo cinema appartiene a uomini e donne incapaci di accettare i limiti imposti dalla realtà, anche quando il tentativo di superarli conduce alla rovina. Jean e Joan appartengono a questa stessa famiglia spirituale, ma ne rappresentano forse una declinazione più innocente: non vogliono conquistare un impero né trascinare una nave sopra una montagna, cercano semplicemente un luogo nel quale il loro modo di amare possa esistere senza essere corretto dal resto del mondo.
Anche il paesaggio diventa allora decisivo. La contemporaneità urbana e la natura selvaggia dell’Irlanda non sono soltanto scenari contrapposti, ma due concezioni dell’esistenza: da una parte il mondo delle regole, dei tribunali e degli assistenti sociali, dall’altra una geografia capace di accogliere l’irrazionale. Non sorprende che la grotta attraversata dalle protagoniste assuma nel film un valore che Herzog stesso ha definito quasi da personaggio: è uno spazio fisico, ma soprattutto una soglia, l’ingresso verso quell’altrove che Jean e Joan continuano ostinatamente a immaginare.

Orlando Bloom, l’amore impossibile e un set governato dall’istinto
Se Kate e Rooney Mara incarnano il nucleo visionario del racconto, Orlando Bloom occupa una posizione volutamente più terrena. Il suo Gareth è l’uomo amato simultaneamente dalle due sorelle e quindi il punto in cui la loro utopia sentimentale entra inevitabilmente in collisione con le regole della realtà.
La collaborazione con Herzog ha portato Bloom in un territorio differente da quello al quale il grande pubblico lo associa maggiormente, e durante la conferenza veneziana è emerso anche un episodio particolarmente rivelatore del metodo del regista. Herzog ha raccontato di essersi scusato con l’attore perché alcune parti del suo lavoro non erano finite nel montaggio definitivo, ammettendo che Bloom ne era rimasto comprensibilmente dispiaciuto, ma rivendicando allo stesso tempo la necessità della scelta: il film, una volta trovato il proprio ritmo, chiedeva quella forma.
È una piccola storia che racconta molto del cinema di Herzog, della sua capacità di lavorare rapidamente e della fiducia quasi brutale nell’istinto. Bloom stesso ha sottolineato la velocità delle riprese, osservando come spesso bastassero pochissimi ciak, mentre Domhnall Gleeson ha scherzato sul ritmo sostenuto imposto dal regista. Nel caso delle Mara, la precisione raggiunta era tale che due o tre riprese potevano essere sufficienti anche per sequenze tecnicamente complesse.
Questa velocità non coincide però con una mancanza di preparazione, quanto piuttosto con l’idea herzoghiana che il cinema debba conservare qualcosa dell’accadimento, evitando di soffocarlo attraverso un controllo eccessivo. È significativo che Bucking Fastard contenga anche momenti nati dall’imprevisto, compreso un incontro non programmato con un cervo diventato parte del film. Nella natura, come nei personaggi, Herzog sembra cercare ciò che non può essere completamente organizzato prima che la macchina da presa cominci a girare.
Alla domanda sul rapporto tra documentario e finzione, il regista ha del resto rifiutato una separazione troppo rigida. Per Herzog entrambi richiedono costruzione, musica, produzione e invenzione narrativa; ciò che cambia è il materiale attraverso cui arrivare a quella che, lungo tutta la sua carriera, ha chiamato una verità più profonda di quella puramente fattuale.
È una posizione fondamentale per comprendere anche il modo in cui Bucking Fastard utilizza la storia delle sorelle Chaplin. Herzog non realizza una ricostruzione biografica, cambia nomi, luoghi e traiettorie e usa un episodio reale come punto di partenza per costruire una favola sull’identità. Il fatto che Jean e Joan siano percepite dagli altri come eccentriche, disturbanti o persino pericolose conta meno della domanda che il film pone allo spettatore: che cosa accadrebbe se, per una volta, smettessimo di osservare due persone così attraverso gli occhi della normalità e provassimo a guardare la normalità attraverso i loro?
In questa prospettiva anche Timothy, l’assistente sociale interpretato da Gleeson, assume una funzione importante. Rappresenta il tentativo istituzionale di avvicinarsi alle sorelle senza necessariamente comprenderle fino in fondo, una mediazione tra il loro universo e una società che pretende inevitabilmente una distinzione netta tra due individui là dove Jean e Joan continuano a concepirsi come un “noi”.
David Lynch e il diritto di credere nell’impossibile
C’è infine un’assenza che aleggia sull’intero progetto. Bucking Fastard è dedicato a David Lynch, scomparso nel gennaio 2025, e il momento più emotivo della conferenza veneziana è arrivato proprio quando Herzog ha parlato dell’amico e collega.
I due cineasti erano profondamente differenti, eppure Herzog ha ricordato l’esistenza di una comprensione reciproca capace di superare qualsiasi distanza stilistica. Avrebbe voluto Lynch alla première del film e, parlando al Lido, ha espresso un desiderio tanto semplice quanto impossibile: poter tornare indietro nel tempo e invitarlo.
Non è difficile comprendere perché proprio Bucking Fastard porti il nome di Lynch nei titoli. Non perché Herzog abbia realizzato un film lynchiano, definizione che probabilmente entrambi avrebbero trovato riduttiva, ma perché Jean e Joan abitano quella regione del cinema in cui sogno e realtà cessano di essere categorie antagoniste. Credono in qualcosa che il mondo considera impossibile e continuano a comportarsi come se la forza del desiderio potesse modificare la struttura stessa del reale.
Herzog, che si prepara a compiere 84 anni, continua in fondo a fare cinema partendo dalla medesima intuizione. La realtà non gli è mai bastata così com’è. Deve essere attraversata, forzata, qualche volta persino contraddetta per rivelare qualcosa di autentico sull’essere umano. Ed è forse questo a rendere Jean e Joan protagoniste così naturalmente herzoghiane: la loro ossessione non viene trasformata in un caso clinico, ma nella manifestazione estrema di un desiderio che appartiene, in misura diversa, a tutti.
Dietro l’eccentricità di due donne che parlano contemporaneamente e amano lo stesso uomo, Bucking Fastard finisce così per interrogare una delle fantasie più antiche dell’essere umano, quella di trovare qualcuno con cui annullare definitivamente la distanza che ci separa dagli altri. Jean e Joan portano quella fantasia fino alle sue conseguenze più radicali, cercando un luogo nel quale essere due non significhi necessariamente essere separate.
A Venezia, Herzog non sembra quindi presentare soltanto il suo ritorno alla finzione, ma riaffermare un’idea di cinema che continua ostinatamente a rifiutare il buon senso come unica possibilità dello sguardo. A ottant’anni passati, dopo deserti, vulcani, giungle, montagne e uomini disposti a trascinare navi là dove nessuna nave dovrebbe trovarsi, continua a cercare personaggi capaci di avanzare verso l’impossibile. Questa volta sono due sorelle che procedono insieme, parlano con la stessa voce e immaginano lo stesso sogno. Per il resto del mondo potrebbe essere follia; per Werner Herzog è ancora, semplicemente, materia di cinema.


































